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“Signorine, in camera!” Storia di prostituzione e case chiuse a Messina

“Signorine, in camera!” Storia della prostituzione e delle case chiuse a Messina

Il 26 ottobre del 1432 fu una data epocale per Messina, anche se di quelle che non leggeremo mai nei libri e che nessun studioso di storia considererebbe degna di attenzione e della ben che minima considerazione: quel giorno, nella bianca città religiosa e timorata di Dio, veniva istituito con tanto di regia autorizzazione il primo bordello ad uso pubblico (e tra i primi in Italia) della sua storia. Re Alfonso d’Aragona, infatti, concedeva al “fedelissimo” suddito messinese Puccio De Simone, la facoltà di costruire un lupanare demandando al viceré l’esecuzione del decreto reale: “…concesserimus licentiam et facultatem construendi et edificandi novum lupanare…” si legge nel documento. Prima di allora, la prostituzione a Messina veniva esercitata quasi clandestinamente e in occultati bordelli anche se già nel Duecento le prostitute, considerate “esseri immondi”, erano obbligate ad abitare in capanne, fuori dalle mura cittadine. In epoca normanna e sveva nel 1100 e nel 1200, a Messina come in tutta l’isola, l’adulterio era punito col taglio del naso, marchio infamante che veniva comminato non solo all’adultera ma a quelle mezzane che prostituivano le vergini o alle madri che vendevano le figlie, sia illibate che sposate. Nel 1498 le “Consuetudini” di Messina, pubblicate nella stessa città statuivano, fra l’altro, che il marito il quale sorprendeva la moglie in flagrante aveva il diritto di ucciderla insieme all’amante, ma subito e senza indugi o perdite di tempo, altrimenti veniva ritenuto lenone. Intanto i pubblici postriboli si diffondevano nei luoghi più malfamati della città, l'”Amalfetania”, il “Tarzaná” (Darsena), la contrada di San Luca contigua alla contrada dei Sicofanti dove nacque ed ebbe bottega Antonello da Messina, e, anche in molte bettole e fondaci dell’angiporto, dove si esercitava il meretricio clandestino. Nel Cinquecento esisteva già tutta una classificazione delle donne di malaffare a Messina: “donna innamorata” era la mantenuta; “cortigiana”, la meretrice che riceveva in casa nobili e persone facoltose d’alto rango; “meretrice”, quella che stava nei bordelli e, “donna di cantonera”, la prostituta che, come diremmo oggi, batteva il marciapiede. Proliferavano anche i ruffiani, al punto che si fu costretti ad emanare contro costoro una prammatica, “De lenonibus”, il 18 marzo 1515 e le bagasce obbligate a portare “manto in testa”, contrariamente alle donne oneste, per essere riconosciute da tutti come meretrici. Nel 600 e nel 700, nonostante i ferrei divieti e le severe pene previste, il lusso delle prostitute a Messina divenne così sfrenato al punto che esse potevano permettersi carrozze, eleganti portantine e sedie di cuoio istoriato che si facevano portare dai servi in chiesa, quando assistevano alle sacre funzioni. Ma è durante il periodo borbonico che la Sicilia viene dotata di un codice legislativo all’avanguardia, il 26 marzo 1819, che eliminando tutti i bandi vessatori e le crudeli prammatiche dei secoli passati, disciplinava in maniera più giusta e umana il meretricio.

Nella Messina pre-Merlin, la parlamentare socialista e maestra elementare Lina Merlin che riuscì a far passare alla Camera una sua legge, il 19 settembre 1958, che ordinò la definitiva chiusura dei casini, l’ora giusta era fra le otto e nove di sera, e, soprattutto gli studenti, vi andavano in gruppo a fare”flanella”, un termine che all’origine aveva il significato di scroccare qualcosa, facendo il finto tonto. E infatti, sempre più squattrinati, gli studenti visitavano le ragazze, le tenevano sulle ginocchia accarezzandole e palpandole, fingevano indecisioni sulla scelta dell’una e dell’altra e, dopo essersi presi parecchi “passaggi”, dicevano che sarebbero ritornati più tardi: inutile, perché erano andati a fare “flanella” in un altro casino. La città offriva un nutrito campionario di questi luoghi del piacere mercenario, per tutti i gusti e per tutte le borse. Da “La Nasca” in via Torino, la marchetta era di cinque lire mentre alla “Giorgetti”, nei pressi della “Piccola Velocità” in via S.Cecilia, i prezzi erano più alti perché le ragazze fingevano di essere bolognesi e l’ambiente era arredato con gusto più raffinato. Di tono pretenzioso erano anche gli altri casini, la “Napoletana”, il “Quarantatré”, la “Miracoli”, “La Chiave d’oro”, “Linda Romana”, “Fiorentina” e “Lola”. Chi non aveva tanti soldi poteva sempre scegliere tra i miseri tuguri di “areti a cinta” (la via degli Orti) e le baracche del cavalcavia dove le “donnine” stendevano panni e lenzuola all’aperto cantando “no…non è la gelossia…”. E, ancora, le “Stanze Napoli” in via Industriale e le “Stanze Primavera” in via Maddalena angolo viale San Martino, con le immancabili sfilate di prostitute negli ampi saloni. Col passare degli anni i casini sarebbero scomparsi e anche le ormai sfiorite “segnorine” di “areti a cinta”. Non sarebbe scomparso il mito di una in particolare, voluttuosa e felliniana: “Babbuscia”.   Nino Principato

  • tratto da fb

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