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Stato-mafia: Diritto e Storia non sono coincidenti

SENTENZA TRATTATIVA STATO-MAFIA: DIRITTO E STORIA NON SONO COINCIDENTI di Patrizia Zangla

La sentenza della Corte di assise di appello sulla Trattativa Stato-Mafia lascia perplessi. Quando sarà disponibile potremo leggere le motivazioni, ora possiamo aprire a più ragionamenti.

“Il fatto non costituisce reato” ha detto il presidente della corte d’appello di Palermo assolvendo Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni.

È la sentenza d’appello sulla “Trattativa Stato-mafia”che ribalta il primo giudizio, smantella l’impianto accusatorio della procura di Palermo e sfilaccia l’inchiesta.

Il fine è dunque sconfessare il teorema Stato-mafia e far cadere la consequenziale tesi del nesso che lega la Trattativa a via D’Amelio?

La strage di via D’Amelio ci riporta a Palermo, al lontano 19 luglio 1992, attentato in cui perdono la vita il giudice Borsellino e la sua scorta, a distanza di pochi mesi dall’uccisione di Giovanni Falcone saltato in aria il 23 maggio sull’autostrada A29 nei pressi di Capaci. Col giudice, la moglie e la scorta.

“Un nido di vipere” così Paolo Borsellino ebbe a definire il suo ufficio alla Procura di Palermo.

“Covo di vipere” che trova anche chi cerca di comprendere e mettere insieme pezzi e frammenti di storia.

 Il punctum dolens

Un passo indietro. Torniamo alla pronuncia d’appello del “Borsellino quater”, le motivazioni della Corte d’assise di appello di Caltanissetta riferiscono l’ipotesi che vede Paolo Borsellino ucciso dalla mafia «per vendetta e cautela preventiva». La prima, “la vendetta”, come conseguenza all’esito del maxiprocesso, la seconda, la “cautela preventiva”, relativa alle sue indagini.

Ecco, il punctum dolens, le sue indagini. I suoi sospetti. I suoi ragionamenti riportati sulla sua agenda. Agenda rossa scomparsa.

Ma anche le sue esternazioni e confidenze alla moglie; il giorno prima dell’attentato, le riferisce  che “non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, ma i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò accadesse”. Tra le ultime indagini anche quelle relative al troncone “Mafia e Appalti”. Non era una novità l’attenzione al coinvolgimento di Cosa Nostra al settore degli appalti pubblici, già Giovanni Falcone aveva compreso il legame fra politica e imprese aggiudicatarie degli appalti. Quel fitto e antico legame fra mondo imprenditoriale, politico e mafioso. Falcone dunque andava fermato, per quello che aveva fatto e perché avrebbe potuto ricevere la nomina di capo della Direzione Nazionale Antimafia. E andava fermato anche Paolo Borsellino. Immediatamente.

Ed ecco che di nuovo il veleno delle vipere avvelena la ricostruzione storica.

Dati certi si diceva. Certo è che l’arrivo di Borsellino nel nuovo ufficio della Procura di Palermo è avvertito con preoccupazione Cosa Nostra, Pino Lipari, vicino ai vertici dell’organizzazione mafiosa, lo aveva commentato asserendo che avrebbe creato fastidi a “quel santo cristiano di Giammanco”.

La Trattativa

Torniamo alla Trattativa.

Ora molti intorpidiscono le acque putride. Se ne parla come di una narrazione forzata, nata a tavolino da alcuni ostinati giudici manichei e politicizzati, mossa da un chiaro fattore criminocentrico, che alcuni leggono come pregiudizio mafiocentrico,  vale a dire quello che vuole l’esistenza di un terzo livello a carattere politico-massonico-mafioso.

Un livello tanto sfuggente da essere inesistente. Ma non sempre quanto sfugge non esiste. Come ci insegna la filosofia aristotelica, la Logica per antonomasia, è il cercare la grande risorsa. Solo cercando possiamo chiarire se esiste o se non esiste qualcosa. Che significa? Significa che bisogna cercare ancora. Il problema è l’acqua putrida e avvelenata.

Antonio Ingroia -pm antimafia cui si deve il procedimento penale sulla Trattativa  Stato-mafia- ha commentato la sentenza d’assoluzione messa dai giudici di secondo grado. Non si è detto sorpreso, perché anticipata dall’assoluzione dell’allora ministro Calogero Mannino, tuttavia si attendeva “una riforma parziale della sentenza”, non l’assoluzione “di tutti i colletti bianchi”.

Ha aggiunto: “E’ una sentenza double face, conferma la sostanza dell’impianto accusatorio della Procura di Palermo, perché nel momento in cui condanna i mafiosi, riconosce che la minaccia c’è stata».

Più dati scaturiscono dalla sentenza. A Leoluca Bagarella è riqualificata la pena, a Antonino Cinà sono confermati 12 anni. Antonino Cinà è l’uomo del Papello. Ora, se si condanna l’uomo del Papello, logica suggerisce che il Papello ci sia stato. In questo aggrovigliato modus operandi si afferma quanto si smentisce perché si condanna una persona -appunto Cinà-  affermando l’esistenza di quanto l’ha prodotta, dunque affermando che c’è stata la minaccia di una Trattativa.

Andiamo alle assoluzioni dall’accusa di minaccia degli ufficiali dell’Arma dei carabinieri, gli ufficiali del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno e del senatore Marcello Dell’Utri, che in primo grado avevano avuto condanne pesanti.

Il reato non c’è. Da qui la loro assoluzione.

A riguardo Fiammetta Borsellino ha invece dichiarato: «Io non li ho mai assolti gli ufficiali dei Carabinieri, ma ho avuto sempre molti dubbi, oggi confermati dalla giustizia con la sentenza di appello”, e rimarca piuttosto il clima ostile dentro la Procura di Palermo in cui operava il padre Paolo, fatto che ci riporta al Procuratore Giammanco. Parere opposto a quello dello zio, Salvatore Borsellino, che argutamente osserva: “Bagarella e Cinà non possono aver fatto la trattativa da soli”.

C’è un altro rischio sotteso, le implicazioni sociali e storiche di questa sentenza.

Come è letta dalla gente comune poco avvezza al diritto? Rischia di condurre a cambiare la percezione dei fatti agli occhi dell’opinione pubblica.

Molti commentatori e politici semplificano, banalizzano, talvolta confondono i dati.

Viene applicata la facile tautologia: chi non paga non è colpevole, chi paga lo è. Colpevole è dunque Cinà, che paga, gli altri non sono colpevoli perché non pagano.  

Si apre qui l’altro versante scabroso: l’assoluzione di Mario Mori, Giuseppe De Donno, Antonino Subranni e Marcello Dell’Utri dall’accusa di “minaccia contro un corpo dello Stato”.

«Bagarella è stato condannato per tentata minaccia, mentre Dell’Utri è stato assolto con formula piena. Evidentemente significa che non venne portata nessuna minaccia a Berlusconi e al suo governo. Però un pm malizioso potrebbe dire non aveva bisogno di usare minacce per convincere Berlusconi a fare qualche favore alla mafia. Ma se Bagarella ha tentato di portare la minaccia, sembrerebbe che lui qualcosa ha fatto, con qualcuno ha parlato, e questo qualcuno potrebbe essere, direttamente o indirettamente, Dell’Utri. Solo che poi l’ex senatore a sua volta non ha veicolato questa minaccia da parte di Cosa Nostra, o quantomeno non è dimostrato» (Dichiarazione di Antonio Ingroia).

Altro quesito, fra i tanti, ancora insoluto: cosa di fatto avrebbe accelerato la decisione di morte di Paolo Borsellino?

Secondo questa sentenza, la Trattativa non sembrerebbe essere stata elemento-acceleratore,

e allora cosa?

Il dossier Mafia e Appalti come riferisce il processo Borsellino ter? Quel dossier -dei generali Mori e De Donno- archiviato il 15 luglio a pochi giorni prima della strage di Via D’Amelio. Il giorno prima, il 14 luglio, sembra che Borsellino ne avesse chiesto conto senza esito. Eppure è agli atti – dichiarazione di Giovanni Brusca- quel dialogo segreto dei carabinieri del Ros con l’allora sindaco di Palermo, Vito Ciancimino. Quando Brusca riferisce le parole di Totò Riina del giugno 1992:

“Si sono fatti sotto, dobbiamo dare un altro colpetto”.

‘Un colpetto’ per alzare il prezzo della Trattativa in corso, dando mandato di organizzare la strage di via D’Amelio.

Le conclusioni?

La corte d’appello di Palermo ci dice che la Trattativa c’è stata, ma non costituisce reato, vale a dire, i fatti esistenti non sono penalmente rilevanti, ma sono esistenti.

Una formula giuridica che dice molto più di quanto sembra.

Dice che gli ex ufficiali del Ros – condannati in primo grado per minaccia a corpo dello Stato – hanno avuto contatti con la mafia -lo hanno ammesso anche loro-, ma lo hanno fatto nell’ambito del loro lavoro. Come dire, per “ragion di Stato”.

L’assoluzione di Marcello dell’Utri, già senatore di Forza Italia, ci dice invece che non ha commesso quel  fatto. Sembrerebbe – le motivazioni dovrebbero confermarlo- che non sia penalmente rilevante che un uomo dello Stato si faccia portatore di una richiesta da parte di cosa Nostra, in una fase storica in cui si vive una stagione stragista.

Ovvio chiedersi: è lecito dunque che un uomo dello Stato si interfacci con Cosa Nostra. Non è forse questa una minaccia per lo Stato?  

Il processo penale ha fatto il suo -manca il terzo grado di giudizio- alla ricostruzione storica spetta di proseguire la sua indagine. La sentenza tramortisce, ma la mancata individuazione di responsabilità penali non pregiudica lo sforzo ricostruttivo storico, anzi. L’esegesi e l’interpretazione storiografica sono spesso altro da quella giudiziaria. 

Resta evidente il dato storico: l’esistenza di vicende complesse e oscure della storia italiana dalla metà degli anni ’60 ad oggi, che comprende l’evoluzione di Cosa nostra e le sue articolazioni e intersecazioni con poteri e potentati.

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