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VIRUS, VACCINI E (DIS)INFORMAZIONE MEDIATICA

         VIRUS, VACCINI E (DIS)INFORMAZIONE MEDIATICA di Giuseppe Ruggeri

Il drastico abbassamento dei ricoveri ospedalieri nelle Nazioni dove si sta correttamente svolgendo la campagna vaccinale segnala che è ora di dire basta all’allarmismo mediatico che, fin dall’inizio della pandemia, tiene con il fiato sospeso milioni di cittadini in tutto il mondo. Un allarmismo che vorrebbe guidare – e quindi assecondare – i più profondi e irrazionali istinti togliendo ogni evidenza alla realtà che invece ci sta davanti. E questa realtà oggi ci dice che la somministrazione a tappeto dei vaccini, oltre ad abbassare sensibilmente la soglia dei contagi, fa sì che l’infezione da SARS-Cov2, se contratta, abbia un decorso lieve quando non addirittura asintomatico.

Nessuno ha mai pensato, a rigor di scienza, che la tecnica di prevenzione vaccinale riparasse dal rischio contagio, atteso che l’attivazione del sistema immunitario non è mai uniforme, ma varia da soggetto a soggetto in ragione di età, patologie presenti, condizioni ambientali esterne. In ogni caso, una pur minimale trasmissione di agente virale patogeno è possibile anche da parte di soggetti in cui la vaccinazione ha regolarmente attecchito. Tutto questo, però, non conclama una condizione di emergenza come ancora qualche “guru” dell’informazione mediatica vorrebbe far credere. Perché molte, troppe testate di tutto il mondo hanno vissuto – e vivono ancora – di quest’allarmismo che ha francamente stancato – e sfiancato – gli animi, oltre a generare rabbia per la continua, e a volte intenzionale, irragionevolezza che lo governa.

Qualcuno, per fortuna, finalmente se ne accorge. Come la Fondazione Gimbe, che dal 1996 lavora nel settore della realizzazione di progetti di ricerca in sanità e collabora con il Centre for Evidence Based Medicine di Oxford. “A fronte dell’aumento dei contagi” riferisce questa fonte “ricoveri e decessi risultano (almeno per ora) sostanzialmente in discesa”. Un quadro complessivo che giustifica, per esempio nel Regno Unito, la decisione di Boris Johnson di riaprire, nonostante i circa 15-000-18.000 contagi al giorno determinati dall’elevata circolazione della variante “delta” del virus, considerato che il numero delle ospedalizzazioni e delle morti si mantiene basso. Dato che, registrato anche in Italia, dovrebbe una volta per tutte cambiare i criteri che sovrintendono alla famigerata “colorazione” in zone dell’intero territorio nazionale. A far testo, in era vaccinale, non possono né devono far testo i numeri dei contagi, ma piuttosto quelli del ricoveri che sono la cartina al tornasole della gravità dell’infezione indotta da SARS-Cov2.

Da epidemiologo, non posso fare a meno di osservare, a riguardo, che il vantaggio offerto dalla vaccinazione di massa – di cui sono e resto convinto sostenitore – è duplice, poiché oltre a ridurre gli effetti clinici dell’infezione essa svolge un ruolo decisivo nella selezione di varianti – e oggi se ne contano più di 700 – che si caratterizzano sia per la maggior diffusività sia per la minor gravità delle manifestazioni morbose che inducono. Ed è proprio questo il motivo principale per il quale in corso di pandemie – e, in ciò, quella presente rappresenta un’eccezione alla regola – non bisognerebbe effettuare campagne vaccinali, responsabili di un’attività virale sempre più protesa a modificare il proprio genoma per difendersi dall’assalto degli anticorpi prodotti dall’inoculazione.

“E’ necessario” è il parere dell’immunologa Antonella Viola, dell’Università di Padova ”gestire il SARS-Cov2 come il virus influenzale, dal momento che esso continuerà a circolare. Ci contageremo, ma saremo protetti dalle forme gravi della malattia grazie ai vaccini. Finché la risposta immunitaria generata dalla vaccinazione terrà vuoti gli ospedali non dovremo fare altro”.

Questo, e non altro, significa “convivere con il virus”. Avete capito, terroristi dell’informazione? 

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