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Cose di Cosa Nostra: Brusca collaboratore di giustizia

Cose di Cosa Nostra: Brusca, il collaboratore di giustizia di Patrizia Zangla – Parte I

Ha scontato 25 anni di carcere, come stabilito dalla Corte d’Appello di Milano per 4 anni sarà in libertà vigilata. Il luogo è segreto.

Incontrato in carcere cinque anni fa dal documentarista francese Mosco Levi Boucault, Giovanni Brusca rilasciava un’intervista-confessione in cui esordiva dicendo:

 «Ho riflettuto e ho deciso di rilasciare questa intervista: non so dove mi porta, cosa succederà, spero solo di essere capito» .

La confessione resa nota in questi giorni non riguarda la Storia, semmai la sfera religiosa, tuttavia è doppiamente utile, per condurre a una corretta lettura storica dei fatti attraverso la concatenazione fra causa ed effetto e per la comprensione della Legislazione premiale.

Giovannino Brusca

Capo del mandamento di San Giuseppe Jato (Palermo), uomo d’onore dei Corleonesi, soprannominato u verru, u scannacristiani, il porco scannacristiani. Di cristiani, adulti e bambini, a mani nude ne ha scannati tanti. Arrestato nel 1996, dal 2000 gli viene riconosciuto lo status di «collaboratore di giustizia». È plausibile che le sue rivelazioni – comprese quelle relative al patrimonio non interamente confiscatogli- non siano complete.

I conti col passato non sono chiusi, il cerchio è aperto, ci sono domande che attendono risposte.

Un doppio conto, con lo Stato, malgrado questo sembra aver trovato soluzione avendo scontato la pena e con Cosa Nostra. La rivelazione dei suoi segreti lo rende un bersaglio certo, ma questo Brusca lo sa dal tempo della sua affiliazione, quando il padre Bernardo, capomafia di San Giuseppe Jato, gli dice: «entra che Riina ti vuole parlare”. Salvatore Riina è il capo, chiamato Totò u curtu, anche la belva, pone sul tavolo un coltello e una pistola a mo’ di croce, un’immaginetta sacra e un ago, e dice:

 «Questa è un’organizzazione in cui siamo tutti fratelli, se ci si separa ci si rimette la vita».

Da questo momento, Giovannino Brusca è punciutu. Riina ordina, Brusca esegue.

Condannato per 150 omicidi, dichiara di non ricordare i nomi delle persone uccise: è l’uomo che preme il tasto del radiocomando che fa esplodere il tritolo posto in un canale di scolo sotto l’autostrada di Capaci in cui saltano all’aria il giudice Giovanni Falcone con la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti di scorta Montinaro, Dicillo, Schifani. Si era già occupato della preparazione dell’autobomba fino all’azionamento del telecomando che provoca l’esplosione in cui muore il giudice Rocco Chinnici.

L’uomo che sequestra e uccide il piccolo Giuseppe Di Matteo, dodicenne con la passione per l’equitazione, il padre Santino, uomo d’onore, detto Mezzanasca, aveva iniziato a collaborare. Al momento del sequestro, il bambino non vede il padre da mesi, questi è già in una località segreta. Durante l’udienza del Borsellino bis Santino, Di Matteo gli grida:

“Animale, non sei degno di stare in quest’aula”. “Ti dovrei staccare la testa”. Il clima è così agitato che  l’udienza viene sospesa. Ma Di Matteo continua a gridare anche dopo: “Me lo mangio vivo”. Gli urla: “Stu figghiu e’ buttana”, afferra il microfono e glielo lancia contro, prova a saltargli addosso.

Brusca è l’uomo che … -mai sostantivo è più inappropriato- incappucciato e smagrito rispetto ai filmati noti al tempo del suo arresto, si racconta nella recente intervista per un documentario franco-tedesco sui Corleonesi, spiega l’esecuzione del piccolo De Matteo, dallo strangolamento alla fase in cui è il ragazzino è sciolto nell’acido. La sequenza è raggelante.

All’esecuzione prendono parte Vincenzo Chiodo e Giuseppe Monticciolo che dichiara di aver detto al bambino: “Mi dispiace…tuo papà ha fatto il cornuto…”.  

Arrestato, Brusca tenta un falso pentimento per delegittimare l’antimafia, immediatamente smascherato, comincia a parlare, le rivelazioni portano all’arresto di Carlo Greco, Pietro Aglieri, esponenti della nuova mafia.

Il collaboratore di giustizia

La collaborazione con lo Stato è necessaria per entrare nelle cose di Cosa Nostra.

Come da principio basilare le parole di un collaboratore di giustizia devono essere accolte con riserva, che cade se trovano conferma. Il pentito è l’infame, per questo è necessario delegittimare le sue confidenze, lo sapeva bene Riina- sistema che applica con Tommaso Buscetta- cui non interessa uccidere un pentito quanto inizialmente screditarlo: ha compreso il doppio pericolo per la mafia e per le istituzioni perché il pentito conosce molto degli affari mafiosi e politici.

La scarcerazione di Brusca ha sollevato una legittima indignazione generale, ma senza i pentiti dentro Cosa Nostra non avremmo avuto accesso, sono Buscetta, Contorno, Mannoia a fornirci le chiavi d’ingresso, senza sfondare porte.

Per entrare nelle cose di Cosa nostra è necessario assoluto distanziamento critico, ogni trasporto emotivo deve essere silenziato, così si comprendono le profonde intenzioni di Falcone, così non è vano il sacrificio di uomini e donne caduti per mano mafiosa, perché Giovanni Falcone aveva compreso l’alta pericolosità della criminalità organizzata chiamata “mafia” e il rischio per la tenuta democratica delle istituzioni. Riuscendo ad acclarare quanto fino ad allora era sottotraccia e non visibile: la relazione fra criminalità organizzata e poteri extraistituzionali e settori devianti dello Stato (cfr. Silenzio di piombo, P. Zangla, Ed. Leone, Milano).

La mafia era potentissima, radicata e tollerata, in molti casi celata, i più e non solo in Sicilia dicevano “non esiste”, altri “si uccidono fra loro!, si azzerava il danno e il pericolo sociale anche quando progressivamente come sagome al poligono di tiro venivano uccise alte cariche istituzionali: Cesare Terranova – Palermo, 25 settembre 1979-, Gaetano Costa -Palermo, 6 agosto 1980-, Piersanti Mattarella -Palermo, 6 gennaio 1980-, Pio La Torre -Palermo, 30 aprile 1982-, Rocco Chinnici -Palermo, 29 luglio 1983-.

Venivano uccisi giornalisti: Mauro De Mauro -Palermo, 16 settembre 1970-, Giovanni Spampinato -Ragusa 27 ottobre 1972-, Peppino Impastato -Cinisi, 9 maggio 1978-, Mario Francese -Palermo, 26 gennaio 1979-, Pippo Fava -Catania, 5 gennaio 1984- e ancora uomini delle Forze dell’Ordine – Boris Giuliano – Palermo, 21 luglio 1979- Beppe Montana, Santa Flavia, 28 luglio 1985-, Ninì Cassarà -Palermo, 6 agosto 1985-, passando per presenze scomode o involontari testimoni come Graziella Campagna, la giovane di 17 anni freddata a colpi di lupara a Saponara Marittima il 12 dicembre 1985 e tanti, tanti altri che purtroppo è impossibile qui ricordare.  

Luoghi e date sono importanti, mappano il territorio di Cosa nostra e coprono l’arco temporale che rappresenta i cambiamenti strutturali in seno ad essa fino alla seconda guerra di mafia che fa di Palermo un mattatoio e porta al potere i viddani, i Corleonesi di Totò Riina. 

È in questo contesto che si colloca la Legislazione premiale.

Aprile 1986, convegno di Courmayeur, Falcone spiega “La legislazione premiale” e come consenta di sfondare l’omertà, per il giudice, vero ostacolo.

Capiva molto bene che avrebbe suscitato -come suscita in questo giugno 2021- reazioni sconcertate, con lungimiranza ne aveva persino compreso le potenzialità nell’essere strumentalizzata e ostacolata da più parti e per ragioni differenti. Come accade oggi, c’è chi sinceramente non riesce a silenziare la componente emotiva, e chi -certa politica di destra- ne approfitta per servirsene a fini propagandistici.

Non si deve cadere in questo tranello: si vanifica lo spirito di Falcone, si annullano la sua dedizione e il suo sacrificio. Non va sottaciuto inoltre che all’interno di questa legge ci sia l’ergastolo ostativo, noto come 41 bis.

È da escludere, quindi, a mio parere, l’esistenza di un concreto pericolo che la legislazione premiale costituisca incentivazione della pericolosità sociale dei soggetti che hanno collaborato con la giustizia… In queste condizioni è fin troppo facile prevedere che, senza un intervento legislativo che preveda effetti favorevoli per il “pentito”, il fenomeno della collaborazione con la giustizia degli imputati è destinato ad esaurirsi in breve tempo”. (Giovanni Falcone).

Era quindi chiaro che fossero previsti per i collaboratori di giustizia benefici di pena.

Si tratta di un’operazione da condurre con estrema vigilanza, che non scredita lo Stato, non lo depotenzia come asseriscono i detrattori, esattamente il contrario, lo rende forte. Infondato secondo il giudice il rischio che lo Stato sia strumentalizzato dagli stessi pentiti per un tornaconto personale o per vendette personali sia perché la confessione- dichiarazione del pentito è uno dei mezzi -non è il solo- a disposizione del magistrato inquirente per accertare la verità dei fatti, sia perché spetta alla magistratura e alla polizia utilizzare al meglio questo strumento-possibilità.

   «Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem, Non disperdiamo gli enti oltre il necessario» (Guglielmo di Ockham).

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