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Parma: muore Cutolo, capo della Nco di Patrizia Zangla

PARMA: MUORE DON RAFFAÈ, CAPO DELLA NUOVA CAMORRA ORGANIZZATA”  (DI PATRIZIA ZANGLA)

“Mi hanno sepolto vivo in cella, se parlo crolla lo Stato”.

Così aveva detto nel 2015.

Don Raffaè, al secolo Raffaele Cutolo, nato a Ottaviano (Napoli), morto a 79 anni nel reparto sanitario del carcere di Parma, lo stesso dove spira a fine 2017 Totò Riina, noto come Totò ‘u curtu.

Era il carcerato più anziano al 41bis, detenuto dal 1979, arrestato ad Albanella (Salerno), l’anno prima era riuscito in un’evasione clamorosa, come si usa dire a colpi di bombe, dall’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa (Caserta).

Elegante, eloquio forbito, ribattezzato per questo o professore, rispetto agli altri carcerati sa leggere e scrivere, battute e comportamenti da teatro, aiutato dalla naturale dote partenopea, divenuto presto sua Eccellenza, Eminenza dal momento che il classico servilismo italiano, che si nutre di ignoranza e miseria, vede in lui il benefattore, colui che può sostituire mancanze e assenze dello Stato,  che dà “conforto e lavoro”, a cui chiedere, implorare e a cui dare totale devozione.

“Prima pagina venti notizie, ventun’ ingiustizie, e lo Stato che fa?

Si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità”.

  Come cantato nel Don Raffaè, capolavoro di Bubola-De Andrè.

Un carisma criminale mantenuto fino alle fine, a giugno 2020 il tribunale di Sorveglianza di Bologna   respingeva l’ultima istanza di differimento della pena, richiesta per le sue condizioni di salute, rispondendo che le sue condizioni erano compatibili con la detenzione e quanto egli fosse un simbolo per i gruppi criminali che si richiamavano al suo nome. Il simbolo della criminalità organizzata non solo campana, perché lui è il fondatore della Nuova Camorra Organizzata, la NCO, acronimo che segna il passaggio dalla vecchia alla nuova camorra. Un’operazione nata a Poggioreale, che per il carattere verticistico ricorda Cosa Nostra e la ‘ndrangheta -picciotto, camorrista, sgarrista, capozona e santista-,  riprende i rituali di affiliazione massonici che suggella con il culto del capo, ecco come per tutti diventa Eccellenza. Di fatto, trasforma la criminalità, la organizza, l’ideologizza, ne fa una sorta di “partito” che ha a cuore il Meridione e ha carattere imprenditoriale: deve saper trasformare i proventi sporchi, degli affari illeciti. È questa la NCO, organizzazione paramilitare che come tale può entrare in contatto con quelle ideologiche ma, diversamente da queste, i suoi affiliati sono giovani del sottoproletariato ammaliati dai facili guadagni.

Una questione d’onore – difendere la sorella Rosetta dalle avance di un giovane del suo paese- è il fatto di sangue che lo aveva tenuto a battesimo, e da lì aveva iniziato un percorso criminale efferato che riserva non poche sorprese, perché Cutolo tesse rapporti con la politica, con i Servizi segreti e con le organizzazioni della lotta armata. Il suo è un nome che pesa sulla storia della Prima Repubblica, su molti dei passaggi ombrosi fra loro fittamente avviluppati, dal crac del Banco Ambrosiano all’eversione nera e rossa, dai Servizi deviati alle molte altre organizzazioni criminali come la Banda della Magliana.

In quello strano intreccio, tutto italiano, di connivenze fra criminalità servente e parte dello Stato deviato lo ritroviamo in due snodi nevralgici della nostra Prima Repubblica: il sequestro di Moro e di Cirillo. Entrambi rapiti dalle Brigate Rosse, il primo del 17 marzo 1978, il secondo del 25 aprile 1981, compiuto dalle BR- Partito Guerriglia, troncone dell’organizzazione di Giovanni Senzani.

Caso Moro e caso Cirillo, caso intrigato e intersecato il primo, caso più lineare il secondo. Il Governo dichiara di non voler trattare, ma gli esiti dei due sequestri sono differenti.

Era il 1978, Cutolo latitante si propone per salvare Moro. La vicenda Moro transita attraverso plurime trattative, anche fra loro sovrapposte, troppo articolate, semplificarle sarebbe come banalizzarle, dato certo è che il fantasma Moro resta ad aleggiare perché il partito-Stato poco dopo tratterà per Cirillo.

Anzi Cutolo si offre per trattare la liberazione di Cirillo, l’uomo della Dc campana della corrente di Antonio Gava. Nel periodo in cui è recluso nel carcere di Ascoli Piceno -epoca a cui risale la trattativa per la liberazione, Cutolo avrebbe incontrato diversi politici democristiani.

Il rapporto con Senzani è avviato attraverso la Colonna Napoletana, i camorristi di Cutolo sono inclini a considerarsi un movimento sociale e simpatizzano per le sue BR. Il rapimento Cirillo avviene a venti giorni dall’arresto eccellente di Mario Moretti, con lui anche Enrico Fenzi, è la conferma della forza di Senzani. Dentro le Br si era aperta una faida interna, in atto lo smantellamento delle formazioni a opera dei pentiti e dei dissociati cui si unisce l’azione di opposizione interna, lo sfilacciamento della rete semilegale di contiguità.

 Strano Paese l’Italia.

“In nessun Paese civile è accaduto che le trattative siano state condotte, insieme da ufficiali dei Servizi di sicurezza, da iscritti a una loggia massonica eversiva, da uomini del partito del sequestrato che è anche il maggior partito di governo.

[…] Che si nasconda la corrispondenza del boss durante il sequestro.

Che scompaiono dalla Questura i messaggi scritti al boss dalle autorità politiche […].

 Che l’uomo politico sospettato di aver guidato la trattativa con la malavita diventi Ministro dell’Interno” (Luciano Violante).

Quell’anno la Campania è devastata da un terribile terremoto a curarne la ricostruzione è chiamato Cirillo, assessore all’Urbanistica della regione Campania, su cui si allunga la vicenda dei fondi stanziati per la ricostruzione che irrobustiscono la camorra. Al momento del sequestro si determina una matassa aggrovigliata i cui bandoli sono i vertici della Dc, i Servizi e la Camorra, perché il sequestro avviene nel territorio da questa controllato. Senzani contratta coi familiari il prezzo del riscatto, il negoziato ha esito positivo, Cirillo è liberato, la somma del riscatto è un miliardo e 450 milioni di lire, pagato dalla famiglia, che riferirà che il denaro è personale, con il contributo di non precisati amici. L’istruttoria del giudice Carlo Alemi ritiene invece vi sia una regia politica voluta dai vertici della Dc che ha coinvolto i costruttori napoletani, il denaro potrebbe essere stato dato dalla famiglia, dagli amici di partito e dai costruttori, ricompensati con gli appalti della ricostruzione del dopo terremoto. A questo «teorema» si giunge tramite le rivelazioni degli arrestati della Colonna Napoletana delle BR. Dunque, una trattativa parallela, nascosta alla Magistratura, e un doppio riscatto, una somma aggiuntiva destinata a Cutolo. Riscatto che sarebbe di due miliardi di Lire, confermato anche da un pentito della Banda della Magliana (Cfr. Silenzio di piombo, Patrizia Zangla, Leone 2020).

Nel 2015 Cutolo chiede di essere audito.

In un colloquio con la moglie le dice: “Mi hanno sepolto vivo in cella, se parlo crolla lo Stato”.  Convocato dal Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti. Il 14 settembre 2015, nel carcere di via Burla a Parma -in cui sono reclusi anche Riina, Leoluca Bagarella, Massimo Carminati, il Nero, e Marcello Dell’Utri, Cutolo rilascia delle dichiarazioni spontanee finite a verbale. È uno dei 41 documenti raccolti dalla Commissione Moro 2, carte secretate.

L’anno dopo, agli inquirenti della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli (al pm Ida Teresi e al capo della Dda Giuseppe Borrelli) -dirà: «Potevo salvare Moro ma fui fermato»- (verbale del 25 ottobre 2016). E ancora: «Aiutai l’assessore Cirillo, potevo fare lo stesso con lo statista. Ma i politici mi dissero di non intromettermi».  «Per Ciro Cirillo si mossero tutti, per Aldo Moro nessuno, per lui i politici mi dissero di fermarmi, che a loro Moro non interessava». Racconta anche dei mediatori, di due distinti camorristi che gli avrebbero chiesto di salvare Moro quando lui era latitante. Nell’interrogatorio ai pm napoletani, fa il nome di Michelino Senese, ai pm romani che lo interrogano nello stesso periodo fa il nome di Nicolino Selis della Magliana. Poi lancia messaggi criptici:

 “Avevamo dei documenti da usare contro i politici per i fatti della trattativa: alcuni li aveva Enzo Casillo – camorrista ammazzato nella guerra di camorra- altri documenti invece li ho io ma moriranno con me”.

Avrebbe potuto dire molto altro. Non lo ha fatto. Fedele al ruolo che si è costruito di boss tutto d’un pezzo.

Eh già, Don Raffaé non ha parlato oltre, “lo Stato non è crollato”, lo Stato può dirsi salvo!

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