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La Cgil di Landini verso il pansindacalismo o il laburismo?

La Cgil di Landini verso il pansindacalismo o il laburismo? di Maurizio Ballistreri

Dal palco della manifestazione sindacale contro il fascismo di piazza San Giovanni a Roma, il leader della Cgil Maurizio Landini non si è limitato all’appello per la difesa della democrazia contro la violenza squadrista, ma ha colto l’occasione per rilanciare i temi dell’occupazione, dei diritti del lavoro, di un nuovo Welfare.

E così, il segretario della Cgil ha evidenziato l’assenza della sinistra italiana su questioni fondamentali, che implicano il rapporto con la sua base tradizionale di tipo popolare, che rischia sempre più di essere abbacinata dalle sirene populiste.

Insomma, un’iniziativa non solo sindacale ma anche politica, che sembra riprendere quella sviluppata al tempo della leadership della Fiom, la “coalizione sociale”, e che ha fatto scrivere di un ritorno, da parte dei custodi di un Pd tecnocratico e blairista, al pansindacalismo degli anni ’70, il modello sindacale cioè, che in autonomia dai partiti è direttamente impegnato, anche attraverso il conflitto, a correggere le asimmetrie provocate dal mercato, e che fu sostenuto, in particolare in quegli anni, dai leader della Federazione unitaria dei metalmeccanici, Bruno Trentin, Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto.

In verità, le rivendicazioni del segretario della Cgil riecheggiano non il pansindacalismo, ma alcune tendenze della tradizione del riformismo sociale.

Si deve ricordare che nell’Inghilterra di fine ‘800 le Trade Unions, per sostenere le proprie richieste in favore di una legislazione sociale, promossero la nascita del Labour Party, a lungo “cinghia di trasmissione” riformista del sindacato, ribaltando il modello di rapporti tra il partito e il sindacalismo operaio di ispirazione leninista. E in Italia, il leader della prefascista Confederazione Generale del Lavoro (Cgdl) Rinaldo Rigola, pur vicino alle posizioni del leader del riformismo socialista italiano Filippo Turati, sostenne l’ipotesi di un “partito del lavoro”, poi ripresa nel dopoguerra dal primo segretario della Uil Italo Viglianesi (non senza polemiche con la stessa socialdemocrazia di Giuseppe Saragat, con cui l’Unione del Lavoro era collegata sul piano politico).

L’iniziativa di Landini sembra volere colmare il deficit sulla grande questione sociale da parte del Pd, riproponendo il modello del sindacato “soggetto politico”, che si confronta direttamente con le istituzioni e i partiti non solo sugli interessi dei lavoratori e dei pensionati ma anche sull’assetto complessivo della società, oltre la concertazione su cui insistono invece Cisl e Uil, e che ha portato riscontri in un’area importante del sindacalismo autonomo, qual è quella rappresentata dalla Confial di Benedetto Di Iacovo e dalla Confsal di Raffaele Margiotta, che hanno espresso solo alla Cgil l’adesione alla manifestazione del 16 ottobre.  

I prossimi mesi saranno decisivi per comprendere se la strategia di Landini è solo “tattica”, per coprire la regressione sui temi sociali della sinistra, oppure se “strategica” con un nuovo protagonista nello scacchiere politico italiano.

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