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Aprile 45, dalla fuga a Piazzale Loreto di Patrizia Zangla

 I giorni dell’aprile 1945, dalla fuga del duce a Piazzale Loreto-  di Patrizia Zangla

La ricostruzione erodotea ricorda che la sera del 25 aprile 1945 a Milano, dove regna un’atmosfera insurrezionale, un uomo in fuga, sconvolto e nervoso, sistema in una borsa documenti importanti. Dietro la sua auto si mobilita un seguito di automobili e autocarri. La fuga si conclude a Dongo, il pomeriggio del 27.

Quel giorno in tutta la zona di Como piove. Una pioggerellina fine e sottile.

La trattativa coi partigiani di Musso prevede solo un lasciapassare per i mezzi tedeschi, l’uomo tenta di passare inosservato indossando un pastrano nazista. Al posto di blocco ogni camion della Luftwaffe viene ispezionato, in uno c’è “il Cavaliere Benito Mussolini”, il duce d’Italia. È fisicamente svigorito, ha il volto disfatto e pallido, l’elmetto sulla testa e il mitra a tracolla.

Continua a piovere e si attendono disposizioni.

La morte del duce è una vicenda delicata, i rivoli in cui si disperde sono tanti.

Negli anni se ne sono occupate analisi documentate, parallelamente si è costruito un romanzo popolare le cui pagine, avvalorate da considerazioni pseudo storiche e notizie giornalistiche sensazionali rivelanti il ritrovamento di carteggi segreti, raccontano versioni talvolta fantasiose insinuate nell’immaginario sociale e difficilmente cancellabili.

La storiografia ha fornito versioni differenti, anche contrastanti, con tratti lacunosi e controversi, che alimentano dubbi destinati a rimanere insoluti. Molti testimoni hanno rilasciato dichiarazioni poi smentite, altri hanno scelto di non raccontare i fatti, altri ancora hanno parlato in tempi recenti sfrangiando i teoremi precedenti.

La versione ufficiale non è esaustiva e le testimonianze dei partigiani protagonisti non sempre sono fra loro coincidenti. In ogni ricostruzione ruotano i medesimi protagonisti, alcuni partigiani, ognuno con un nome in codice, e gli alleati. Ad essi si affiancano i Servizi segreti inglesi, da molti indicati come presunti mandanti, perché preoccupati che un eventuale processo al duce potesse rivelare le compromettenti relazioni fra Churchill e Mussolini. Ciascun gruppo mira a un progetto differente sulla sorte del duce.

Le ipotesi relative a chi ha sparato al duce sono storiograficamente sterili, riconducibili a due interessi contrapposti: gli alleati favorevoli a salvarlo e i partigiani contrari. Tra le testimonianze, il partigiano Solari riferisce che alla notizia del fermo del duce fa seguito l’incarico di Longo a Audisio, colonnello Valerio (del Corpo volontari della libertà) e a Lampredi, Guido (ispettore del comando generale delle Brigate Garibaldi), di portare il duce a Milano (per approfondimento Patrizia Zangla, 1943-1945, l’Italia in camici nera. Storia e costume dal fascismo alla Resistenza, Leone Editore Milano).

Tuttavia, è lecito domandarsi se il documento firmato il 25 aprile a Milano dagli esponenti del CLNAI (l’articolo 5  dichiarava punibili con la pena di morte i membri del governo fascista e i gerarchi fascisti colpevoli di aver eliminato ogni diritto costituzionale e di aver negato la libertà popolare, creato il regime fascista …) intenda estendersi, benché il testo non riporti un esplicito riferimento al duce, anche a Benito Mussolini. In questo caso, il decreto impone un ordine implicito di uccisione immediata o successiva?

La richiesta di portare il duce a Milano intende riferirsi al duce vivo o al duce morto?

Si può anche assecondare l’ipotesi di un doppio binario, vale a dire che gli ordini siano due, uno ufficiale, che dichiara di riconsegnare il duce vivo e uno segreto che viceversa vuole che lo si riconsegni da morto. Impossibile uscire da questo labirinto, le testimonianze riprendono a intrecciarsi fra loro. Si può ragionare sui dati storicamente certi: l’ultimo in ordine temporale è l’atto ufficiale di comunicazione della morte del duce, reso noto dal CLNAI che, nonostante la dinamica smagliata, se ne assume piena responsabilità. La dichiarazione é firmata dai partigiani, Marazza, Parri, Valiani, Longo, Sereni, Jacini, Morandi e Pertini.

Nella Storia si traccia un’immagine indelebile, sdoppiabile in due rappresentazioni.

La prima, quella ufficiale, della gente in festa, un’immagine nitida. Una festa corale e libera dopo vent’anni di adunate imposte, con partigiani e partigiane che sfilano per le strade tra gli applausi generali, le voci di chi grida –Evviva l’Italia libera!– e sventola la bandiera tricolore liberamente e non per osservare un precetto di regime.

La seconda è quella di Piazzale Loreto.

Ma entrambe le immagini si fondono in una figura unica che rappresenta la fine della dittatura attraverso quella del suo tiranno.

In una primavera di violenza impulsiva e spontanea, di rivalse e di vendette, la folla delle adunate oceaniche ora manifesta i sentimenti a lungo repressi.

Si tratta di scelte estreme, poiché tutti hanno compiuto e visto compiere scelte difficili, divenendo in tal modo simbolo vivente del costo della pace. Prende così corpo un’immagine della Resistenza, talvolta lasciata in ombra, rancorosa e vendicativa, da inserire nella ferocia di una complicata logica preventiva che, come osserva Primo Levi, «l’oppressore ha determinato».

Nel contesto di un’interpretazione ideologica degli eventi questi comportamenti si affiancano alle innumerevoli forme di reazione popolare, che dall’8 settembre ’43, la caduta del regime, si sono ripetute in modo crescente in molte città. L’abbattimento dei simboli fascisti, la “caccia ai fascisti” e ai collaborazionisti, l’assalto delle sedi del Pnf e le scritte ironiche indirizzate al duce.

La derisione oltraggiosa dei simboli del fascismo e del suo capo nasce dal desiderio della folla di distruggerne il mito con cui ha convissuto e che ha favorito con i silenzi e le compromissioni di molti, e si connette alla caduta del ‘dio Mussolini’ che, così profanato, perde l’aura religiosa. Si innesca un processo degenerativo a catena, caratterizzato dallo stesso fervore con cui era stato in precedenza mitizzato.

La rabbia popolare cresce, l’aggressività esplode, e si esprime con sentimenti forti e irrefrenabili che possono essere compresi solo se contestualmente collocati nell’atmosfera greve di quei giorni di fine aprile 1945.

La domenica del 29 aprile i corpi del duce e della sua amante sono consegnati alla memoria collettiva, scaricati dal camion proveniente da Dongo sul selciato di Piazzale Loreto a Milano. Accanto al corpo del duce giace quello inerme di Claretta Petacci, bella nonostante il volto macchiato di sangue. Nelle ricostruzioni si racconta di una persona, in alcune testimonianze una donna in altre un uomo che con una spilla da balia le riassetta pietosamente la gonna, dalla cui apertura si intravede il corpo nudo (per approfondimento 1943-1945, l’Italia in camicia nera  … op. cit.).

La folla si accalca, avidamente vuole vedere, oltraggiosa si avventa sui cadaveri.

C’è anche chi resta annichilito dalla forza di questo evento. Il duce steso sul selciato, con il volto sfigurato dalle numerose ferite d’arma da fuoco, gli occhi sbarrati e il corpo crivellato di colpi.

È un déjà-vu, ai cadaveri, al sangue si è abituati, ma qui non è il sangue che colpisce.

Questa è una furia che ha una sua singolare specificità, è furia collettiva, generata da una collera rabbiosa ma anche da una curiosità collettiva, che produce una vendetta collettiva.

Tutti vogliono vivere questo momento da attori principali perché quel cadavere non è di un ‘uomo qualunque’, di un saloino o di un gerarca, è quello del Duce-DUX. Esposto alla pubblica gogna, il tiranno è disarmato e impotente.

Il colonnello Cino Moscatelli comunica ufficialmente in Piazza Duomo a Milano quanto avvenuto a Giulino di Mezzegra: “Il criminale di guerra Benito Mussolini è stato punito per i suoi delitti. Dopo un processo sommario ma perfettamente conforme alla legge internazionale sui criminali di guerra”.  

L’impeto della folla non si stempera, continua con l’esposizione dei corpi appesi per i piedi sulla colonnina del distributore di benzina.

Due immagini si confrontano: il duce divinizzato e imperituro, posto in alto su un podio, con la folla in basso che acclama e il duce cadavere, con accanto la propria amante, entrambi capovolti, scherniti dalla folla.

Difficile incasellare questa situazione in uno schema interpretativo rigido di coordinate storiche, spaziali e temporali, perché ad esse si legano quelle culturali, e soprattutto quelle psicologiche, emotive, individuali e collettive, che creano un ordigno infiammabile, in cui la folla, protagonista nella sua irrazionalità perde ogni controllo.

Il tiranno Mussolini è stato venerato dalla massa, con questi gesti violenti, la piazza ora si riappropria di un ruolo negato, quello di poter agire liberamente e di rifiutare il disciplinamento coercitivo subito per i vent’anni in cui ha ‘creduto, obbedito e combattuto’.

Si compie una giustizia riparatrice volta a punire caoticamente chi è ritenuto reo, una ritorsione simbolica che inconsciamente, in alcuni casi, autoassolve la propria correità, perché molti italiani sono rimasti nella zona grigia, quella attendista.

L’eccidio si compie nella stessa piazza, nello stesso luogo in cui il 10 agosto 1944, per disposizione delle autorità nazifasciste, sono lasciati impietosamente esposti nella calura estiva i corpi dei cadaveri degli antifascististi uccisi per rappresaglia.

Un luogo presagito, perché qui si deve compiere la nemesi storica che diviene l’esibizione dell’orrore, in linea con i tanti episodi sanguinosi già accaduti.

Qui si compie la catarsi collettiva che da subito si disperde in tanti rivoli distinti.

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