Cultura

Le caprette mi facevano ciao, solo quando arrivavo però

Le caprette mi facevano ciao, solo quando arrivavo però di Angela Rizzo


Quando ero piccola, i miei in estate mi impacchettavano e spedivano a Librizzi. Mia mamma diceva: te ne vai in campagna, cosi’ cominci a mangiare in modo sano senza porcherie. Io a Librizzi, mi divertivo tantissimo, ricordo ancora quando raccoglievo peperoni, melenzane, pomodori, pere piccole piccole. Don Nino e Donna Vincenza, quando mi vedevano spuntare con gli ortaggi e la frutta rischiavano puntualmente un coccolone e con un filo di voce mi dicevano: Angioletta, non si possono raccogliere ora, DEVONO ancora crescere, lascia stare, fai altre cose. Io ubbidiente facevo altre cose. C’era un vecchietto, tutti lo chiamavano “Bicicletta” per via del fatto che aveva con se sempre una bicicletta, ma lui non saliva in sella, camminavano insieme, come due innamorati, lui la teneva per il manubrio e camminavano cosi’ abbracciati, uno accanto all’altra. Lui la mattina arrivava, apriva il “magazzino” e fermava la porta con una pila di mattoni rossi, io ogni mattina come una prescrizione medica, la prima cosa che facevo era togliere di gran corsa la pila di mattoni e nasconderli. Dopo aver fatto colazione in modo bucolico, insomma mi prendevo il latte appena munto e giornalmente sceglievo la mucca che mi doveva sfamare, un giorno era Giacomina, l’altro Marietta, l’altro ancora Carmela. La stalla era alle spalle del magazzino, il magazzino era la credenza di oggi, tutto nei sacchi, farina, nocciole, fave. Non appena ero lavata e sistemata arrivava Salvatore. Un bambino indigeno che si immolava a farmi compagnia. Nella vallata non c’erano tanti bambini. Lui arrivava puntuale ogni mattina e trascorrevamo la giornata insieme. Bicicletta, dopo settimane che non si dava pace alla costante ricerca della pila di mattoni, si convinse che il mascalzone era Salvatore. Quella mattina il povero bambino rischio’ davvero grosso. Bicicletta lo rincorse, e dopo averlo preso lo stava strozzando, il mio intervento salvo’ la pelle al mio compagno di giochi. Confessai che ero io a togliere i mattoni e a chiudere il grande portone di legno scassato e rattoppato. Da quel giorno l’impegno salto’, ma non rimasi disoccupata. Infatti, avevo scoperto che da una masseria all’altra si chiamavano con l’eco: ” ‘Za Nina, n’aviti ova? Si’, putiti veniri Cummari Vicenza “. Il fatto e’ che una delle due non diceva la verita’. No, non erano bugiarde, ma una delle due ero puntualmente io che cosi’ facendo avevo sabotato il molto attivo e usato baratto-commercio. Venni scoperta dopo averne davvero fatte di tutti i colori, facevo richieste assurde e davo disponibilita’ inesistenti. Arrivavo a Librizzi a fine luglio e rimanevo fino ai primi di settembre, il mio rientro in citta’ coincideva con l’apertura delle scuole. Avevo circa 5 anni (ho iniziato un anno prima la scuola), con il mio bagaglio di vestitini e scarpette. Ero orgogliosa soprattutto delle famose scarpe con gli occhietti. Erano bianche come si conveniva d’estate, a corredo era d’obbligo il bianchetto. Mia mamma diceva che spendevamo piu’ di bianchetto anziche’ di scarpe. Non appena arrivavo andavamo a S. Piero Patti e mi facevo comprare le infradito di gomma con una complessa composizione floreale all’incrocio dell’infradito. Li desideravo tutto l’anno, ma i miei erano contrari. Quelle infradito a casa mia erano vietate. Solo scarpe con gli occhietti. Non vedevo l’ora di andare a letto, un letto altissimo e quando mi tuffavo sprofondavo, erano materassi fatti con le foglie secche di PILLANCHELLO (granturco). Le prime notti, mia zia Angela e la sua collega Lia, figlia di Don Nino e Donna Vincenza, mi sopportavano e con garbo mi dicevano: Angela, dormi; Angela stai ferma, Angela ma che hai le pulci. Verso le tre di notte rischiavo la vita: “ANGELA FERMA, UN’ALTRA MOSSA e ti uccido” era l’urlo finale che non ammetteva repliche di mia zia. Le foglie di PILLANCHELLO nei materassi erano fresche per le calde serate d’estate, MA RUMOROSSIME anche quando respiravi. Dopo qualche giorno venivo trasferita di peso in un stanza con un materasso di lana. Cercavano di neutralizzarmi, ma non demordevo, la campagna mi dava serenita’ e spensieratezza, ma non rinunciavo pero’ alle conoscenze cittadine, prima di partire mi organizzavo, rauti, caramelle al latte, gelati finti e fionda, anche se mi piacevano i biscotti fatti in casa le prelibate “nuvolette” o il pane caldo con olio e pomodoro stricatu. Insomma mi calavo totalmente nella vita bucolica. Il cane Giulio, un pezzo di pane, quando c’era molto da fare lo legavano ad una bombola vuota, non appena lo vedevo distratto accendevo un rauto e succedeva l’inferno, lui scappava per le scale e in un batter d’occhio arrivavano tutti. Donna Vincenza trafelata scappava dal pollaio. Don Nino che stava dando da mangiare ai maiali arrivava preoccupato e mia zia e Lia uscivano dalla stanza e spegnevano il giradischi, mi lanciavano sguardi di fuoco perche’ io ero beatamente affacciata alla balconata. Si e’ vero erano bei tempi e che non ritorneranno piu’, ma non perche’ le cose sono cambiate, siamo noi che siamo cresciuti, e’ l’evolversi della vita: si nasce, si cresce, si muore. Don Nino e Donna Vincenza sono morti, Lia e mia zia non abitano piu’ a Messina, io sono diventata grande. Sono proprio i ricordi che sono belli, e poi ognuno sceglie la propria strada. Ad essere sincera se voglio bere un bel bicchiere di latte, preferisco aprire il frigo e bere. In campagna prima di prendere il latte dovevo mungerlo e prima di mungerlo dovevo pulire le mucche e prima di pulirle dovevo dare da mangiare. No, troppo complicato. No, non ho rimpianti tranne quello che non ho piu’ 5 anni, a 5 anni era bello andare a Librizzi a 56 preferisco Singapore. E’ il progresso bellezza e poi se davvero voglio andare a vivere in campagna mollo tutto e faccio la contadina chi puo’ impedirmelo?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *