editoriale politica

La politica fronte e retro di Cosimo Recupero

La politica fronte e retro di Cosimo Recupero

In una nota fiction su Padre Pio si vede una scena nella quale lui racconta una allegoria per farci capire cos’è la fede. Lui parla dell’uomo come di un bambino, seduto accanto alla madre che ricama. Essendo il punto di vista del bambino più basso rispetto al ricamo, egli ne vede il retro che lascia solo capire di cosa si tratta, ma non permette di vedere il disegno nella sua interezza e nella sua bellezza. Mi ha colpito molto questa scena, perché mi fa pensare che anche la politica sia così. Ad osservarla dall’esterno a noi sembra una cosa e possiamo farci un’idea; ma il retro non è il recto del disegno e quindi ci vuole un certo talento a decifrarlo.

La vicenda di questi mesi mi da esattamente questa impressione. La scena politica è il retro di un ricamo di cui ci sembra di capire qualcosa, ma non è escluso che sia l’esatto opposto. Mi riferisco in modo particolare a tutto il dibattito intorno al referendum costituzionale e all’Italicum che, giocoforza, vi è strettamente legato.

I protagonisti di questa scena sono diversi. C’è Renzi e la minoranza del PD, agitata in primo luogo da Massimo D’Alema. Poi c’è Grillo con i suoi e, molte lunghezze dopo, Parisi che, come ho scritto altrove, per adesso è tutto concentrato sul fronte interno e quindi meno visibile sulla scena nazionale.

Possiamo quindi restringere il campo ai due protagonisti principale ovvero PD e Movimento 5 stelle.

In questi giorni stanno giocando una partita davvero surreale, infatti siamo al paradosso del fatto che ognuno sostiene ciò che conviene all’altro. Vediamo perché.

Renzi ormai è bollito politicamente. La sua riforma la sostiene solo una parte del PD. Tutti gli altri partiti, almeno apparentemente, sono contro.

Il M5S, dal canto suo, non è certo in un momento di forza. La navigazione a vista di Virginia Raggi non sta  giovando affatto al movimento.Nell’arco di due settimane, il comico genovese ha dissolto con un urlo isterico dei suoi  il direttorio nazionale e quello romano, che erano diventati solo dei ring nei quali si scazzottava per avere un assessore in più, ed ha ripreso in mano il partito stabilendo, in barba alla gente, ai cittadini, alla rete ed a tutte quelle chiacchiere da bar, che da oggi comanda lui da solo, come sempre, del resto. In tutto questo bailamme, il movimento resta fermo sulle sue posizioni per il NO al referendum e per la riforma della legge elettorale.

Ma se questo è il retro del disegno,il fronte qual è? Al netto delle difficoltà di queste settimane, il movimento 5 stelle ha una sola possibilità di arrivare al governo del Paese, e questa possibilità è proprio che la riforma passi ma non tanto per la riforma in sé, ma per il fatto che, se al referendum vincerà il SI, nessuno toccherà l’Italicum che, al ballottaggio, potrebbe proprio dare ragione ai pentastellati.

Per questa stessa ragione a Renzi, o meglio allo stesso PD, converrebbe che il referendum non passasse o che, quantomeno, si mettesse mano all’Italicum che, se riformato prima delle prossime elezioni, guadagnerebbe il primato di essere la prima legge elettorale al mondo ad essere riformata ancor prima di essere applicata almeno una volta.

In tutto questo si inserisce la proposta di Di Maio, evidentemente imbeccato, di ritornare ad un proporzionale puro. In un articolo di oggi, Giuseppe Turani ritiene che il fatto che la proposta arrivi proprio da Grillo perché lui preferirebbe avere una legge che non gli permetta di vincere mai, per potersi godere comodamente la rendita di posizione dell’opposizione. Ma se così fosse, che senso avrebbe riprendere il partito in mano? Per condannarlo ad un ruolo di perenne opposizione basterebbe lasciarlo in mano a personaggi del calibro di Di Maio, Di Battista, Taverna, Lombardi, Raggi, capaci di farsi del male da soli.

Secondo me, invece, la proposta del proporzionale ha un duplice scopo: da un lato, guadagnare al movimento un’immagine di partito convintamente democratico. Il metodo proporzionale è, oggettivamente, il sistema più democratico di rappresentanza politica, anche se quello meno efficiente nella formazione delle maggioranze di governo. Dall’altro lato, Grillo vuole stanare tutti lasciando ad altri l’onere di dover scrivere una legge elettorale che sembri altrettanto democratica. Ma Grillo sa che nessuno riuscirà a far quadrare il cerchio e così i mesi passeranno e l’Italicum resterà la legge elettorale in vigore, permettendogli di giocarsi, nel 2018, la partita della vita.

Un azzardo? Forse, anche perché il PD, se vuole, può uscire dall’angolino; ma può farlo in un modo soltanto: mandando a casa Matteo Renzi e liberandosi così dello scomodo ruolo di difensore di una riforma scritta a uso e consumo del proprio avversario.

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