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Conte chi? di Cosimo Recupero

C’è poco da fare. All’interno del M5S, o di quel che ne resta, il più figo del bigoncio non è sicuramente Conte ma Di Maio.

In meno di due settimane l’ex steward del San Paolo batte due a zero il professore e avvocato pugliese naturalizzato toscano con l’elezione del capogruppo al senato e la nomina della nuova direttrice del Tg1.

E già questa sarebbe una notizia. Se Conte avesse un briciolo di amor proprio dovrebbe dire così: “Sapete che c’è? Vi saluto e me ne vado!”

E invece niente. Il capo dei capi, almeno sulla carta, di quelli che dicevano che la politica non può essere una professione sembra aver appeso la toga al chiodo per gettarsi a capofitto in quel kindergarten che è appunto l’agone politico. Ma Conte paga lo scotto di quella che è la più grande anomalia del sistema politico italiano dalla distruzione dei partiti in poi; ovvero il fatto che, come tutti i grillini, ha agguantato la palma della vittoria senza nemmeno correre la corsa. Il M5S ha riempito le istituzioni, a tutti i livelli, di guitti improvvisati, gente che non aveva mai nemmeno sentito parlare di un consiglio comunale e che, nel giro di pochi mesi, come il fortunato vincitore di una lotteria, si è trovata in posti di responsabilità come la vicepresidenza della Camera o, addirittura, del governo. E questa circostanza ha creato una sorta di corto circuito mentale nella testa di tutte queste persone. Intanto perché a chiunque riesce difficile abbandonare una posizione di potere, qualunque essa sia. Ma soprattutto perché nella testa dei grillini si scontrano due pensieri fortemente in conflitto fra di loro: uno che li fa sentire dei Superman proprio per essere riusciti ad arrivare fin lì in pochi click (letteralmente) e l’altro che gli fa capire che, se non dovessero essere riconfermati, non avrebbero nessuna qualità non solo per ritagliarsi nuovi ruoli in politica ma, probabilmente, nemmeno da nessuna altra parte. Un bel dilemma, non c’è che dire.

Ai bei tempi della politica, per diventare Presidente del Consiglio bisognava cominciare dalla periferia. Consigliere comunale, magari assessore o sindaco, parlamentare per almeno una o due legislature e poi forse il grande salto a Palazzo Chigi. Conte invece non aveva sentito parlare di politica fino a qualche settimana prima dalla sua nomina alla guida del governo. Non era nemmeno candidato nelle liste dei 5 stelle, tanto per capirci. Il fatto di avere scalato così velocemente e senza alcun impegno le vette della politica deve avergli fatto pensare che forse Mattarella era solo il doppiatore della Provvidenza che lo chiamava direttamente a cotanta responsabilità. E quindi oggi gli riesce difficile pensare che possa essere messo da parte da un giovanotto scaltro e fotogenico ma senza nessun’altra qualità apprezzabile.

Diciamocelo chiaramente: Conte è diventato presidente del consiglio non tanto per le sue innate qualità politiche ma perché, nel nulla cosmico che era il vivaio grillino, lui almeno dava prova di aver letto qualche libro in vita sua.

Ha avuto solo una gran botta di cu… rriculum, insomma. Tutto qui.

E infatti, sulle qualità umane e professionali di Conte non si discute, ma forse gli manca la cosa più importante in politica: la grammatica. Se avesse avuto, non diciamo tanto, ma almeno le basi di questa arte nobilissima avrebbe dovuto capire che la sua nomina al vertice del 5 stelle non serviva affatto a dargli potere, ma a togliergli definitivamente quel poco di consenso che, bene o male, aveva costruito nei suoi anni a Palazzo Chigi.

E avrebbe dovuto capirlo da una serie di circostanze.

La prima: è stato nominato capo del movimento da quel Beppe Grillo il quale lo ha nominato per andare a dirigere un movimento che dice che i suoi capi non sono nominati dall’alto ma dalla gente con i click. E già qui la cosa avrebbe dovuto puzzargli. Perché se si fosse fermato un attimo a pensare avrebbe capito da solo che la sua nomina era illegittima sul piano legale (almeno secondo le regole del movimento) ma soprattutto sul piano della coerenza politica.

La seconda: mentre lui non ha nessun incarico istituzionale, Di Maio è ancora parlamentare e ministro degli esteri.

La terza: di fronte alle batoste elettorali che si susseguono come uno sciame sismico i proprietari del M5S hanno mandato avanti lui mentre loro se la facevano alla larga, proprio per evitare le secchiate di melma (per non dire altro) che gli italiani stanno riversando sul movimento. Avete per caso notizie di Grillo nelle ore successive alla sconfitta della Raggi al primo turno? E come dimenticare la conferenza stampa in solitaria, davanti a Palazzo Chigi, del Conte defenestrato? Lui era lì, da solo, mentre quelli che fino a tre ore prima giuravano “o Conte o morte” erano già alla corte di Draghi, per spuntare qualche posticino al calduccio.

Ma la cosa più importante che avrebbe dovuto far riflettere il professore è che gli era stata affidata la responsabilità di una nave che ormai imbarcava acqua da tutte le parti, impedendogli così di formare un partito tutto suo che, probabilmente, avrebbe raggiunto un rispettabile sei od otto per cento, tutto eroso proprio ai grillini.

Insomma, Conte della politica non ha capito una mazza, con tutto il rispetto. E l’aver accettato l’incarico di comandante di una nave con l’equipaggio già ammutinato lo condannerà a sparire definitivamente quando, fra poco più di un anno, la disfatta del movimento sarà definitiva e quei pochi che saranno rimasti non si ricorderanno più nemmeno di lui. Ed a quanti gli chiederanno che fine ha fatto Conte, i più risponderanno con un laconico: Conte chi?

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