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ITALIANE AL VOTO, 2 GIUGNO 1946 di Patrizia Zangla

LE ITALIANE AL VOTO, 2 GIUGNO 1946 di Patrizia Zangla

Una giovane donna per una giovanissima Italia. Una ragazza dai capelli al vento e il sorriso contagioso, felice, non sventola la bandiera di regime ma sbuca dalla prima pagina del Corriere della Sera del 2 giugno 1946, che titola: «È nata la Repubblica».  

Non lo sa, ma lo scatto farà il giro del mondo, ci rappresenterà e ci rappresenta, è il volto della neonata Repubblica Italiana. La giovane è Anna Iberti è sulla terrazzadell’Avanti! nella sede di via Senato 38 a Milano, il fotografo con la sua Leica, Federico Patellani. Un’immagine neorealista che ricorda quelle leggermente fuori fuoco di Robert Capa sul fronte bellico in Sicilia, pubblicate sulla rivista americana Life. Scatti che inquadrano l’attimo eternandolo e comunicano la Storia.

Il sorriso di Anna è quello delle italiane che si sono affrancate dalla guerra, dalla fame, dalla paura, il riscatto simbolo della speranza di un’Italia che tenta di scrollarsi le ferite di un Paese in macerie, diviso dalla guerra civile, che ora si dirige avanti. Tanto avanti se anche le donne sono chiamate al voto, hanno la possibilità di poter scegliere.

Il 2 giugno 1946, sono lì le italiane per la prima volta alle urne per il referendum istituzionale monarchia-repubblica. Una consultazione politica nazionale senza precedenti, i risultati saranno proclamati dalla Corte di Cassazione giorni più tardi.          

Possono votare tutte, -come da decreto legislativo luogotenenziale n. 23 dell’1febbraio 1945 che conferisce diritto di voto alle italiane che hanno compiuto 21 anni- massaie, servette e padrone, borghesi e contadine, analfabete e  intellettuali. Partigiane e saloine. Possono votare le italiane. Il suffragio femminile è la conquista di un diritto per secoli negato.

Eccole le donne, sperdute, intimorite, soddisfatte e tutte senza rossetto come da monito -Presentarsi presso il seggio senza rossetto alle labbra- per evitare che sulla scheda, che andava incollata, rimanesse un segno di riconoscimento.   

Per alcune donne, la prova generale si era tenuta il 10 marzo dello stesso anno durante le elezioni amministrative comunali, questo voto racchiude lotte e soprusi, lacrime e sogni, è il luogo di approdo di un percorso che segna l’intero Novecento con le sue icone a cominciare da Anna Kuliscioff, somigliante a un’eroina di Tolstoj, piccola, elegante con i suoi pizzi neri e i cappelli piumati, eppure rigorosa, intelligente, rivoluzionaria, medico e giornalista russa naturalizzata italiana, tra i fondatori e principali esponenti del Partito Socialista Italiano. Come dimenticare la sua contestazione del parassitismo etico delle donne con riferimento alle donne che si facevano mantenere evitando di lavorare. Scriveva: La donna deve conquistare la sua libertà, la sua dignità attraverso il lavoro. La donna sposata, dedita esclusivamente alla cura del marito e dei figli è l’essere più degno di commiserazione, per la sua servitù sessuale nei confronti del maschio pari solamente alla prostituzione puramente detta.

Come dimenticare la sua autonomia intellettuale, persino esagerata per il Partito socialista che talvolta la bacchetta, partito che piange la perdita di Giacomo Matteotti. Come dimenticare che nel 1925 durante il suo corteo funebre, un gruppo di squadristi si scaglia contro le carrozze, strappa i nastri e le corone di fiori dalla bara, portata in spalla. Il funerale è tra le ultime manifestazioni politiche socialiste.

Ora questo voto incorpora le spinte, le ragioni emancipazioniste suffragiste del secolo precedente, delle inglesi che sostavano in strada per ore con i loro cartelli reclamanti pane e diritti. E proprio in Gran Bretagna il 2 luglio 1928 il diritto di voto è esteso alle donne.

Per l’Italia è la svolta radicale, giunta nella fase cruciale del processo di ricostruzione, appena ieri quelle donne erano state inconsapevole e mai effettivamente riconosciuto sostegno dell’Italia belligerante, mentre gli uomini erano al fronte avevano lavorato per mantenere le famiglie, avevano affrontato battaglie e trincee quotidiane tra le mura di un intimo domestico, che per sopravvivere avevano superato i razionamenti, le tessere e la borsa nera per recuperare il pranzo e la cena, nelle fabbriche dove avevano sostituito gli uomini, nelle campagne, nelle risaie con le gambe in acqua per ore e ore, sotto i bombardamenti per cercare di proteggere i figli della patria che rischiavano di rimanere orfani. Perché con la guerra erano cadute le misure fasciste di scoraggiamento del lavoro femminile, fra l’altro riscontrabili nelle voci autorevoli di regime Giovanni Gentile e Ferdinando Loffredo, quelle di un sistema totalitario che le aveva volute unicamente mogli e madri della patria.

Donne che, loro malgrado, avevano imparato la Resistenza, e molte di esse ne avevano fatto parte come collaboratrici nella militanza attiva che aveva comportato l’uso delle armi, e come staffette partigiane. Donne che avevano preso parte attiva alla lotta di Liberazione perché soggetto politico sin dagli  scioperi del 1943, dalle lotte del Centro-Nord, dalla liberazione di Napoli.

Nel marzo ’43 diventano nitide forme corali di dissenso al regime che si esplicitano negli scioperi e nelle proteste operaie a Milano, Genova, Torino, interpretabili  come anticamera della Resistenza civile a cui partecipano anche le operaie (Cfr Patrizia Zangla, 1943-1945, l’Italia in camicia nera, Leone Milano).

Donne che erano state, come scrive Miriam Mafai, «l’esercito senza mostrine che la guerra l’aveva vinta».

Il voto del 2 giugno

Questo voto, che aveva superato barriere sociali, vinto il veto della Chiesa, le ritrosie interne ai partiti, nato quando l’Europa vive la fase cruenta della guerra, con l’Italia del Nord occupata dalle truppe tedesche, è deciso il 30 gennaio 1945 in una riunione del Consiglio dei ministri su proposta di Togliatti del PCI e di De Gasperi della DC. Divenuto legge, nonostante alcuni contrari del Partito Liberale, d’Azione e Repubblica, non pochi erano convinti che le donne non avessero ancora –come si diceva al tempo- «piena coscienza e adeguata preparazione politica per poter esercitare autonomamente il diritto di voto».

Ma contro ogni previsione, da Nord a Sud, le donne votano numerosissime, condividendo in toto il desiderio di partecipazione alla cittadinanza politica attiva. Nel corso del ‘900 si erano levate voci a sostegno non solo fra i socialisti, come dimenticare nel 1906 l’accorato proclama di Maria Montessori sulle colonne di La Vita: Donne sorgete! Il vostro primo dovere in questo momento sociale è di chiedere il voto politico.

I tentativi precedenti erano falliti tutti, quello di Nitti dell’allargamento del diritto di voto politico e amministrativo alle donne, che non raggiunse l’esame delle Camere, persino quello di un Mussolini del 1923, ancora incerto tra istanze socialiste –il partito lo aveva espulso per il suo sostegno all’ingresso alla Prima guerra mondiale- e il voler divenire DUX dell’Impero, aveva richiesto l’introduzione del suffragio amministrativo femminile scontrandosi con la riforma degli enti locali voluta dallo stesso regime.

Scriveva Anna Kulischioff ponendo le premesse della battaglia politica femminile: Il voto è la difesa del lavoro, il lavoro non ha sesso.

In atto, per il voto del 2 giugno 1946, le donne hanno diritto di essere elettrici e non di essere elette, sarà il decreto del 10 marzo a equipararle in questo senso agli uomini. Quel giorno, solo una categoria di donne è esclusa dal diritto di voto: le prostitute schedate che esercitavano «il meretricio fuori dei locali autorizzati» vale a dire per quelle che per la pubblica sicurezza erano «vaganti», esercitavano in modo visibile e non al chiuso.

Una significativa esclusione minoritaria che tanto rivela del clima socio-culturale del nostro Belpaese, della sua doppia morale pregna di ipocrisia e perbenismo, in cui il vecchio adagio Dio, patria e bordello era transitato indenne dalle guerre. Il paletto cade nel 1947, ma ancora negli anni Cinquanta dura a morire la prostituzione di Stato che prevedeva la schedatura delle prostitute, il moralismo radicato reputava innominabile la sessualità femminile al di fuori del matrimonio e svincolata dalla procreazione.

Questione di tempo. La legge Merlin -nel 1958, la senatrice Lina Merlin fa approvare la legge per l’abolizione delle Case di tolleranza che introduce i reati di  sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione – restituirà dignità, libertà, rispetto. Ma è un’altra storia.

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