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L’idiozia del vincolo di mandato di Cosimo Recupero

La colossale idiozia del vincolo di mandato di Cosimo Recupero

Ed anche Di Maio lascia il M5S. Lo fa ringraziando. L’educazione prima di tutto, gli avranno insegnato a casa. E ci crediamo. Grillo e la sua orda di barbari hanno preso questo fotomodello di Pomigliano d’Arco e lo hanno fatto diventare prima vicepresidente della Camera dei deputati (il più giovane della storia), poi vicepresidente del consiglio, sempre ad un’età record per quell’incarico, e adesso ministro degli esteri in un momento così delicato per l’ordine mondiale. L’alternativa era quella di starsene allo stadio San Paolo a vendere panini e birra sotto la canicola o la pioggia mentre i nostalgici di Maradona davano fondo ai propri più incomprensibili istinti tribali. Un pizzico di gratitudine era, quindi, il minimo che Luigino poteva tributare a chi gli aveva permesso una così fulminante carriera senza, diciamocelo chiaro, nessun merito né sforzo particolare.

Alle parole di gratitudine Di Maio ha aggiunto anche quelle di sofferenza per la difficile scelta che ha dovuto fare. E la sofferenza si ricavava tutta dal sorriso beffardo che aveva in conferenza stampa. Il sorriso di chi, da dieci anni, riesce a prendere in giro i vari guru del movimento nonché milioni di italiani.

Di Maio è quello che è: uno che ha vinto la lotteria e fa di tutto per difendere il tesoretto accumulato, prima che i parenti serpenti provino ad ingoiarselo al grido di “un po’ ciascuno”. Con l’uscita dal M5S il giovane campano si è messo dietro il collo anni di retorica grillina e populista. Ha sfangato alla grande la tagliola del vincolo del secondo mandato. Si è fatto un gruppo tutto suo nel quale, alla faccia dei cittadini, comanderà come un capetto astuto su un manipolo di buoni a nulla che penderanno dalle sue labbra. Ha pure dichiarato che non è vero che uno vale uno perché adesso, evidentemente lui è lui e gli altri non sono un… bel niente, per dirla come il Marchese del Grillo. Ed ha messo in guardia contro il populismo. La sua paura è che, abbattuta la casta di prima e presone il posto, adesso a qualcuno salti in mente di riaprire la famosa scatoletta il cui tonno adesso è lui.

E così, mentre fino a qualche giorno fa Di Maio era l’orgoglio di qui pochi o tanti grillini rimasti, adesso è semplicemente un traditore, un poltronista, uno che pensa a sé e non al Movimento. Ed una volta tanto siamo d’accordo con gli smanettoni della piattaforma Rousseau. La logica conseguenza di tutto questo è l’invocazione della solita regola delle regole del verbo populista: il vincolo di mandato. Se ci fosse stata questa regola oggi Giggino sarebbe stato costretto ad obbedire al gruppo o al capo, non si capisce bene, e non avrebbe avuto l’ardire di lasciare la nave che affonda come un Renzi qualunque.

Una volta per tutte, sfatiamo questo mito. Il vincolo di mandato è vietato dalla Costituzione non per un capriccio dei costituenti, ma proprio per evitare che la democrazia italiana ricadesse nuovamente nell’incubo dell’uomo solo al comando. Chi invoca il vincolo di mandato in realtà non si rende conto che in effetti la politica sta già tentando di imporlo agli eletti. Pochi parlamentari, ridotti dallo sciagurato referendum del 2020, nominati dal capo con una legge elettorale liberticida, la eliminazione delle sezioni dei partiti sul territorio, la eliminazione della democrazia interna ai partiti, con la creazione di partiti personali, sono tutti elementi che servono proprio a ridurre gli spazi di autonomia dei parlamentari. E quindi il vincolo di mandato non è la soluzione ma, casomai, il problema. A questo si aggiungano anche alcune questioni pratiche. La prima è cosa si intenda per vincolo di mandato. Vengo eletto nel partito Alfa o Beta e non posso cambiare gruppo parlamentare? E cosa cambierebbe? Potrei sempre votare in dissenso rispetto al gruppo. O no?

E se anche questo mi fosse impedito, si aprirebbe un mondo di problemi. Quale è la volontà del gruppo? Come si sostanzia? Decide la maggioranza dei membri del gruppo e tutti gli altri si adeguano? O si fa riferimento a quanto detto in campagna elettorale? E se in campagna elettorale ho detto bianco e nero cosa sono costretto a fare poi: bianco o nero?

O si lascia decidere al capo? I parlamentari votano come dice il capo. E chi è il capo? Grillo, che ha sempre giurato e spergiurato di non avere niente a che fare col M5S (salvo poi decidere sempre da solo sulle questioni più importanti)? E se il capo mi dice di votare contro gli interessi del territorio che mi ha eletto io sono costretto a farlo? Se mi obbligano a votare, per esempio, per realizzare una centrale nucleare nel centro di Roma io sono costretto a farlo altrimenti me ne vado?

E se fosse esistito il vincolo di mandato come avrebbero fatto i grillini, dopo aver giurato di non voler fare alleanza con nessuno, a fare il governo con tutti (FdI esclusi, per la verità)?

Insomma, un cumulo di questioni giuridiche e pratiche insormontabili che si superano solo ricostruendo un tessuto politico fatto di partiti veri, nei quali le persone possano partecipare a vari livelli alle scelte della comunità. Solo così si ricostruisce la democrazia italiana e non invocando, come un mantra, la colossale idiozia del vincolo di mandato.

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