Cultura

CARMELO ALIBERTI RENDE OMAGGIO A MICHELE PRISCO

CARMELO ALIBERTI RENDE OMAGGIO AL GRANDE SCRITTORE MICHELE PRISCO NEL CENTENARIO DELLA NASCITA
Con la pubblicazione del volume sull’intera opera dello
scrittore MICHELE PRISCO. UN UOMO E UNO SCRITTORE
NEL BUIO DELLA COSCIENZA—Introduzione di Jean IGOR
GHIDINA – docente di Letteratura Italiana alla BLAIESE
UNIBERSITY –FRANCIA —ARACNE EDITRICE,ROMA.

Michele Prisco è stato considerato uno dei grandi maestri
del romanzo italiano del Secondo Novecento. La sua
scomparsa è avvenuta il 19 novembre del 2003, nella sua
abitazione napoletana di Via Stazio 8,dove negli ultimi anni
fu assistito e confortato dall’affetto dalle sue figlie Annella
e Caterina, (la adorata moglie Sarah Buonomo, eccezionale
musicista era morta un decennio prima) continuano il
percorso culturale paterno e ne ravvivano il ricordo con
una intensa attività di diffusione dell’opera paterna e di
altre lodevoli iniziative attraverso la fondazione del
Centro Studi “Michele Prisco”da loro voluta per mantenere
accesa l’attenzione della critica che lo celebrò tra i grandi,
non solo per le sue elevate doti narrative,ma anche per la
coerenza delle sue teorie estetiche e la scelta della suaarea
di esplorazione tematica nei labirinti della coscienza,alla
ricerca delle radici del Male che aveva condannato ad un

incomprensibile tormento la vita della borghesia vesuviana
ricostruendo l’incisivo processo interiore dell’anima dei
personaggi. Una spiralizzante discesa indagatrice,con
adeguati strumenti di decrittazione psicologica della
tastiera tematica, sconvolta da un lento processo di
disgregazione storica delle prevaricazioni, operate su un
popolo inerme e schiavizzato, dal potere assoluto della
nobiltà agraria e successivamente da una implacabile
borghesia altrettanto prevaricatrice, consentì allo scrittore
di inabissarsi nei labirinti oscuri dell’anima di una categoria
sociale preminente e radiografare nel sottofondo dell’io
l’intrecciarsi di sentimenti “sovranisti” di mariti distorti e
di abbandoni che determinano la coattiva azione educativa
della madre ferita che,per vendicarsi della privazione
d’amore subita,scarica sui figli,già lacerati dagli orrori della
guerra e impauriti dal terrore della vita, che cercano
protezione dalla madre,che,invece,li accoglie con
disprezzo, per vendicarsi della fuga del marito, come
avviene in Figli Difficili(1954). Storie incredibili di degrada-
zione,di vittimismo,di follia, di laceranti sensi di colpa,e di
sciacallaggio economico della “roba”, vengono ricostruite
dallo scrittore con una diagnosi psicanalitica ne “Gli eredi
del vento”,(1951) dove il maresciallo Mazzù, che ha
trascorso un’infanzia di miseria, insegue una posizione di
arricchimento e di benessere, sposando,una dopo la morte
dell’altra, le cinque sorelle della famiglia Damiano di
estrazione borghese,usando tecniche di inganni e
tradimenti, seminando morte,dolori e sensi di colpa,tanto
che Lisa,ultima delle sorelle,si offre in sposa all’arrampica-

tore sociale, pur odiandolo per i suoi inganni criminali,
martire volontaria per spezzare una catena di ulteriori
disperazioni. Fin dalla prima stagione narrativa, iniziata con
“La Provincia addormentata” (1949) il giovane Prisco aveva
avvertito il bisogno di capire il malessere della borghesia
vesuviana, con cui aveva trascorso un’infanzia serena e di
cui aveva preavvertito gli ambigui rapporti con gli altri, nel
mutamento comportamentale mascherato di ostentato
conformismo, di fronte alla genuina manifestazione delle
difficoltà della plebe,per cui lo scrittore era attratto ad
indagare negli anfratti più invisibili dell’animo delle sue
creature,per poter spiegare a se stesso e agli interessati Il
vero significato della sconfitta e della colpa che li ha
ingoiati nella bolgia infernale della vita. Nella seconda fase
del suo itinerario narrativo, particolarmente nelle opere,
successive al ’68, dopo aver descritto le delusioni, le
sconfitte, ma anche i fatui entusiasmi della deludente
svolta del secondo dopoguerra, quando, constatato il
seppellimento dei sogni di redenzione partigiana, alcuni
scrittori, tra i maggiori rappresentativi del Neorealismo,
riprendono la via dell’”Aventino”, cioè si allontanano dallo
scrutinio della mitizzazione della Resistenza, per tornare a
recuperare le ragioni del cuore. Nelle sue prime opere, a
partire da La provincia addormenta, nata da un biologico
bisogno di rivelazione delle storture e della fatale
decadenza della borghesia vesuviana, e nelle successive
raccolte di racconti, ( “Fuochi a mare”, Punto franco, Figli
difficili, Terre Basse) in cui sembra risentire le rifrazioni
del Verismo e del naturalismo,con il dissolvimento

dell’equilibrio e con la radiografia razionale del labirintico
“male “oscuro” e l’utilizzazione dello scavo psicologico, lo
scrittore evidenzia le radici più autentiche della sua
narrativa, rintracciabili nelle opere dei grandi scrittori
russi, (Dostojevskij, in primis) e dei francesi dell’Ottocento,
(Flaubert,ecc.) oltre che nella narrativa inglese di
Meredith, Mansfield ed altri, da cui aveva assimilato la
tendenza a cogliere nel microcosmo interiore dell’uomo il
dolore dell’incontro con la povertà della vita e la
resistenza del cuore alle percussioni del dolore, Prisco
utilizza la letteratura come strumento di ricerca e di
conoscenza dello spessore ideale dell’essere e del
perimetro ideale, in cui ha senso vivere. Egli si mantiene
lontano dagli esibizionismi verbali delle avanguardie, per
concentrarsi sulla conoscenza della reale condizione
esistenziale del genere umano, perchè ha avuto della
letteratura una visione di analisi ontologica, ritenendola
arte maieutica di conoscenza dell’inferno che brucia ogni
alito di serenità e di amore,dopo l’anamnesi endoscopica
dei sommovimenti inconsulti del cuore, dell’anima, della
ragione e dell’urgenza di scoprire il vero senso della vita
per sé e per gli altri.“Il pellicano di pietra” è uno dei
romanzi più emblematici della lotta di Prisco contro il Male
del mondo e contro la crudeltà di una madre, Margherita”
Savastano, titolare a Napoli di un negozio di tessuti, che
alla fine della guerra, si arricchisce smisuratamente,
guidata dalla satanica febbre del denaro e del piacere,
tanto da rubare anche i fidanzati alle figlie, condannandole
ad un dolore infinito, e sposando un povero uomo, senza

amarlo, ma tradendolo di continuo apertamente,tanto da
indurlo al suicidio. In tal caso, come in tante situazioni
narrative prischiane, sulla scena del teatro dell’assurdo si
dipanano vicende di realistico orrore, ma l’obiettivo dello
scrittore orienta la comprensione del suo messaggio
catartico, nella proposta di lettura del male, attraverso la
metodologia eliotiana del correlativo- oggettivo del Bene,
utilizzata anche da Montale. Ne Il pellicano di pietra,
Prisco recupera il messaggio simbolico dell’amore
materno, attraverso il mito del volatile che si squarciò il
petto, offrendo anche il proprio cuore come cibo ai suoi
piccoli affamati, per salvarli dalla morte, con il rischio
mortale della propria vita. Lo scrittore avrebbe voluto
dare la possibilità di una luce, ma i fatti lo hanno costretto”
a non offrire speranze, almeno immediate. Perché in fondo
una piccola apertura c’è quando un personaggio all’
apparenza minore, l’anziana signorina Bice si chiede: “…Ma
noi chi lo sa che cosa c’è veramente in un cuore umano?”
Che non è un interrogativo a giustificazione o peggio
soluzione, al gesto di Giuseppina Savastano, ma lascia
aperta la possibilità di un riscatto. Forse anche per questo,
che è un romanzo duro, aspro,paradossalmente l’ultima
parola è “infelice”. Lo scrittore si tenne lontano dalla
squallore della vita politica, ma continuò, con sempre
maggiore partecipazione, a coltivare il suo progetto di
ricostruzione etica dell’uomo, con le armi penetranti e
catartiche della letteratura. Come Dostojevskji, Prisco
interpreta coraggiosamente il ruolo dello scrittore come
guida ideale nella società e in Giustina, protagonista de “

Le parole del silenzio”, (una povera creatura, che, dopo
aver attraversato nella vita tante tempeste dolorose, ci
offre il ritratto di una donna, simbolo di risorgimento
dell’essere, che ha lottato per la realizzazione di sé, nel
contesto di una società in marcia verso la conquista dei
valori democratici, in cui l’uomo possa realizzare
liberamente il proprio destino.

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