editoriale primo piano

Semplificazione non sia cavallo di Troia per nuove truffe di Basilio Caruso

Semplificazione non sia cavallo di Troia per nuove truffe di Basilio Caruso

 

Semplificare? Beh, ma se fatta la legge, si trova l’inganno… E’ un vecchio detto che non passa di moda, soprattutto in Italia dove, da un lato ci lamentiamo se le norme sono troppo rigide, dall’altro, non appena si crea un varco, non ci facciamo sfuggire l’occasione per eludere quelle regole che stanno alla base di un sistema statale, inteso come struttura gerarchicamente organizzata, che preleva risorse con tasse e imposte sui contribuenti ed eroga servizi alla comunità.

Si parla sempre della necessità di facilitare e sburocratizzare il nostro Paese, ma quando ciò avviene, si passa subito all’abuso, grazie proprio alla semplificazione e alla implicita fiducia che viene concessa ai cittadini.

A gennaio la Corte costituzionale si pronuncerà sull’ammissibilità di 3 referendum abrogativi promossi dalla Cgil. Uno di essi è relativo alle disposizioni inerenti il lavoro accessorio che, in particolare, riguardano i voucher. Ed è quello dei voucher l’argomento che mi ha spinto a fare questa breve riflessione, partendo dalla genesi della norma, che esisteva già, e che il Governo Renzi ha voluto la sua estensione a settori produttivi in precedenza esclusi.

La legge mirava a fare emergere il sommerso, che in altro modo difficilmente verrebbe fuori. Grazie ad essa si ha la copertura previdenziale e l’assicurazione contro gli infortuni. Il valore del buono viene erogato nella misura del 75 per cento al lavoratore, il restante 25 per cento serve per la  previdenza e per l’assicurazione contro gli infortuni.

In pratica, se un qualsiasi soggetto deve fare un piccolo lavoro (pulire un ambiente, potare un albero, sgomberare uno spazio, manutenere un cortile, così come un ristorante per fare ricevimenti, attività quasi sempre occasionali), che richiede, uno, due, tre giorni di lavoro, con l’utilizzo dei buoni, che non richiedono adempimenti burocratici complessi (buste paga, modelli fiscali, formazione, visite mediche, documenti valutazione dei rischi, etc.), è chiaro che c’è l’interesse anche del datore di lavoro a fare ricorso a tale strumento per non rischiare. Poiché l’alternativa ai voucher è il rapporto di lavoro a tempo determinato, con tutti gli obblighi che da ciò ne derivano (come detto prima, previdenza, fisco, sicurezza, etc.), alla fine la gente, per non essere travolta dagli adempimenti, opterebbe per il lavoro nero. E’ pensabile che un pensionato che deve pulire un cortile, faccia l’assunzione di un lavoratore per 5 giorni, sapendo che deve produrre una montagna di carte come fatto cenno in precedenza? La risposta è fin troppo ovvia.

E se una grande organizzazione sindacale si intesta una battaglia per abolire questa norma, lo fa perché non vorrebbe che emergesse il sommerso? Non credo. Lo avrà deciso perché, nelle maglie di questo eccellente sistema semplificato, si annidano subito i furbetti, che acquistano i voucher, fanno la comunicazione preventiva agli enti preposti, si garantiscono fittiziamente la copertura previdenziale e assicurativa, ma consumeranno una percentuale minima di buoni, lasciando la restante parte, anche con questa opportunità, nel sommerso.

Da qui la mia riflessione, per dire che è vero che le norme a volte scoraggiano e qualche altra volta soffocano, ma in un Paese come il nostro, dove si è persa la bussola della moralità, dove l’etica nella società è stata pressoché cancellata, dobbiamo smetterla di invocare semplificazioni che diventano strumenti per truffare sempre gli altri, le persone oneste, coloro che tengono in piedi lo Stato. Perché truffando, non si fa un torto allo Stato immaginato come qualcosa di astratto, ma lo si fa al nostro vicino di casa, al nostro collega, al nostro familiare che, con onestà, affronta la vita quotidiana pagando il ticket quando gli spetta pagare, che non imbroglia gli istituti di previdenza per fregargli prestazioni e pensioni, che dichiara tutto ciò che guadagna e che possiede, sottoponendolo doverosamente alla tassazione, che fa il suo dovere da cittadino, obbligo che ogni altro suo simile dovrebbe sentire e che tante, troppe volte, invece non fa.

E’ vero che non si può generalizzare. Ma è anche vero che il livello di disonestà, che non riguarda solo chi fa politica o chi sta nelle istituzioni (questi hanno l’aggravante dell’avere tradito la fiducia di chi li ha eletti), è un fenomeno sociale diffuso in maniera capillare, che riguarda, per ragioni e con motivazioni diverse, ampi settori della nostra società.

Non si può continuare a denunciare l’enorme evasione fiscale, mentre poi, quando si creano strumenti che la fronteggiano, vedi Equitalia, si dice che i cittadini sono oppressi. Se non vogliono essere vessati, paghino il dovuto, come fanno le persone oneste, e nessuno li affliggerà più.

Se non si parte dalle valutazioni sociologiche e sugli effetti che tali fenomeni producono, pensando ad iniziative adeguate per fronteggiare tanto degrado morale, altro che semplificazione! Perché, uno Stato che vuole continuare ad esistere, non potrà allargare la cinghia per lasciare divorare il Paese agli avvoltoi che, purtroppo, sono in forte aumento, poche volte per bisogno vero, troppe volte per astuzia italiana e per quella che, più comunemente, amiamo definire “scaltrezza”.

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