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Lezione di Ballistreri sul Manifesto di Marx ed Engels

L’8° lezione della Scuola di Liberalismo organizzata dalla Fondazione Einaudi con l’Università di Messina, è stata dedicata al “Manifesto” di Marx ed Engels. La lezione è stata tenuta dal professor Maurizio Ballistreri, titolare di diritto del lavoro nel Dipartimento di Scienze Politiche del nostro Ateneo e ordinario dell’Accademia Internazionale di Scienze Sociali dell’Università di New Spain in Florida, ha evidenziato che come ogni classico, anche il Manifesto presenta elementi di attualità e di inattualità. “Inattuale – secondo Ballistreri – è certo oggi, in Occidente, l’appello alla rivoluzione immediata, spiegabile col fatto che l’opera fu scritta nel pieno delle violente sommosse popolari del 1848, di cui voleva essere un manifesto programmatico”, espressione, scrivevano i due teorici comunisti, di un «movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi».

E del pari per Ballistreri, superata è la tesi, colorata di un malcelato escatologismo messianico espressione della concezione della filosofia della storia, dell’imminenza della fine della borghesia, perché incapace di risolvere le contraddizioni esplosive tra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali di produzione da essa stessa innescate

A ciò si aggiunge la troppo semplicistica prefigurazione della società comunista del futuro, priva di contraddizioni e conflitti sociali, dove, si legge nel Manifesto, «il pubblico potere perderà il suo carattere politico»: un’utopia divenuta distopia nell’esperienza sovietica, le cui origini e la cui vicenda storica rappresentano, nei fatti, la negazione della prospettiva del Manifesto.

Ciò che del Manifesto resta attuale è, secondo l’ex deputato socialista all’Assemblea Regionale Siciliana, lo schema teorico di fondo, che individua nella centralità dell’antagonismo tra capitale e lavoro la caratteristica della società moderna a fini distributivi di potere e di reddito. Ma è uno schema che va rivisto e aggiornato, con opportune approfondite analisi sia della nuova, più complessa e stratificata composizione di classe della società, sia dei nuovi poteri forti capitalistici, della funzione globale della finanza, del rapporto Stati/economia e così via.

In questa prospettiva straordinaria è l’analisi di Marx sulla spinta propulsiva del capitale che dilaga nel mondo, unificando territori e spezzando confini, quella globalizzazione che il Manifesto individua come “imperialismo capitalistico della borghesia”, con in nuce anche il tema del prevalere della finanza.

Per Ballistreri il Manifesto non è la sacra Bibbia, né il catechismo dei comunisti, ma un’opera aperta, laica, profana, imperfetta, incompiuta, in fieri, con luci e ombre, intuizioni geniali e difetti innegabili. Un’opera che va letta e studiata da un lato senza estrapolarla dall’epoca in cui fu scritta, e cioè relativizzandola e storicizzandola, dall’altro compulsandola criticamente, senza pregiudizi fideistici, al pari di ogni altro classico della politica: “Se per marxismo si intende un complesso dogmatico e intoccabile di idee, si può dire, in questo senso, che Marx non solo non è mai stato marxista, ma forse è stato il primo antimarxista della storia”.

Il giudizio del prof. Ballistreri sul Manifesto e più generale sul pensiero di Marx coincide con quello espresso nel dopoguerra da Norberto Bobbio: “«il socialismo che abbiamo in mente comprende i presupposti del socialismo marxista, ma li integra con quell’esigenza fondamentale di cui l’uomo non può non tener conto, ed è l’esigenza della libertà”.

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