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Craxi, Moro, Saragat il coraggio di dire il non detto

Craxi, Moro, Saragat ebbero il coraggio di dire il non detto di Gianfranco Fisanotti

Per  servire la pace europea, non ha senso “l’altezza solitaria delle aquile” dalla quale rifuggiva Heidegger, che nel 1949 raccomandava di  “non tenersi lontano dal sentiero di campagna” perché già allora v’era chi pensava di risolvere “la complessità umana” con un colpo d’ala. La dimensione pubblica dei due Paesi in guerra ha raggiunto una brutalità difficile da domare, mentre rintronano i terribili rumori del conflitto. Persino l’appello autorevole del Papa – unico a rispondere alla lobby delle armi – è come trasandato, perché il potere, i poteri non vogliono costruire una pace duratura. Occidente ed Oriente preferiscono misurarsi e logorarsi a vicenda: la posta in gioco è l’immenso mercato europeo con mezzo miliardo di clienti assuefatti ed obbedienti. Così, tramonta il presente, e si morsica un futuro incerto mentre milioni di giovani europei ignorano di avere “ereditato” una sudditanza proprio dall’ultima grande guerra. A chi appare sdraiato nelle logiche correnti, consiglio la lettura di un volume dal titolo: “Martin Heidegger. La Provincia dell’uomo” sulla “Critica della civiltà e crisi dell’umanismo” (1927-1946) opera di Francesco Mora, dove il tema – anzi – “il problema” dell’umanismo è studiato nella sua dimensione europea. Nei “Quaderni Neri” 1939-1941 Martin Heidegger con le sue “Riflessioni XII-XV” ci aiuta a “pensare nell’aperto” proprio “con il carico di due millenni e mezzo sulle spalle”. Egli dice: “Noi restiamo ovunque solo nel preludio dell’inizio” ed aggiunge: “Necessità è stare, sapendo, nell’essenza della verità, se dobbiamo essere decisi in un vero”. Dal caos della tragedia in atto emerge una verità che non tutti riconoscono: due Paesi sono in guerra proprio ai confini della UE, ma la guerra non è iniziata il 24 marzo 2022, bensì otto anni prima e l’Occidente stava a guardare. Le “Riflessioni XIV” iniziano con una lirica di Friedrich Hölderin tratta dal “Progetto per Colombo”: i versi ci danno l’idea di un concetto di “simultaneità” che i commentatori hanno sempre evitato. Questi versi dicono: “Per via di poche cose/sorde come per neve era/ la campana con cui/si suona/per la cena”. Se non si ascoltano le ragioni degli uni e degli altri, la campana della pace sarà inerte: l’invasione è stata un errore irreparabile, ma ciò che l’ha causata ha acceso la miccia mortale. Dobbiamo davvero abituarci a liberare i nostri pensieri, a “dire il non detto” se vogliamo correggere ogni ambiguità. Gli ultimi tre statisti italiani che hanno saputo interpretare la missione di pace che promana dalla Terra dei porti di Ulisse e di Enea, quella Terra italica che salvò la “Civitas romana” e l’agorà del mondo Greco plasmando l’Europa ed anche l’Oriente conosciuto, sono stati Bettino Craxi, perseguitato da vivo e da morto, Aldo Moro l’Uomo del crocifisso spezzato (..anche allora il Papa non fu ascoltato) e Giuseppe Saragat, l’Uomo della Resistenza e della pace sociale. Essi seppero opporsi ai diktat, pur restando leali verso un atlantismo protagonista di pace e di solidarietà. Aldo Moro, poi, voleva davvero allineare l’edificazione politica europea alla fedeltà atlantica: una scelta fatta con realismo e senza entusiasmo, avendo come obiettivo generale un concetto dinamico della distensione internazionale. E, con Moro, anche Saragat, un grande presidente ben consapevole di sostenere una “mission” Europea di grande apertura verso la Ostpolitik, ma non verso la Grecia dei colonnelli e la Spagna di Franco. Basta vaneggiare solo di armi e di ciò che è “combattivo”: come Heidegger, bisogna avere il coraggio di “stare nella essenza della verità”.  Gianfranco Fisanotti;

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