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“Il Fatto” di Travaglio esalta il fascista D’Annunzio

Tramite il pennivendo Padellaro, filo ConteIl Fatto” di Travaglio esalta il fascista D’Annunzio


In occasione della “festa della Rivoluzione 2020”, svoltasi i primi di settembre a Pescara per celebrare il centenario dell’”impresa di Fiume” e della Carta del Carnaro, promulgata l’8 settembre 1920 dal governo instaurato da D’Annunzio nella città croata occupata per 500 giorni dai suoi scherani legionari, Il Fatto Quotidiano ha dedicato un’intera pagina, con tanto di lungo articolo del cofondatore ed editorialista Antonio Padellaro, di esaltazione sperticata del vate del fascismo, della sua impresa imperialista del 1919-1920, ispiratrice dello squadrismo nero e della marcia su Roma di Mussolini, e della suddetta Carta del Carnaro.

Dietro il titolo civettuolo “C’era il salario minimo nella Costituzione del Vate-influencer”, il giornale diretto da Marco Travaglio propina infatti ai suoi lettori una subdola e ben studiata operazione di revisionismo storico, che se non volta direttamente a rivalutare il fascismo, mira quantomeno a recuperarne buona parte delle radici culturali e politiche, che il fascismo attinse a piene mani da D’Annunzio e dalla sua ideologia, prassi e simbologia superomiste, nazionaliste e militariste. Operazione revisionista comunque non da poco, che, nella fattispecie, consiste proprio nel negare il legame storico tra D’Annunzio e il fascismo mussoliniano, così da ricomprendere il dannunzianesimo e l’impresa imperialista e proto-fascista di Fiume nella “legittima” storia dell’Italia moderna, dal Risorgimento fino all’epoca attuale, mettendo tra parentesi (per ora?) solo l’”anomalia” del ventennio mussoliniano.

Che poi è la stessa operazione che si proponeva l’iniziativa pescarese promossa, in qualità di presidente della Fondazione Vittoriale degli italiani (dal nome della villa sul Garda di D’Annunzio, ndr), dallo “storico”, giornalista e scrittore Giordano Bruno Guerri, che si definisce “liberale, liberista e libertario”, ma è anche un nostalgico del periodo fascista fin dai suoi studi giovanili (laurea con tesi su Giuseppe Bottai, autore di biografie di D’Annunzio e Filippo Tommaso Marinetti, direttore del MuSa, il museo di Salò), e che non si stanca di organizzare mostre e altre iniziative storico-culturali di carattere revisionista per rivalutare il fascismo: magari attraverso figure solo antesignane del fascismo, come appunto D’Annunzio e Marinetti, o considerate vagamente “eretiche” come Bottai.


Disgustosa esaltazione di D’Annunzio e dell’”impresa di Fiume”

L’operazione de Il Fatto è in questa scia, solo che è tanto più grave in quanto Padellaro, a differenza di Guerri, proviene dalla “sinistra” borghese (è stato fra l’altro direttore de L’Unità, uscendone “da sinistra” silurato da Veltroni), e lascia stupefatti sentire con che entusiasmo e passione si applica alla rivalutazione ed esaltazione del vate del fascismo, il “Poeta-soldato”, il “Comandante”, il “pilota ardimentoso”, che fu anche “geniale ed instancabile demiurgo” di quella “storica epopea” dell’”impresa di Fiume”.

Un uomo (anzi, un Superuomo, mancava solo che lo definisse) che fu il “più celebre influencer della sua epoca”, le cui gesta “eccitarono la fantasia di molte generazioni”, e che “comprende con un secolo d’anticipo l’importanza di essere star system e genialmente inventa uno stile creativo e appariscente da superdivo”. Insomma, uno che “se fosse vissuto ai nostri giorni sarebbe un divo della Rete, uno straordinario Supereroe social (ed eccoci davvero al Superuomo, ndr), certamente molto amato dai ragazzi (sic), almeno dai più avventurosi”. E via incensando.

Ma l’aspetto ancor più stupefacente (e anche sospetto e alquanto disgustoso) del panegirico di Padellaro riguarda l’impresa squadristica dell’occupazione di Fiume e la Carta del Carnaro. La prima definita “un atto di forza audace e spericolato”, una “rivolta contro il ‘sistema’”, condotta non da quella banda di avventurieri violenti, nazionalisti, antislavi e guerrafondai che furono i legionari, antesignani delle camicie nere mussoliniane, bensì da “artisti, ribelli, insofferenti, spiriti anarchici, futuristi, visionari, gaudenti, nichilisti e negatori della morale corrente”: insomma, non la prova generale della marcia su Roma di due anni dopo, che tra l’altro era un’idea di D’Annunzio che Mussolini gli copiò battendolo sul tempo; e nemmeno l’anteprima della rioccupazione colonialista e sanguinaria di Fiume e di tutta la Jugoslavia, che il regime fascista attuò non appena salito al potere; ma una specie di festa dadaista per allegri bohemien in libera uscita, a detta di Padellaro.

La seconda, cioè la Carta in questione, è da lui definita nientemeno che “un inno alla libertà”, testo “straordinario per lungimiranza e utopistica modernità”. Perché? Ma perché, esulta Padellaro, prevedeva cose come la “democrazia diretta” basata sul “lavoro produttivo”, la “sovranità collettiva… senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di classe e di religione”, garantiva “l’istruzione primaria”, il “lavoro compensato con un minimo di salario sufficiente alla vita”, “l’assistenza in caso di malattia”, “la pensione per la vecchiaia”, “l’habeas corpus”, “il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario o di abuso di potere”, e “altri aspetti sorprendenti”.

A dirla tutta prevedeva anche la protezione della proprietà privata (quindi fondamentalmente degli industriali, degli agrari e dei banchieri), la riorganizzazione della società in corporazioni (nove, più quella al loro vertice degli “uomini novissimi”), e la figura di un “Comandante”, eletto con voto palese (alla maniera degli imperatori romani, che si autonominavano o venivano nominati dal Senato, ma poi dovevano passare per l’acclamazione delle folle), detentore della “podestà suprema senza appellazione”: tutte cose che Mussolini attuerà sistematicamente dopo il suo colpo di Stato.


La Carta del Carnaro è solo il programma demagogico del primo fascismo

Ma chissà perché di questi altri punti Padellaro non fa menzione. Eppure non ci voleva molto a fare due più due e notare che la Carta che gli piace tanto è stata scritta dalla stessa mano che sei mesi prima aveva scritto anche il Manifesto dei Fasci italiani di combattimento: da quell’Alceste De Ambris, ex sindacalista rivoluzionario diventato, come tanti socialisti e anarchici, fervente interventista, e poi seguace di Mussolini e D’Annunzio, che aveva elaborato il programma del nascente movimento fascista attingendo largamente alle idee socialiste e anarco-sindacaliste, perché lo scopo di Mussolini e dei fascisti era proprio quello di infiltrarsi nel movimento operaio e contadino per ingannarli, dividerli e distruggerli, e per far questo occorreva, almeno inizialmente, presentarsi con una fraseologia e delle promesse in apparenza “rivoluzionarie” e “proletarie”. Non a caso certi elementi base puramente propagandistici della Carta del Carnaro saranno poi ripresi nel programma della Repubblica sociale italiana di Salò, come la “socializzazione delle imprese e dei mezzi di produzione”.

Ma a stare a quanto scrive Padellaro, Mussolini avrebbe preso da D’Annunzio solo il ciarpame esteriore, come il motto “Eia!Eia!Alalà!”, “la canzone Giovinezza” e “molti altri simboli che non gli appartenevano”. È una responsabilità molto grave quella che si è assunto il giornale di Travaglio e Padellaro, quella cioè di rivalutare il vate del fascismo negando il suo accertato ruolo storico di precursore, ispiratore e infine alleato e complice, fino alla sua morte avvenuta nel 1938, del fascismo e di Mussolini. Reggendo di fatto il sacco a iniziative revisioniste come quella di Guerri, e come quella dell’erezione di una statua a D’Annunzio da parte della giunta di “centro-destra” di Trieste il 12 settembre 2019, in occasione del centenario della partenza dei Legionari per Fiume, iniziativa questa in chiave palesemente nazionalista, patriottarda, fascista e antislava.

Ma forse non c’è poi da stupirsi più di tanto di simili sbandate a destra, vista l’ormai quotidiana e conclamata difesa a spada tratta di Conte e della sua dittatura antivirus da parte di Travaglio e Padellaro, e visto il voltafaccia che hanno fatto dai tempi del referendum di Renzi, facendo de Il Fatto Quotidiano il principale organo di propaganda a favore del taglio dei parlamentari: che guarda caso è un taglio alla democrazia e all’elettoralismo borghesi tanto esecrati e sbeffeggiati da D’Annunzio, e che fu già attuato del resto sotto la dittatura fascista di Mussolini.

23 settembre 2020

(Articolo de “Il Bolscevico”, organo del PMLI, n. 31/2020 e pubblicato sul sito www.pmli.it)

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