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43°anniversario. Perchè Aldo Moro? di Patrizia Zangla

43oANNIVERSARIO. PERCHÈ ALDO MORO? Di Patrizia Zangla

Alla domanda «Perché Aldo Moro?» si accosta: «Perché ancora il Caso Moro?».

Perché negli anni si è creata una narrazione popolare, anzi un romanzo popolare intriso di  considerazioni pseudo-storiche e notizie giornalistiche generiche, anche sensazionalistiche, che raccontano versioni insinuate nell’immaginario sociale difficilmente cancellabili.

Questo si rivela il male del nostro tempo, tempo dei troppi si dice, di assenza di serietà scientifica in cui indistintamente tutti s’incamminano negli impervi sentieri della Storia Contemporanea e amabilmente disquisiscono di foibe, lager, terrorismo rosso e terrorismo nero, fingendo di non capire che la ricerca storica è disciplina rigorosa.

L’esagerata produzione di memoria, anche incoerente, unitamente a un’eccessiva semplificazione nei contenuti, frutto di analisi superficiali a cui si sono aggiunte versioni inconsistenti nell’approccio critico mancanti metodologicamente di indagine solida e consolidata, ricche di locuzioni imprecise, hanno condotto a disallineare i fatti.

Oggi possiamo dire che “Il caso Moro” -ovvero il sequestro e la morte dello statista democristiano- si può tentare di capire solo seguendo la trama storica e relazionando con meticolosa acribia causa ed effetti.

Questo perché il giudizio storico politico e quello processuale non sono coincidenti.

Questo perché alcuni dati sono magmatici, da rileggere alla luce degli atti desecretati.

Perché è un caso dalla doppia lettura.

Una storia semplice

Una storia semplice, con i terroristi che rapiscono un politico che alla fine è consegnato morto. Così ci viene per lo più raccontata anche in occasione dell’anniversario del sequestro in cui si ripetono i nomi dei cinque agenti della scorta freddati, quelli dei brigatisti coinvolti nell’azione -Gallilari, Moretti, Morucci, Fiore, Bonisoli, Balzerani etc… – per ciascuno si riportano le condanne, stupendosi o indignandosi che siano usciti dal carcere.

Ma questa non è unicamente storia di terroristi, è una storia di partiti politici, della DC col suo stato maggiore a Piazza del Gesù e le sue correnti, del PCI e la sua delegazione a Botteghe Oscure, del PSI, del Partito Radicale, è una storia del Viminale coi comitati di crisi istituiti da Francesco Cossiga.

È una storia di uomini di confine fra Stato e terrorismo, una storia di Giornali e giornalisti, Il Popolo, la Repubblica, la Rai con Paolo Frajese e Bruno Vespa, ed anche di giornalisti come Mino Pecorelli col suo OP Osservatorio Politico che dispone di molte informazioni riservate.

E ancora di religiosi come Don Antonello Mennini della parrocchia di Santa Lucia e del Vaticano di Papa Paolo VI e i suoi delegati, monsignor Cesare Curioni (capo dei cappellani nelle carceri), ma anche dello Ior, la Banca Vaticana con Paul Marcinkus e dei familiari di Aldo Moro – Nora, la moglie e i quattro figli, Maria Fida, Agnese, Anna, Giovanni-.

Una storia di faccendieri, falsari, banditi, mafiosi, agenti segreti italiani e esteri.

E infine di gente comune che osserva e non comprende.

Non comprendeva ieri, quel lontano giovedì 16 marzo 1978, quella mattina dal cielo nuvoloso in cui, come di consueto, si recava al lavoro, in cui alla redazione centrale dell’Ansa arriva una telefonata:

“Questa mattina abbiamo sequestrato il presidente della Democrazia Cristiana Moro, elimi­nato la sua guardia del corpo, teste di cuoio di Cossiga.

Brigate Rosse”.

L’agenzia è fer­ma per uno sciopero aziendale dei giornalisti, la telefonata è delle 10.10, la notizia è immediatamente trasmessa, i redattori sono convocati per telefono. Già dalle 9,05 alla Questura di Roma arrivano le telefonate di segnalazione:

              «Si sono uditi colpi di arma da fuoco in via Mario Fani».

La Storia irrompe nella vita quotidiana, la capitale si immobilizza. In radio s’interrompono i programmi, in TV va l’edizione straordinaria, sulla Rete 2 alle 10.00 Santalmassi dà la notizia del sequestro, sulla Rete 1 i concitati Vespa e Frajese mandano il servizio girato mezz’ora prima in via Fani, segue la diretta dal Parlamento dove si sta votando la fiducia al nuovo Governo Andreotti.

Una storia macchinosa

Questa è una storia macchinosa che mette in campo una squadra che vede l’attenzione speciale dei Servizi segreti italiani e esteri, è qui che s’insinua il punto cruciale che la fa diventare una storia di trattative.

Di trattative sovrapposte e di sotto trattative intersecate, di trattative ortodosse e non ortodosse, svelate e segrete con Moro vivo e con Moro morto. Di trattative sovrapposte ma di cui nessuna efficace alla liberazione dell’ostaggio in cui affluiscono disparati giochi di potere.

Qui s’insinua il potere perché questa è una storia di potere, potere visibile e potere invisibile.

Sotto trattative sia fra Brigate Rosse e Stato sia fra BR e Chiesa e quelle che transitano da organizzazioni occulte come l’Anello che fa ‘capo’ a Giulio Andreotti.

Trattative sotterranee per le carte di Moro. Dunque, di interferenze enigmatiche con settori dello Stato deviato, con i Servizi segreti deviati, con la criminalità servente chiamata in soccorso da entrambe le parti, da chi cerca Moro e da chi lo nasconde.

Una storia doppia

Perché in sintesi è una storia doppia, persino con un doppio funerale: di Stato senza la salma, privato con la salma.

Storia doppia: quello che è stato detto, quello che tuttora è celato. Annotando che se non si trova qualcosa, non significa che non esista.  

Ma celato non unicamente per parte delle Brigate Rosse. Questo è un dato fondamentale che cambia la prospettiva di indagine storica.

Per parte BR, Moro significa: processare un elemento importante del sistema, rompere la nascente solidarietà PCI – DC, condurre la DC a un compromesso con le BR che reclamano  un riconoscimento politico, ma vogliono anche interrogare l’ostaggio per capire o carpire obiettivi e meccanismi di funzionamento del SIM (Stato Imperialista delle Multinazionali).  

E siamo così sicuri che volessero consegnare l’ostaggio morto?

E se paradossalmente il gruppo terroristico lo volesse salvare (per approfondimento “Silenzio di piombo”, Patrizia Zangla, Leone Editore, Milano 2020).  

Per parte dello Stato c’era il Lodo Moro in Medio Oriente -vedeva l’esclusione dell’Italia come teatro di attentati in Europa, c’era l’Italia e il ruolo assegnatole a Yalta e il suo rapporto con gli Stati Uniti, ergo con la Nato, c’era un’Unione Sovietica che ci guardava con attenzione, la preoccupazione di Gran Bretagna e Francia, c’era la Gladio, come la chiama Francesco Cossiga, l’organizzazione nata con funzione anti-invasione che dispone di reti segrete, ci sono i Servizi segreti italiani con i loro canonici rapporti ma anche con quelli non esattamente canonici, ci sono i Comitati di crisi, c’è Steve Pieczenik che si adopera a dilatare il tempo -nella cronaca corrisponde alla stesura del falso comunicato della Duchessa-, c’è la loggia P2 di Licio Gelli che da tempo lavora sottotraccia per entrare nelle stanze dei palazzi del potere e c’è quello che Gustavo Zagrebelsky definisce il “piduismo perenne”, perché in questa macchina c’è un abile e penetrante sistema occulto (Cfr. Silenzio di piombo).

Potremmo infine chiederci: Moro-prigioniero parla?

C’è chi esclude fosse a conoscenza di fatti atti a incrinare la sicurezza dell’alleanza atlantica.

E se invece fosse temuto? Temuto per i segreti militari o per lo spostamento di equilibri politici?

Tra i dati certi sappiamo che dentro le organizzazioni rosse c’erano infiltrati, sappiamo della ricerca spasmodica del generale Dalla Chiesa delle carte di Moro, e sappiamo anche che da via Fracchia, base brigatista a Genova, le carte di Moro scompaiono.

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