primo piano

Parma, “Vivere e non Sopravvivere” di Patrizia Zangla

PARMA, GIUSTIZIA RIPARATIVA. 3a EDIZIONE DI “VIVERE E NON SOPRAVVIVERE” di Patrizia Zangla

Parma, Auditorium Paganini, si è tenuta la Terza Edizione di “Vivere e non Sopravvivere”, evento promosso dal Comune di Parma, Cgil Parma, Rinascimento 2.0 aps e col patrocinio della Provincia di Parma con la conduzione di Gad Lerner, giornalista e saggista, e la presenza di Agnese Moro, Giorgio Bazzega, Manlio Milani, Franco Bonisoli, Adriana Faranda, Fiammetta Borsellino.

Le parole

Al centro dell’incontro i percorsi personali dei singoli protagonisti, diversi fra loro, per dare forma a un progetto delicato su un tema insidioso: la Giustizia riparativa allo scopo – come spiega Massimiliano Ravanetti, Filctem Cgil Parma- “di offrire la possibilità, soprattutto ai giovani, di conoscere e capire, attraverso le testimonianze dirette dei protagonisti, una modalità importante di approccio ai conflitti, fatta di dialogo e avvicinamento”. Ma anche come “iniziativa nella lotta all’oblio di questo tempo” (Manlio Maggio, presidente di Rinascimento 2.0). Muovendo da singole storie di violenza ci si interroga su quanto la comunicazione, le parole e il loro uso -nella vita quotidiana, nei rapporti interpersonali, nell’agorà politica- possano comunicare non violenza e persino lenire “riparare” torti e ferite.

Le parole come strumento per annullare la violenza, questa la chiave interpretativa dell’incontro.

Una finalità positiva che potrebbe lasciare sotteso il rischio di incomprensione della complessità di quella storia, persino comportarne la sua banalizzazione. Il rischio di smarrire i fatti, annacquarli, muovendo unicamente dal piano dei sentimenti e delle emozioni.  Storia spesso letta in modo semplificato secondo uno schema rigido che vede schierati come opposti  carnefici e vittime, sotto questo profilo l’incontro muove per cancellare la lettura rancorosa e paradigmatica ponendo oppressore e oppresso su un medesimo piano orizzontale, ognuno con il proprio ruolo senza una morale autoassolutoria o un perdonismo in cui persiste il rapporto verticale vittima e carnefice.

Affiora il confronto di vissuti diversi. Due volti allo specchio, il colpevole e la vittima. Come quello di Agnese Moro e di Faranda, che incontratesi dopo anni si specchiano l’una nell’altra, così, se Agnese Moro, che ricorda ai processi dentro le gabbie i terroristi “sfrontati, ridanciani, dei mostri”, oggi chiede a Faranda –“Come hai potuto?” e di rimando Faranda s’interroga chiedendo: -“Come ho potuto?”-. Il collante è il dolore, recato o subito.

Una storia che oggi rappresenta un rimosso collettivo, che rimanda a eventi traumatici, non rimarginati che hanno prodotto un oblio difensivo che ha una significativa ricaduta che ne comporta l’annullamento. La società ne ha preso le distanze perché luttuosa e con passaggi criminali, la rimozione complessiva ne pregiudica la conoscenza soprattutto da parte delle giovani generazioni che rischiano, non conoscendola nella sua realtà e interezza, di averne una visione parziale e persino di non valorizzarne la forza della democrazia, la passione e la partecipazione democratica e della modernizzazione, perché sono questi gli anni delle trasformazioni nel costume, forieri di idee e tendenze diventate capisaldi e ai quali i designer contemporanei continuano a ispirarsi, delle grandi proteste, delle svolte e conquiste legislative. Conquiste epocali sul piano normativo: Legge 20/5/70 n. 300 sullo Statuto dei Lavoratori, Legge 1/12/70 n. 898 sul Divorzio, Legge 19/5/75 n. 151 sul Diritto di Famiglia -superava le norme del codice del 1942 e sanciva la parità dei diritti e doveri tra i coniugi, rimuovendo il modello autoritario e gerarchico della famiglia-, Legge Basaglia del 13/10/78 n.180 che considera i malati con disturbi psichici non  più irrecuperabili e pericolosi socialmente,  Legge 22/10/78, n. 194 che regola l’accesso all’aborto. Oggi leggi punto di riferimento.

Oltrepassiamo i sentimenti privati, entriamo nella storia, chi sono i protagonisti dell’incontro?

Giorgio Bazzega è il figlio del poliziotto Sergio ucciso da Walter Alasia in un conflitto a fuoco.   Alasia, giovanissimo brigatista di Sesto San Giovanni, quartiere proletario di Milano, aveva fatto parte del commando che gambizza nel suo studio legale l’avvocato Massimo De Carolis, esponente DC. Mesi dopo – è il dicembre 1976- la polizia accerchia la sua casa, il giovane spara sul vicequestore Vittorio Padovani e sul maresciallo Sergio Bazzega, tenta la fuga ma è colpito. Mortalmente. A suo nome nasce la colonna milanese delle BR, al suo funerale a commemorarlo l’operaio della Magneti Marelli Enrico Baglioni, poi passato a Prima Linea.

Manlio Milani è il marito di Livia, morta nella strage neofascista di Piazza della Loggia a Brescia.

Agnese Moro è la figlia dello statista Aldo ucciso dalle Brigate Rosse nel 1978.

Franco Bonisoli è il brigatista componente del Comitato esecutivo delle BR, è nel commando di fuoco che rapisce Moro in via Fani e uccide la scorta. Oggi è dissociato dalla lotta armata.

Adriana Faranda è un membro della colonna Romana delle Br, esponente dell’esecutivo al tempo del rapimento Moro. Oggi dissociata.

Fiammetta Borsellino è la figlia del giudice Paolo ucciso dalla mafia nel giugno 1992.

La storia degli anni ’70 e ‘80

La storia di quel ventennio che dovrebbe trapelare dai racconti personali resta sfumata, la storicizzazione -indispensabile per chiarire passaggi e situazioni, per mettere in risalto le scelte oggi rinnegate (il riferimento va ai br Faranda e Bonisoli) resta sullo sfondo. Battezzati gli anni di piombo, espressione anche equivoca che stigmatizza l’uso del piombo delle pallottole e non nello specifico l’area plumbea e soffocante prodotta dalle tante forme di violenza del tempo.

Dato certo è che sia stata una storia violenta, violente le parole gridate nei cortei e nelle manifestazioni di piazza nella fase embrionale del dissenso gridato, violento il passaggio al dissenso armato. Una violenza legittimata divenuta metodo per rispondere alla violenza delle stragi neofasciste, definite non a caso “stragi di Stato”, da quella di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969 a quella di Piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974 –unica rivendicata dalla destra eversiva- alle altre, quando si supera lo steccato della dialettica politica, si fuoriesce dall’ambito parlamentare e si diventa anche bisognosi di relazioni internazionali da cui avere sostegno e protezione. Un processo di cambiamento che si fa progetto rivoluzionario anche sorretto da illusioni rivoluzionarie per  rispondere al sinistro progetto della strategia della tensione con marcata regia atlantica che agiva larvatamente per destabilizzare al fine di stabilizzare e smagnetizzare la possibilità del PCI al governo.

La storia degli anni ’70 e ‘80 è complessa e plurintersecata da molteplici fattori, per questo non facile da esaminare e da far comprendere, storia di cui sono documentati i fitti intrecci con personaggi rimasti talora sconosciuti, con vicende degli apparati dello Stato e degli apparati occulti, con  complicità e coperture politiche e culturali e con il ruolo della criminalità servente – Cosa nostra, N’drangheta, Banda della Magliana, Massoneria deviata e P2 (Cfr. P. Zangla, Silenzio di piombo).

Agnese Moro, Faranda, Bonisoli …

Invecchiati, quasi irriconoscibili.

Agnese Moro ricorda la madre, Noretta, nel volto e nella corporatura, persino quando parla, ritornano alla mente le sedute ai processi. Ma ritornano alla mente anche le parole del testamento ai figli, l’intimo familiare dei Moro era segnato da dissidi interni fra i figli e la madre e dei figli fra loro, Fida è pregata di lasciare la casa in cui ha preso il sopravvento, tramite il fratello Giovanni, il Movimento Febbraio ’74 dell’avvocato Quaranta. Prima di morire la moglie dello statista scrive un testamento-lettera, reca la data del 9 gennaio 2006. Reso pubblico nel 2012. Uno scritto che mette a nudo vicende intime delicate, le sarà costato alla signora Moro consegnare ai posteri una famiglia divisa (Cfr. Patrizia Zangla Silenzio di piombo).

Faranda, discendente di una nobile famiglia di Tortorici (Messina), entra nelle BR alla fine del 1976, quando nasce la ‘colonna eretica’, quella romana. Come altre terroriste con caparbia determinazione abbraccia da protagonista la lotta armata da cui sembra, con altrettanta determinazione, essersene dissociata. Presente in Via Fani, condannata all’ergastolo nel 1983, libera dal 1994.

Molto non ha detto.

Non è mai stato chiaro il vero motivo dell’uscita dalle BR, peraltro sottraendo i soldi dell’organizzazione in un secondo tempo restituiti, sembra per contrasti nati dopo l’uccisone di Moro -studi rivelano crepe precedenti- quel rapimento che rispondeva a un preciso obiettivo: processare un elemento importante del sistema, rompere la nascente solidarietà tra PCI e DC, costringere quest’ultima a cercare un compromesso con le BR desiderose di riconoscimento politico, interrogare l’ostaggio e ricostruire dalle sue confessioni, obiettivi e meccanismi di funzionamento del SIM (Stato imperialista delle multinazionali).

Arrestata alla fine del maggio 1979 mentre si trovava in un appartamento di viale Giulio Cesare 47 a Roma con Valerio Morucci, brigatista e suo compagno all’epoca – anch’egli condannato all’ergastolo, dissociato nel 1985, libero dal 1994 – a casa di Giuliana Conforto, amica di Franco Piperno, fisico all’Università della Calabria, al tempo leader di Potere operaio e Autonomia operaia, arrestato a Montreal. Giuliana Conforto è la figlia di Giorgio, spia del Kgb, come documentato «Giorgio Conforto faceva anche il doppio gioco per i Servizi segreti Usa e italiani» (cfr. sostituto Pg Umberto Palma). L’avvocato difensore di Giuliana Conforto era Alfonso Cascone «un agente del Viminale» (cfr. dichiarazione Pg. Palma).

Da non trascurare -altro dato acclarato- che l’appartamento in via Gradoli 96, base brigatista durante il rapimento Moro, si trovava in uno stabile in cui vi erano appartamenti gestiti da società o persone riconducibili ai Servizi segreti, in particolare al Sisde. Faranda, testimone nel luglio 2021 a Bologna per il nuovo processo sulla strage del 2 agosto 1980, dichiara: «Non ero a conoscenza che in via Gradoli 96 ci fossero appartamenti riconducibili ai Servizi segreti e per quello che mi risulta non ho mai neanche avuto il sospetto che ci fossero contatti tra i brigatisti e i Servizi».

Bonisoli, arrestato il primo ottobre 1978 nella base-archivio di Via Montenevoso a Milano.

In carcere subito si schiera con gli irriducibili. Condannato all’ergastolo nel 1983, si dissocia, è libero dal 2001. Parlare di Bonisoli, di Reggio Emilia, significa parlare delle BR, è presente sin dalla genesi. Qui citiamo solo un fatto relativo al rapimento Moro, è il brigatista che spara più di tutti, gli altri hanno problemi con le armi che s’inceppano. Nel programma La notte della Repubblica, Zavoli gli chiede: -Chi prese le borse?-, risponde: -con precisione non lo so. Uno del nucleo, e so che le borse erano due…” . Zavoli rincara: -È sicuro fossero due? Bonisoli: -Sì-. Riguardo la destinazione delle borse dice che se ne occupò la Colonna romana.

Al processo la signora Moro dichiara: «I terroristi dovevano sapere come e dove cercare, perché in macchina c’era una bella costellazione di borse» (cfr. P. Zangla, Silenzio di piombo).

Alla necessità di chiarezza emotiva dovrebbe, no, deve corrispondere la chiarezza storica.

Fiammetta Borsellino -diciannovenne quando è ucciso il padre-, ha in comune con gli altri testimoni l’incontro con i carnefici del padre, i Graviano, Giuseppe e Filippo, riconosciuti responsabili della strage di via D’Amelio, ai quali si arriva grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. Nell’incontro in carcere -voluto da Fiammetta- i Graviano negano ogni addebito e si fanno beffa dell’attività del giudice. La vicenda Borsellino è storicamente diversa da quelle terroristiche, un solo dato per riflettere, il potere criminale mafioso è vitale mentre il terrorismo rosso è un cadavere, va anche sottolineato come dalla parte del colpevole non vi sia alcuna volontà né di incontrare la vittima, né di rivedere il proprio vissuto. C’è un altro dato per nulla irrilevante, entrambe queste vicende -terrorismo  rosso e assassinio di Borsellino- sono tortuose e non nitide, nel secondo caso -siamo innanzi al più grande depistaggio della storia repubblicana (sentenza Borsellino quater, 2017), ma accomunate sempre da qualcosa di sinistro, la presenza larvata dei Service di Intelligence, il ritratto del cinismo delle istituzioni, il disinvolto comportamento di politici dei partiti di allora -DC e PSI- i volti di affaristi e uomini di confine, anche dello Stato che a vario titolo entrano in questi fatti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *