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Lei non sa chi sono io di Cosimo Recupero

Ciro Grillo, figlio del fondatore, guru e profeta del Movimento 5 Stelle, è accusato di stupro. Non sta a noi stabilire se queste accuse siano fondate. C’è una magistratura che deve fare piena luce sui fatti e dare a questi l’eventuale inquadramento giuridico che meritano, in un senso o in un altro.

Noi preferiamo vedere la vicenda sul piano politico.

Grillo padre si è lanciato oggi, tramite un video, in una difesa del figlio. Difesa tanto comprensibile quanto patetica. I toni sono sempre i soliti. Urla sguaiate, sostanzialmente disarticolate, che non costituiscono un ragionamento valido, ma solo il tentativo di intimidire gli avversari, o quanti magari vogliono lucrare qualcosa da questa squallida vicenda o, Dio non voglia, gli stessi giudici che dovranno giudicare il nobile cadetto del casato genovese.

Ma dal video del comico si percepisce anche altro. Innanzitutto si vede un Grillo chiuso in difesa. Ne è passato tanto di tempo da quei “vaffaday” che dovevano essere il rito catartico tramite il quale restituire al popolo la sua adamantina purezza. Da quando il M5S è arrivato al potere in maniera potente, con quel trentadue per cento delle scorse politiche, la cosa che gli è riuscita meglio è stato abbattere sistematicamente tutti i totem che aveva alzato a difesa della propria diversità. Dal “mai con nessuno” al governo con tutti. Dal Partito di Bibbiano, all’alleanza stabile con il PD. Dalla lotta alla casta alla pratica più spregiudicata dei vizi peggiori della politica, senza avere come contropartita la cultura di governo che i grandi partiti hanno prodotto fra la fine di un regime, quello fascista, fino all’inizio di un altro, quello giustizialista.

In secondo luogo Grillo ha anche tentato, con quel video, di riportare la vicenda sul suo terreno, quello del giustizialismo, della piazza, dei linciaggi mediatici ma per usarli, questa volta, non contro la casta dei politici, ma contro i giudici o contro chiunque abbia l’ardire di mettersi contro di lui, l’elevato, come si autodefinisce con fare grottesco.

Ha tentato insomma di delegittimare la stessa magistratura, che pure tanto è giovata in passato agli arruffapopolo, come braccio secolare dei propri anatemi. Dicendo che, se i giudici  non hanno arrestato i quattro virgulti ciò significa che sono innocenti, ha tentato di anticipare il giudizio, in questo caso di assoluzione, chiamando a sé il suo popolo, anzi “la gente”, per dirla con il loro gergo. Quella gente che sarebbe l’unica ed esclusiva depositaria di un potere che può esercitare tramite qualche sgangherata piattaforma informatica o, senza nemmeno le formalità di quella, con i propri post sui social. Il tutto, ovviamente, pilotato dal loro staff di comunicazione.

Forse senza accorgersene, Grillo ha reso drammaticamente reale la profezia di Craxi, quando ci disse che l’Italia sarebbe diventata una videocrazia. Perché è con i video farneticanti che il comico genovese tenta di chiamare a raccolta un popolo, senza però rendersi conto che questa volta, il popolo non avrebbe dovuto abbattere la casta, quella degli altri, ma difendere la sua.

Più che il figlio, Grillo sembra avere voluto difendere i privilegi che al suo rampollo deriverebbero da cotanto padre. Non ha difeso nemmeno il movimento, ma addirittura la sua ristrettissima cerchia familiare. In altre parole,  quel video di un minuto e mezzo non è stato altro che il suo modo di dire “lei non sa chi sono io”.

  • già pubblicato su AVANTI.LIVE

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