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Il 110% fa bene allo Stato, ma le imprese sono a rischio

ANALISI – Il 110% fa bene allo Stato mentre le imprese sono a rischio chiusura

Anche il direttore generale della Cassiopea, Giuseppe Pettina, fa la sua analisi critica e chiede un intervento urgente per “rimodulare” l’incentivo, accompagnato da una politica industriale di lungo periodo.



“Capisco che in questi giorni il Governo pensi ad altro, ma è giusto fare una richiesta forte e chiara, un vero e proprio appello, per la definizione di una exit strategy incentrata su una rimodulazione sostenibile del superbonus. Siamo ancora ostaggio del blocco degli acquisti dei crediti da parte delle banche e molte azienda edili\imprenditoriali rischiano il tracollo”.

Consorzio Stabile Cassiopea

Poi Giuseppe Pettina, in perfetta linea su quanto pubblicato sui maggiori media italiani che si occupano di finanze e lavoro, e sulle osservazioni fatti da Ance, evidenzia che il grande affare di quest’iniziativa l’ha fatto lo Stato.


Infatti il 47% del Superbonus rientra all’erario in nuove tasse, Iva o contributi.

E le sue osservazioni giungono da un osservatorio privilegiato, in quanto dirigente uno dei più grandi consorzi italiani che si sono occupati – e lo fanno ancora con successo – del Superbonus 110%

“Il costo effettivo del Superbonus 110% per lo Stato – al netto dei finanziamenti europei del Pnrr (13,9 miliardi) e della crescita prodotta dagli interventi su Iva, Irpef e nuovi contributi (18,2 miliardi) – è di soli 6,6 miliardi rispetto ai 38,7 miliardi di detrazioni maturate fino al 30 giugno scorso”.

«Quanto costa davvero allo Stato?»

Sull’argomento recentemente in un’analisi socio-economica dell’Ance si leggeva: «Quanto costa davvero allo Stato?» che calcola un costo effettivo di 530 milioni all’erario per ogni miliardo speso dallo Stato in detrazioni: questo perché – secondo il modello empirico di valutazione costruito dall’associazione dei costruttori – l’intervento così ipotizzato produce maggiori entrate per 470 milioni.
In quello studio veniva spiegato che l’obiettivo è «determinare, in modo del tutto prudenziale, le maggiori entrate nel bilancio dello Stato che derivano dai redditi pagati agli operai di quei cantieri, dai prodotti utilizzati, dalle parcelle dei professionisti e dai redditi degli imprenditori. Altri studi – chiarisce la premessa del centro studi dell’Ance – considerando anche gli effetti indiretti degli interventi e quelli da essi indotti (ad esempio derivanti dalla produzione dei materiali impiegati), arrivano a risultati molto più rilevanti e, certamente, più vicini al vero».
Giuseppe Pettina è molto esplicito quando evidenzia che «partendo da un progetto reale e standardizzato in modo calcolare, per ogni fase della lavorazione, la ricchezza prodotta in termini di redditi e utili d’impresa, e quindi determinare la quota di consumi e investimenti dei soggetti coinvolti, vede chiaramente che il socio di maggioranza delle imprese che operano nel settore del Superbonus 110% è lo Stato ed in alcuni casi addirittura il “padroncino” con le imprese nelle figure di semplici assunti».
L’intervento tipo scelto dal centro studi dell’Ance prevede un 31,7% di spesa destinata al rivestimento termico, il 21,1% a impianti e materiali, il 9,7% alla progettazione,il0,3% ai serramenti, il 9,1% all’Iva, l’8,7% alle opere edili, 18,1% ai ponteggi, il 2,3% alla sicurezza.
Pettina aggiunge: “Per ciascuna delle attività del progetto analizzata si deve stimare  la componente lavoro e la componente «prodotti», così da isolare gli effetti determinati dai salari pagati ai lavoratori e dalla remunerazione degli altri fattori della produzione, bisogna  stimare i comportamenti dei diversi percettori di reddito in modo da valutare i successivi impieghi, con gli effetti positivi per l’erario in termini di Iva, di imposte sui redditi e anche di contributi (Inps, Inail, casse edili)”.

Nel quadro economico prospettato bisogna anche elaborare gli effetti indotti sull’economia, sul ruolo successivo delle famiglie, relativamente ai costi energetici e dell’aumento di valore degli immobili.

Quindi Pettina concorda che su queste proiezione macroeconomiche indotte dal Superbonus, ipotizzando un intervento su 1,3 milioni di unità abitative, con una spesa agevolata fino al 2028 di 57,4 miliardi ed entrate indotte per lo Stato di 25,8 miliardi.


E con una sottile ironia afferma:”per lo Stato è certamente un ottimo affare“.
Poi conclude, parlando del momento che vivono le aziende, che si percepisce “vivendo” nei cantieri «il clima è quello di centinaia di imprese disperate, stiamo rischiando decine di migliaia di fallimenti. Questa situazione che cambia regole ogni settimana, mette le imprese con le spalle al muro. Si avverte la necessità di una rimodulazione sostenibile dei bonus e una nuova politica di sviluppo del comparto di medio e lungo periodo con una strategia forte per il risparmio energetico sul patrimonio immobiliare in linea con le raccomandazioni Ue“.
Per Pettina, oggi alla guida di un Consorzio che sta diversificando la linea degli interventi puntando sulle comunità energetiche e sul riciclo,  c’è bisogno di un serio confronto tra le parti, chiede, a nome di tutto il comparto una legge sulla rigenerazione urbana che superi gli standard del 1968 e consenta ai privati di intervenire nelle città, una normativa semplificata sui vincoli ambientali e culturali che renda possibile intervenire sulle rinnovabili in tempi non lunghissimi.

Lui, al pari di tutto la staff del consorzio, è convinto, concludendo, che il Superbonus ha portato al Paese una bella ventata di ottimismo, ha reso consapevoli i cittadini della necessità di intervenire per rendere le proprie case più sostenibili energeticamente e creato una nuova cultura sul rispetto ambientale.

Già questo è un bel punto di partenza.

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