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Segreti dei collaboratori di giustizia di Patrizia Zangla Parte 3°

Segreti e “pazzia” dei collaboratori di giustizia di Patrizia Zangla Parte III

Mafia e politica: Don Tano Badalamenti e i segreti di Andreotti; i collaboratori di giustizia Nardo Messina e Leuccio Vitale, il pazzo nel manicomio di Barcellona Pozzo di Gotto.

Dopo le stragi del 1992, Buscetta dichiara: “Chiamai Martin – il procuratore americano Dick Martin- e gli dissi: è arrivato il momento di parlare di mafia e politica”.

Il 20 ottobre 1983 quando Buscetta è arrestato a San Paolo, con lui c’è Leonardo, il figlio di don Tano, il padrino “posato” dalla Commissione (sembra per aver ordinato l’uccisione di Francesco Madonia vicino ai Corleonesi). In gergo mafioso posato non significa espulso come Buscetta che riceve la sanzione di morte in quanto collaboratore di giustizia, ma privato della garanzia della “Famiglia”. Per questo dal 1978 don Tano vola in Brasile a San Paolo, da dove continua la gestione del traffico di stupefacenti da Palermo verso gli Stati Uniti, proseguita anche dopo la “seconda guerra di mafia” col placet del clan vincente dei Corleonesi, perché è il clan perdente ad avere la relazione antica coi Gambino di Brooklyn.

Gaetano Badalamenti, gli incontri con Buscetta in Brasile

Riconosciuto capo dei capi di Cosa nostra, don Tano è il massimo imputato dell’inchiesta “Pizza Connection” condotta dal dipartimento del FBI (vi collaborano i membri del pool antimafia di Palermo) sul traffico di stupefacenti fra il 1979 e il 1984.

È lui che firma la condanna a morte del giovane giornalista e attivista Peppino Impastato (Cinisi, 9 maggio 1978). 

Badalamenti, sopravvissuto alla guerra dei corleonesi, da sempre vicino a Buscetta, con la differenza che non collabora con la giustizia, è intervistato nel carcere federale di Memphis negli Stati Uniti, dove sta scontando la pena. Il colloquio verte sugli incontri brasiliani fra i due uomini d’onore.

Don Tano ha un aspetto dimesso, ma è molto sottile nelle sue osservazioni, messo al corrente delle sue risposte, Buscetta chioserà “è il Richelieu della Cosa nostra”. 

I due si sono incontrati tre volte in Brasile. Nel primo incontro -è l’alba della seconda guerra di mafia- Badalamenti vorrebbe che Buscetta tornasse in Sicilia. Buscetta si rifiuta.

Nel secondo incontro l’argomento è il generale Dalla Chiesa, per Buscetta ucciso perché in possesso dei documenti di Moro e non perché avesse danneggiato la mafia. Badalamenti lo smentisce, asserendo che in quell’occasione non hanno parlato del generale. Buscetta replicherà che è impossibile non ne abbiano mai parlato nei loro incontri dal momento che il generale è persona nota ad entrambi – dal 1949 di casa in Sicilia dove era stato istituito il “Comando forze repressione banditismo” per contrastare  le bande di criminali, e a Corleone, dove si stava imponendo il padrino Luciano Liggio, per indagare sulla scomparsa-omicidio del sindacalista Placido Rizzotto-, e aggiunge: “Noi siamo mafiosi. Siamo abituati a negare”. 

Nel terzo incontro -avvenuto fra il 1982 e il 1983- il tema è Mino Pecorelli, titolare di segreti che avrebbero messo in difficoltà Andreotti. Badalamenti su questo punto non risponde all’intervistatore, dice che vorrebbe, ma “c’è il procedimento in corso”.

Sembrerebbe un’ammissione.                                                                            

Badalamenti aveva inoltre confidato a Buscetta di essersi incontrato a Roma nello studio privato di Andreotti con uno dei cugini Salvo e Filippo Rimi, suo cognato, per ringraziarlo dell’interessamento mostrato nei suoi confronti: “in relazione all’interessamento svolto da quest’ultimo per un processo in Cassazione riguardante Rimi Filippo”. Rimi -riferisce Buscetta- “nella fase di merito del processo è condannato all’ergastolo, ma poi il giudizio della Corte di Cassazione era stato a lui favorevole”.

Perentoria la risposta di don Tano all’intervistatore: “Non ne posso parlare, vorrei, ma non posso, il procedimento è in corso. Buscetta dirà: “è un’ammissione”.

Al Processo Andreotti si rilevano discrasie nella deposizione di Buscetta, fra i termini interessamento e ringraziamento: Andreotti ringraziato “per l’assoluzione del cognato e del padre che erano stati assolti in Cassazione”.

A riguardo, non va trascurato che Buscetta si esprime chiaramente, ma con italiano-siculo-americano.

C’è una coda: Badalamenti aveva anche riferito a Buscetta che in quell’occasione il senatore si era congratulato dicendo che uomini come lui “ce ne voleva uno per ogni strada di ogni città italiana”.                                                          

Buscetta deciderà di non parlare più: “Se io farò i nomi di uomini politici, io verrò preso per pazzo”.

Pazzo come accaduto a Leonardo Vitale, primo uomo d’onore ‘pentito’ per motivi di coscienza.

Prima della vicenda di Vitale, c’è un passaggio da illuminare, riguarda il collaboratore di giustizia Leonardo Messina.

Il dottore (Paolo Borsellino, ndr) mi disse: -A noi serve solo la verità, non le congetture o i pensieri. E così ho iniziato a collaborare parlando per ore con lui-”. Questo dichiara al processo Trattativa Stato-mafia, Narduzzo Messina, collaboratore di giustizia con cui il giudice Borsellino si intrattiene per due giorni prima di morire. È il 17 luglio 1992, la vigilia della strage di via D’Amelio, il loro ultimo incontro. Un addio.

Borsellino è visibilmente nervoso, accende e spegne senza sosta una sigaretta, lo congeda con un secco:

 “Signor Messina, non ci vediamo più è arrivata la mia ora. Non c’è più tempo. La saluto”.  

 Parole che oggi lasciano un’eco ancora più greve.

Leonardo Messina, collaboratore di peso

Uomo di fiducia di Giuseppe Madonia, Piddu, capo-mandamento di Vallelunga Pratameno (Caltanissetta). Dall’aprile 1982 affiliato alla famiglia di San Cataldo, arrestato dieci anni più tardi e subito pentito. Messina spiega che a questo passo contribuisce il funerale alle vittime dell’attentatuni di Capaci, le parole della vedova dell’agente di scorta Schifani. 

Lo straziante:  « Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani — Vito mio — battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato — lo Stato… — chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia. Adesso».

È tra gli ultimi soldati di Cosa nostra interrogati da Borsellino come Gaspare Mutolo. Asparino, sicario di Cosa nostra che farà il nome di Bruno Contrada e racconta del suo avvicinamento a Cosa nostra: “Riccobono mi racconta che Contrada è cosa sua”.

Le deposizioni di Messina sono ritenute attendibili dalle procure di Caltanissetta e Palermo.

Nelle sue dichiarazioni a Borsellino e a Vigna, Messina parla anche di Lima e Andreotti. Conosce molto delle segrete cose di Cosa nostra intessute con ‘Ndrangheta, massoneria deviata e politica fino al 1992, confermate al processo Trattativa Stato-mafia del 2013. 

La sua deposizione porta all’arresto di 203 uomini d’onore. È l’Operazione Leopardo,rivela come Cosa Nostra governi appalti e uomini politici, indica inquietanti rivelazioni sulla Massoneria deviata e i suoi rapporti con Cosa Nostra. Mandati di cattura per associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione e voto di scambio sono eseguiti in Sicilia, Piemonte, Lombardia, Lazio, Calabria. Ecco gli affari occulti di una provincia sicula finora lontana dalle inchieste antimafia, le relazioni mafia – politica, i rappresentanti dei partiti di Caltanissetta eletti a Montecitorio: si è accesa la luce sulla Sicilia meridionale dove agisce anche la “Stidda” di Gela, gli uomini d’onore non organici alla Cosa Nostra.

Leonardo Messina sa tanto.

Sicario di Piddu Madonia, mafioso di seconda generazione che estende il suo potere su Caltanissetta, Agrigento, in alleanza con i catanesi di Santapaola, e, attraverso il legame di sangue con Riina, comanda anche a Palermo. Il padre Francesco, uomo d’onore fraternamente legato a Luciano Liggio, alleanza proseguita con Riina. Ufficialmente Piddu è un imprenditore col fiuto per i grandi appalti e la fedina penale pulita, senza le dichiarazioni di Messina sarebbe passato inosservato, fino al giorno in cui qualcuno lo avvisa: “Scappa, ti stanno venendo a prendere”.

Arrestato il 7 settembre 1992 nel vicentino in un’operazione della massima riservatezza perché Madonia è la cupola di Cosa nostra, esibisce una carta d’identità a nome di Caleffo Mario di professione medico chirurgo.

Incredulo dice: “Come avete fatto a trovarmi?”.

Piddu Madonia è tuttora al 41 bis.

Le rivelazioni di Leonardo Messina fanno tanto rumore.

C’è un nome importante messo a verbale, quello del senatore Giulio.

Per la prima volta Giulio Andreotti è indicato come referente politico di Cosa Nostra.

Per la prima volta si dichiara che Giulio Andreotti è “punciuto”, vale a dire formalmente affiliato a Cosa nostra. 

In sequenza i dati della primavera-estate 1992: il 12 marzo è ucciso Lima – stava preparando il comizio di Andreotti a Palermo per le politiche- il 23 maggio muore Falcone, il 19 luglio perde la vita Borsellino, pochi giorni prima Messina e Mutolo sono gli ultimi a parlare con Borsellino, il 7 settembre è catturato Piddu Madonia.

Messina aveva dichiarato a Borsellino -ribadito nel 2013 al processo Trattativa Stato- Mafia-:

 “Lillo Rinaldi che frequentava Piddu Madonia disse che Andreotti era punciuto.

Andreotti e  Lima erano i politici che dovevano garantire che il maxiprocesso sarebbe stato assegnato al giudice Corrado Carnevale in Cassazione, non ci sarebbero stati problemi. L’ottimismo cessa quando i politici si allontanano, e non riescono a fare assegnare il processo a Carnevale. C’è stato un momento in cui in Cosa nostra si decise di non votare più per la Democrazia Cristiana ma per i socialisti. Io ho ricevuto ordine preciso di votare e far votare per i socialisti. L’onorevole Claudio Martelli quando è arrivato al potere, scavalcando l’ala craxiana, non ha mantenuto i patti, io non partecipavo alle riunioni ma venivo messo a conoscenza delle decisioni prese.”

Messina parla anche del coordinamento tra Cosa nostra e ‘Ndrangheta, di legami con massoneria deviata e pezzi della Stato, del ruolo di Licio Gelli, dell’idea di Leoluca Bagarella -fratello di Ninetta, moglie di Riina- di creare una Lega Meridionale per una Sicilia libera allo scopo di raggiungere una secessione. 

“Mi trovai a conversare con Borino Miccichè”- continua-: “Umberto Bossi era andato a Catania io che consideravo fosse un nemico della Sicilia dissi -Perché un’altra volta che viene qua non l’ammazziamo?- Il Miccichè rispose -Ma che sei pazzo- Bossi è giusto. Spiego che era un pupo di Gianfranco Miglio, espressione di una parte della DC e della massoneria con a capo Giulio Andreotti e Licio Gelli, che sarebbe nata una Lega del Sud” .

Nelle audizioni alla commissione parlamentare Antimafia il 4 dicembre 1992 aggiunge:

Molti degli uomini d’onore , cioè quelli che riescono a diventare dei capi appartengono alla massoneria”. 

 “Cosa Nostra che la stessa in Calabria come in Sicilia era alla ricerca di un compromesso.

 Con l’interesse ad arrivare al potere coi propri uomini che sono la loro espressione: non saranno più sudditi di nessuno… Cosa Nostra deve raggiungere l’obiettivo qualsiasi sia la strada”. 

In un successivo interrogatorio:  “Cosa Nostra la massoneria o una parte della massoneria sono stati sin dagli anni ‘70 un’unica realtà criminale integrata”.

È il desiderio di avanzamento di Cosa Nostra: diventare Stato in un progetto concepito dalla massoneria. Quel progetto viene abbandonato. 

In sequenza. 1992 alle elezioni politiche si registra il successo della Lega Nord, secondo partito dopo la Dc. 1993, 27 maggio: strage di via dei Georgofili a Firenze; 27 luglio: strage di via Palestro a Milano. Certo, difficile pensare a un mandante rozzo come Riina.

Gennaio 1994, nasce Forza Italia, nuova forza politica di centro-destra.

Continuiamo a raccontare dei collaboratori di giustizia.

 «A differenza della giustizia statuale, la mafia ha percepito l’importanza delle propalazioni di Leonardo Vitale e nel momento ritenuto più opportuno lo ha inesorabilmente punito per aver violato la legge dell’omertà. È augurabile che almeno dopo morto Vitale trovi il credito che meritava e che merita» (Giovanni Falcone).

Leuccio Vitale, primo collaboratore di giustizia

Leuccio, nipote di Giovan Battista Vitale, Titta, capo riconosciuto di Via dei Cappuccini a Palermo. Affiliato alla famiglia nel 1958, di cui racconta la ritualità, iniziazione in cui rientra l’uccisione di un mafioso rivale di nome Mannino. Leuccio, poco più che adolescente, vive con la madre e una sorella, compie rapine e delitti, ha una bella fidanzata e gira spavaldo su una auto sportiva. Diventa capodecina, vicino a Pippo Calò.

Per la prima volta arrestato nel 1972. La detenzione di una settimana all’Asinara lo cambia per sempre: durante l’isolamento manifesta segni di squilibrio mentale, convulsioni, pratiche di coprofagia, viene sottoposto dai medici all’elettroshock.

Si presenta spontaneamente alla questura di Palermo, è il marzo 1973, il vicequestore è Bruno Contrada. In una notte racconta quello che sa.

Si autoaccusa di omicidi e reati. Rivela delitti, sequestri, estorsioni persino quelle non denunciate, fa il nome del giornalista scomparso Tullio De Mauro -indagava sul caso Mattei- che associa a un attentato al vetriolo.

Rivela l’esistenza della Commissione di Cosa Nostra, organo ancora sconosciuto, spiega l’organizzazione di una Famiglia mafiosa e i suoi riti di iniziazione. Situazioni ed elementi circostanziati, come il nome di molti mafiosi: Riina, Calò, e altri e nomi insospettabili come Vito Ciancimino, sindaco di Palermo.

Condannato a 25 anni, è dichiarato seminfermo mentale.

A un anno dal suo pentimento, Cosa nostra strangola e scioglie nell’acido il vecchio capo Giovan Battista Vitale, si ritiene stia proteggendo il nipote dai propositi omicidiari di vendetta di Cosa nostra.

La pratica è indicata al processo a Cosa nostra dalla deposizione di Vincenzo Sinagra: “Mettevano la gente dentro l’acido e diventava liquido”.

Dall’Ucciardone Leonardo è trasferito al manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), dove trascorre sette anni fra sprazzi di lucidità in cui continua a ripetere ciò che sa e fasi di alterazione mentale, raggiunge forme di autolesionismo, si apre il ventre e dà a fuoco alla sua cella.

A pochi mesi dalla dimissione, dicembre 1984, è freddato con due colpi di lupara alla testa.

Cosa nostra gliela aveva giurata.

Le sue dichiarazioni destabilizzano il tradizionale mondo mafioso, analogamente quello della magistratura.

Vitale infrange il codice d’onore di Cosa nostra, è dunque un pazzo. I parenti dicono: “nisciu pazzu”, “così ci fa dire a testa”.

Dichiarato pazzo, pertanto inattendibile.

Un criminale che si pente è ritenuto pazzo, la giustizia mafiosa fa il suo regolare corso, vendicandosi, la giustizia italiana invece si fa cogliere impreparata dalla portata di un simile comportamento.

A margine una nota. Se Tommaso Buscetta avesse parlato al giudice Falcone degli intrecci mafia e politica, la storia del nostro Paese sarebbe stata diversa.

Dal carcere di Parma, dove era detenuto, Totò Riina intercettato nell’ora d’aria mentre parlava con Alberto Lorusso, boss pugliese, rivendicava le stragi e si vantava di aver fatto fare la “fine del tonno” al giudice Falcone. Nel 2013 auspicava di poter colpire il pm Nino Di Matteo -rappresentante dell’accusa nel processo per la presunta Trattativa tra Stato e mafia, oggi alla Direzione nazionale antimafia-.

 Con la solita spocchia diceva:

 «In questo processo, questo pubblico ministero di questo processo che mi sta facendo uscire pazzo, per dire, come non ti verrei ad ammazzare a te, come non te la farei venire a pescare, a prendere tonni.

Ti farei diventare il primo tonno, il tonno buono. Ancora ci insisti?».

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