politica

Col senno di poi di Cosimo Recupero

I grandi cambiamenti della storia sono sempre rappresentati da un evento culminante. E’ necessario avere una data certa che faccia da spartiacque fra il prima e il dopo e che permetta a chiunque di poter individuare il passaggio dall’Egitto alla terra promessa, dalla tirannia alla libertà, dall’inferno al paradiso.

Ma come è noto, la storia, che è spesso un lungo catalogo di date, la scrivono i vincitori del tempo i quali stabiliscono cosa è l’Egitto e cosa la terra promessa, cosa è la dittatura e cosa la libertà, cosa è il bene e cosa il male.

E la storia recente della nostra Repubblica non fa eccezione. Intanto per l’indicazione di una data: 30 aprile 1993. Pochi ricordano cosa facessero nelle ore della sera di quel giorno. Maggiore memoria abbiamo tutti dell’11 settembre, per esempio.

In quella sera di primavera, un gruppo di persone di ogni estrazione politica (ex comunisti, missini, leghisti) molte delle quali avevano appena assistito ad un comizio in Piazza Navona, accecati dall’odio spruzzato sapientemente da giornali e TV (a quei tempi i social non c’erano) percorrevano pochi passi da quella piazza per raggiungere Largo Febo, una stretta viuzza lì vicino, sul quale affacciava l’Hotel Raphael, storica residenza romana di Bettino Craxi.

Su quella piazza sarebbe stato issato, di lì a poco, il patibolo sul quale giustiziare il leader socialista a cui, la propaganda, aveva attribuito tutti i mali del Paese.

E così fu. Il metallo che calò sulla testa di Craxi non fu, per fortuna di tutti, quello della lama di una ghigliottina, ma quello delle monetine che, col senno di poi, si sono rivelate la condanna a morte non del segretario socialista, ma della democrazia italiana.

Molti, col senno di poi, hanno ammesso che quella scena fu figlia di una rabbia incontrollata me forse ingiustificata, perché la corruzione, che c’era, è esplosa negli anni a venire mentre l’Italia perdeva posizioni e prestigio nello scacchiere internazionale.

Col senno di poi, ed a mente fredda, dovremmo riconoscere che, se prima eravamo la quarta potenza mondiale e adesso siamo spariti dal novero delle grandi potenze, forse non era quello l’inferno e questo e il paradiso.

Col senno di poi, dovremmo ragionare che, se mentre prima avevamo un debito sul PIL accettabile, mentre oggi siamo alla canna del gas, forse non era quella la classe dirigente ladra e sprecona, ma quella di oggi.

Col senno di poi, dovremmo ammettere che, se col governo Craxi il debito pubblico italiano ebbe per la prima ed unica volta un rating di tripla A, mentre da ieri siamo a BBB-, forse non era a quel tempo l’Egitto e non è oggi la terra promessa.

E tutto questo iniziò quella sera, quando la politica cedette il posto al populismo. Perché, sia chiaro, il populismo non è una invenzione moderna, figlia dei social. Il populismo è il volto pulito del fanatismo politico che, prima o poi, sfocia in dittatura. Tutti i dittatori sono arrivati al potere promettendo il paradiso terrestre. Ma tutti, una volta arrivati al potere e dato prova di non potere mantenere quella promessa, hanno dovuto puntellare il proprio potere con la violenza. E’ andata sempre così e, se non stiamo attenti, la storia si ripeterà.

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