primo piano

CONTE, RENZI E MACHIAVELLI di Maurizio Ballistreri

Nel mentre la pandemia dilaga, mietendo vittime e riecheggiando il dramma della “peste nera” medievale, e l’economia e il lavoro italiani crollano, siamo nel bel mezzo di una delle ricorrenti crisi di governo che hanno segnato la storia politica nazionale, con il conflitto tra Renzi e Conte.

E così, a fronte dell’incertezza sul futuro e sulla vita stessa delle persone, si discute su “responsabili” e “costruttori”, con tanto di promesse di posti e prebende, con il ritorno in campo della mai sopita “democristianitudine”, per la quale vale sempre il detto semel abbas semper abbas, con la revanscistica tentazione, mai sopita, di dare vita ad una forza neocentrista, con le anime tardo-democristiane di Forza Italia e del Pd, per mettere “insieme” un partito di tipo moderato e interclassista, con la benedizione di settori vaticani. Un’operazione che, a dispetto della volontà egemonica di stampo gramsciano, senza l’orizzonte ideologico di tipo palingenetico del fondatore del Partito comunista in Italia, e, quindi, ridotta alla vecchia pratica dei “compagni di strada”, può far materializzare il vecchio incubo della “gauche” nazionale, esorcizzato da Luigi Pintor sulle pagine de “il manifesto” nel 1983, col titolo memorabile ‘non moriremo democristiani!’.

L’Italia in verità, non è nuova, nella fase costituzionale repubblicana, a soluzioni di governo fuori dagli schemi tradizionali del modello liberaldemocratico occidentale fondato sull’alternanza, ponendosi all’avanguardia dell’alchimia politica, memore del “Connubio” tra Rattazzi e Cavour, del trasformismo di Agostino Depretis, della tacita intesa tra Giovanni Giolitti e il leader del socialismo riformista Filippo Turati ai primi del ‘900, del “Patto Gentiloni” del 1913 tra cattolici e candidati liberali.

Dal governo monocolore democristiano delle “convergenze parallele” teorizzate da Aldo Moro, guidato da Fanfani dal 1960 al 1962, con il voto dei partiti laici e l’astensione del Psi, che portò al successivo ingresso dei socialisti al governo, aprendo la stagione del centrosinistra nella prima Repubblica, agli esecutivi della “non sfiducia” prima e della “solidarietà nazionale” dopo, tra il 1976 e il 1979, presieduti da Andreotti, funzionali alla strategia del “compromesso storico”, dell’incontro cioè tra Dc e comunisti sostenuta dal leader del Pci Enrico Berlinguer e da Moro rapito e ucciso dalle Brigate Rosse nel 1978.

La Prima Repubblica segnata da quel “bipolarismo imperfetto” descritto da uno dei maggiori politologi italiani, Giorgio Galli, recentemente scomparso, con l’impossibile fisiologica alternanza tipica dei sistemi democratici occidentali tra partiti e coalizioni al governo, a causa della presenza al tempo del più forte partito comunista occidentale, oscillante tra il cordone ombelicale con l’Unione Sovietica e la “via italiana al comunismo” togliattiana-berlingueriana”.

Un quadro politico al tempo fortemente influenzato dalla “guerra fredda” e dal “fattore K”, con la pratica, sovente, della andreottiana “politica dei due forni”: l’alleanza di centrosinistra con socialisti e laici da una parte, il consociativismo con i comunisti dall’altra, con qualche occasionale incontro con i neofascisti del Movimento sociale, come testimoniano le vicende del Governo-Tambroni nel 1960 e l’elezione di Giovanni Leone al Quirinale nel 1971.

Per non parlare dei cosiddetti “governi tecnici” della seconda Repubblica di Ciampi, Dini e Monti, basati su ampie maggioranze parlamentari da destra e sinistra.
Oggi, il tentativo di una nuova formula politica “alchemica”, che dovrebbe garantire un difficile equilibrio tra tenuta democratica e pressioni dell’Unione europea sulla gestione del Recovery Fund: insomma tra Conte e Renzi, vince Machiavelli, anzi il machiavellismo di comodo che pretende di avere una doppia morale, una per la politica e l’altra per i cittadini.

Share Button

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *