primo piano

Segreti e “pazzia” dei collaboratori di giustizia

Segreti e “pazzia” dei collaboratori di giustizia: l’omicidio Pecorelli, il processo Andreotti di Patrizia Zangla – Parte II

Le rivelazioni dei collaboratori di giustizia acclarano quanto sottotraccia: la relazione fra criminalità organizzata e poteri extraistituzionali e settori devianti dello Stato.

Sono i Vitale, i Buscetta, i Contorno, i Mannoia a fornirci le chiavi d’ingresso di Cosa nostra, senza sfondare porte.

Masino Buscetta

Non adduce motivi di coscienza, né religiosi, Tommaso Buscetta è il primo collaboratore di giustizia convinto. Non vuole essere chiamato ‘pentito’.

Deposizioni lucide, precise, non hanno avuto smentita.

“Sono stato e resto un uomo d’onore”, chiarisce al processo di Palermo.

Arguto, carismatico, lungimirante, un mafioso atipico. Intimamente uomo d’onore, non scende a compromessi. Estradato, nel viaggio di ritorno in Italia, ingerisce un milligrammo e mezzo di stricnina, salvato in extremis, matura il convincimento che i cambiamenti interni a Cosa nostra gli sono intollerabili, tre giorni dopo è di fronte a Falcone, parla per 45 giorni. Instaura una particolare sintonia, lo definisce “un faro”, distingue lo Stato dal giudice Falcone, “uomo di Stato”.

Avrebbe potuto continuare a parlare, si ferma sugli intrecci mafia-politica, dichiara che lo Stato non è pronto a scoprire connivenze politiche, tuttavia, nel 1986 la sua presenza al processo di Palermo scuote i palazzi del potere. Nessuno in quel momento comprende cosa sta avvenendo nelle viscere, si rivelerà progressivamente: 23 maggio 1992, l’autostrada di Capaci è sventrata, è l’attentatuni, termine dialettale superlativo che indica l’attentato senza precedenti, la condanna a morte di Giovanni Falcone, 57 giorni più tardi replicata in via D’Amelio a Palermo, la condanna a morte di Paolo Borsellino.

Alla morte di Falcone, Buscetta torna in Italia come testimone chiave al Processo Andreotti.

Il suo j’accuse si dirige verso Salvo Lima, ucciso qualche mese prima, e Giulio Andreotti, definiti i principali referenti politici dell’organizzazione. Fa i nomi, rivela i legami politici, gli intrecci occulti, ha capito che Cosa nostra sta cambiando pelle, noi lo constatiamo con la nuova strategia stragista, gli attentati del 1993 a Roma, Milano, Firenze.

A ritroso

Un silenzio irreale accompagna il suo ingresso scortato nell’aula bunker di Palermo, è il 3 aprile 1986.

La tensione è fortissima, la sua presenza fa tremare i polsi, è il grande accusatore, secondo Cosa nostra il grande traditore. Fino a quel momento tenuto costantemente sotto sorveglianza. Aleggia un’aria sinistra e cupa, Cosa nostra è scossa nelle viscere. I giornalisti lo denominano “Maxiprocesso”, è il processo per crimini di mafia, omicidi, traffico di stupefacenti, estorsioni senza precedenti, aperto il 10 febbraio 1986 in una città blindata, vede 221 imputati, 59 a piede libero e 194 i latitanti. Accanto al carcere dell’Ucciardone è allestita l’aula bunker, con un sofisticato sistema di porte blindate, vetri antiproiettile a protezione di giudici e legali, è forte il timore di un attentato. Nelle gabbie, come animali braccati, si muovono i mafiosi, fra i tanti, il capo Luciano Liggio di Corleone – nell’agosto 1959 cominciava la «prima guerra di mafia» coi suoi sicari che uccidevano Michele Navarra, vecchio padrino di Corleone- e Pippo Calò, l’amico di infanzia che tradisce Buscetta per passare ai Corleonesi.

Due leggi a confronto, la legge dello Stato e la legge dell’omertà, paura e reticenza, neanche i parenti dei mafiosi uccisi o vittime della lupara bianca -locuzione giornalistica utilizzata per indicare la sparizione e l’omicidio mafioso- parlano. Don Masino parla.

Aveva incontrato la prima volta Giovanni Falcone nelle carceri di San Paolo, era il giugno 1984.

Le quattrocento pagine di interrogatorio sveleranno segreti e storie: don Masino ha avuto contatti con tutti i vertici mafiosi, conosce le “famiglie”, le commissioni, i capo-mandamenti, le spartizioni territoriali di città e provincie, i codici segreti, i linguaggi, la struttura verticistica, la cupola. Le sue deposizioni e quelle di Totuccio Contorno, appena successive, portano a centinaia di arresti. 

Buscetta diviene la prova vivente della «seconda guerra di mafia» (’81-82) a Palermo: venti i familiari uccisi, anche parenti non affiliati e incensurati, come il cognato che gli costa la maledizione della sorella, i due figli del primo matrimonio, uno sgozzato a mani nude dall’amico Calò – lo rivela Salvatore Cancemi, reo confesso, pentito di seconda generazione-. Al processo, Calò finge di non conoscerlo, fra i due il confronto è serrato. Dal 1981 al 1983 Palermo è un mattatoio, si contano 600 omicidi, un delitto al giorno.

Totò gliela ha giurato a Masino. Ha pronta la vendetta anche per Giovanni Brusca come dice Salvatore Cancemi, nel mirino anche Salvuccio Madonia.

Era il 1981, l’alba della «seconda guerra di mafia».

Palermo e la Sicilia sono il perno del traffico mondiale di droga, i viddani diSalvatoreRiina Totò u curtu, la belva, e Bernardo Provenzano, Bennù, di Corleone stanno per intraprendere la scalata al cielo. Affiliato al clan perdente di Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo, Buscetta torna in Brasile -nuovamente arrestato, godeva della falsa identità di “Paulo Roberto Felici”, come già di altre precedenti- è con la terza moglie e parte della famiglia, si era sottoposto a più interventi chirurgici al volto e a interventi di modifica della voce nel tentativo di scampare all’agguato di Riina, che sta eliminando capi storici e affiliati, a cominciare da Stefano Bontate, capo-mandamento, figlio di don Paolino.

Di bell’aspetto, vestiva elegante col doppiopetto, lo chiamavano il falco, lui preferiva Principe di Villagrazia -aveva sposato Margherita Teresi, rampolla dell’alta borghesia siciliana che lo inizia ai salotti buoni di Palermo. Sottovaluta il viddano, con la consueta spocchia sicula diceva: «Sempre di ca av’appasari!».

Ma Totòcambiava strada.

In una notte di primavera, il 23 aprile 1981, giorno del suo compleanno, cadeva il padrino Stefano Bontate. Ha ufficialmente inizio la «seconda guerra di mafia».

Diciotto giorni più tardi è ucciso Salvatore Inzerillo, Totuccio, suo alleato, e poi Giuseppe, il giovanissimo figlio che aveva giurato di vendicare la morte del padre. Prima di ucciderlo, Pino Greco, Scarpuzzedda, riferirà Buscetta, «gli taglia il braccio destro e gli fa presente che non gli sarebbe più servito per uccidere Riina».

I viddani, rozzi nei modi e nei pensieri, diversi dai padrini perdenti i Bontate e i Badalamenti portati alla conciliazione, siglano un patto durevole fra politica e mafia che si conclude nel 1992 con l’omicidio di Salvo Lima e di Ignazio Salvo, noti come “ i cugini”, esattori, esponenti politici di fede Dc, affiliati alla cosca di Salemi (Trapani), Ignazio sarà capodecina: la mafia diventa affaristica, si consegna agli anni ’90, pronta a godere di un insospettabile consenso collettivo.

Tutti questi fatti gli restano scolpiti dentro e al processo di Palermo, il «soldato» di Cosa Nostra Buscetta non teme nulla, d’altronde la sua storia personale riferisce che sin dal suo ingresso nel mandamento palermitano di Porta Nuova, il suo capo-famiglia era proprio Calò,- in segno di rispetto era diventato don Masino, guadagnandosi l’appellativo di boss dei due mondi: nell’immediato dopoguerra era volato in Argentina e Brasile, rientrato a Palermo si associava a La Barbera, Salvatore Greco, chicchietteddu, a Gaetano Badalamenti, Tano di Cinisi, nel contrabbando e nel traffico di stupefacenti, transitando indenne dalla «prima guerra» di mafia. Più volte arrestato e più volte in carcere. All’Ucciardone resta sino al 13 febbraio 1980, qui gode di ampi privilegi, gli vengono portati colazione, pranzo e cena da uno dei più noti ristoranti di Palermo; nel 1972 era stato rintracciato a Rio De Janeiro, si era intanto risposato, la seconda volta, con Vera Girotti e la terza volta con la ventunenne brasiliana Cristina de Almeida Guimares, era stato arrestato dalla polizia brasiliana con accusa di traffico internazionale di narcotici, ma il Brasile non lo processa, lo rimanda in Italia, dove viene arrestato e condotto appunto all’Ucciardone. Nel 1975, trasferito nelle carceri di Cuneo, e ivi detenuto nel 1978, racconta per questo di essersi occupato di un ramo della sotto-trattativa di liberazione dell’onorevole Moro. Più tardi tradotto al carcere Le Nuove da cui evade.

In semilibertà gode della protezione dei “cugini Salvo”, uomini d’onore della famiglia di Trapani per cui sistemano gli affari di Cosa nostra, legati a Lima vicino a Andreotti.

 Badalamenti mi disse:U’ ficimu nuatri”. L’omicidio di Mino Pecorelli

In Sicilia Giulio Andreotti ha i suoi referenti in Cosa nostra.

Agli anni ’70 risale il legame coi cugini Nino e Ignazio Salvo, quindi a Vito Ciancimino, sindaco dc di Palermo compaesano vicino a Riina, e dal 1974 all’onorevole dc Salvo Lima. Insieme Lima e Ciancimino – collettore del potere – avviano il progetto di speculazione edilizia palermitana.

È forse la fase più difficile per Buscetta, il tema è delicato e pesante: la testimonianza al processo Andreotti (cfr. Silenzio di piombo, P. Zangla, Ed Leone, Milano).

Nomi, fatti, connivenze occulte, investimenti finanziari: i cugini Salvo, Lima, Ciancimino, Andreotti, l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, giornalista dell’agenzia OP, un omicidio irrisolto. Molte parti non sono note, ci sono nomi di politici importanti conniventi che non emergono. 

Buscetta dice: «U’ ficimu nuatri». Che significa?

L’abbiamo fatto noi. «Noi» sta per i Bontate e Badalamenti.

Ai magistrati di Palermo racconta dell’omicidio di Pecorelli, rivela una confidenza risalente al biennio 1980-1982 in cui Bontate gli dice che l’omicidio del giornalista è voluto da Badalamenti. I cugini Salvo si rivolgono a Bontate e Badalamenti per eliminare Pecorelli, alla preparazione dell’agguato partecipano Massimo Carminati, esponenti della Magliana, a sparare Michelangelo La Barbera, Ianciulino u biondu. Dietro questi nomi si materializza la sagoma di Andreotti, perché è per fare cosa a lui gradita che Pecorelli è ucciso. È gradito allo «zio», com’è chiamato Andreotti dai cugini Salvo –è sempre Buscetta a riferirlo.

In Sicilia il termine «zio» assume una forma di deferenza.

Dunque, «C’interessava o’ Senatore»: un omicidio commesso nell’interesse di Andreotti.

Per comprendere questa situazione dobbiamo sostare nella prassi mafiosa, in cui innanzitutto non esiste un delitto preventivo, in cui un crimine si può compiere per compiacere una «persona importante». Pecorelli è persona molesta, nell’ambiente mafioso si traduce in: «Pecorelli va eliminato». Ciò non significa che la «persona importante » non ne sia a conoscenza. Un delitto che sarebbe stato compiuto nell’interesse di Andreotti.

Bisogna ancora sostare nella prassi mafiosa per comprendere le parole di Buscetta.

L’uomo d’onore, dice, si fida dei suoi pari, è un codice d’onore rigido, si parla poco e si ha l’obbligo di dire il vero, dice: “è una regola di sopravvivenza”. Dunque, se è questo che gli dicono Bontate e Badalamenti, questo è. Il favore lo hanno fatto ai Salvo, non a Andreotti.

Al processo Andreotti, i difensori del senatore rilevano alcune discrasie nella deposizione di Buscetta,  rimarcano la sua dubbia moralità.

Gli viene tesa una trappola. Prima del processo Andreotti sul settimanale “Oggi” appaiono le sue foto in crociera, un collaboratore di giustizia in crociera coi soldi dello Stato. Chiara l’intenzione di screditare l’intera operazione dei collaboratori di giustizia.

Stigmatizziamo, affinché non vi siano strumentalizzazioni, che quando nel 1984 Buscetta inizia a collaborare non esiste la Legge premiale per i pentiti e solo al 1992 risalgono gli aiuti economici dello Stato.

Andreotti verrà assolto dall’accusa di aver commissionato l’assassinio di Pecorelli, verrà accertata la sua connivenza con la mafia per i fatti anteriori al 1980, prescritti al momento dell’emissione della sentenza.

La vicenda giudiziaria che vede il senatore Andreotti accusato per mafia si conclude nell’ottobre 2004: per i fatti precedenti al 1980 è riconosciuto colpevole ma i reati sono prescritti, per i successivi è assolto con formula dubitativa, vale a dire per insufficienza di prove.

Non è la sola insidia per don Masino. Don Tano non parla, il suo silenzio-assenso avrebbe garantito la conferma delle dichiarazioni di Buscetta su Andreotti, in compenso sarebbe stato scagionato dal traffico di droga.

 “Pecorelli e Dalla Chiesa, sono cose che s’intrecciano fra loro”

Pecorelli e Dalla Chiesa, cose che s’intrecciano fra loro. È la vicenda che riguarda Aldo Moro.

Stefano Bontate, è  un  convinto fedele dc, ha molte relazioni politiche, racconta a Buscetta che il generale Dalla Chiesa è entrato in possesso di “documenti pericolosi che riguardavano Moro” e che Pecorelli aveva informazioni che avrebbero leso Andreotti.

Il pentito Mannoia, ricostruisce le dichiarazioni di Calò, al tempo vicino a Buscetta, che poi tradisce

per passare ai Corleonesi. È quella fase del sequestro in cui Moro è salvabile ma non salvato.

Le ricostruzioni postume rivelano che il contrordine risale al momento in cui si viene a conoscenza degli scritti di Moro, che verosimilmente presentavano parti scabrose sui comportamenti di Andreotti (cfrSilenzio di piombo, P. Zangla).

Lo Stato entra dentro Cosa nostra, ma Masino Buscetta decide di non parlare più.

“Se farò i nomi di politici verrò preso per pazzo”. 

 “Il fatto è che fino a quando si è parlato di malvivenza tutto è andato bene.

Ci sono stati gli osanna. Oggi che si è aggiustato il tiro per parlare di altre cose, abbasso i pentiti”. (Dichiarazione di Tommaso Buscetta).

[Parte  I “Il collaboratore Giovanni Brusca” https://mondonuovonews.com/?p=20491&fbclid=IwAR2fsUmjKQnV29eUJ_C8jC1aJPZkqaWjXzU6pjSJrVkugZPBQyAsebjIxxw]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *