editoriale

Foibe, distorsione antistorica e politica di Patrizia Zangla

FOIBE, distorsione antistorica a uso politico di Patrizia Zangla    

Montale scriveva: «La Storia non è poi la devastante ruspa che si dice. Lascia sottopassaggi, cripte, buchi e nascondigli».

Cripte, buche, nascondigli, il dovere è cercarli e, se è possibile, illuminare gli eventi sfocati, anche quelli motivo di dibattito storiografico e politico sia per ragioni interpretative sia per ragioni riguardanti la quantificazione delle vittime, come per l’evento conosciuto con il nome-simbolo di “Foibe”. Un fenomeno da iscrivere nel periodo che intercorre dall’autunno del 1943 all’inoltrata primavera del 1945.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943 l’Istria si ricongiunge alla Jugoslavia e si dichiarano abolite tutte le leggi imposte dal regime di Benito Mussolini, ormai delegitimato. È in atto il disorientamento nazionale e in questi territori si decide la “restituzione all’Italia” degli italiani e la riconversione delle italianizzazioni forzate dei cognomi e in generale delle scritte, che avrebbero riassunto i precedenti nomi croati. Da una parte preme il dittatore tedesco Adolf Hitler, che, con la “Operazione Castigo”, aveva mirato ad annettere la Jugoslavia al Reich, dall’altro, ora grava il maresciallo Josip Broz, noto con lo pseudonimo di Tito, che aspirava al riconoscimento di questi territori.

In questo quadro prende corpo l’antico risentimento verso l’invasore fascista e, per effetto di una sovrapposizione di ruoli, indistintamente tutti gli italiani sono ora considerati fascisti, quindi oppressori.

Al contempo, lo sono tutti coloro, anche gli aderenti al Comitato di Liberazione Nazionale, che opponendosi all’annessione di questi territori alla madrepatria jugoslava, sono considerati “reazionari”e contrari alla loro lotta resistenziale. Come riferisce Raoul Pupo sono “i reazionari” , termine che nel lessico dei comunisti sloveni equivale a “fascisti”, i nemici da colpire.

Uccisioni erroneamente indicate con i termini di –olocausto- o di –sterminio etnico-.

Si è trattato di qualcosa di diverso, un eccidio del gruppo etnico italiano, conseguenza di fattori di scontro anche etnici ma congiunti a elementi sociali, economici e ideologici. Un processo di epurazione non determinato dall’etnia ma dalla politica, riconducibile alla politica fascista che aveva attuato un’oppressione militare e una persecuzione spietata delle minoranze slovene e croate, completatosi mediante un’aspra snaturalizzazione dei gruppi slavi, che, favorendo la formazione di gruppi clandestini antifascisti, aveva lasciato molte tensioni implose.

Il vuoto istituzionale, determinatosi con la caduta della dittatura fascista, alimenta azioni di violenza, organizzate dalle formazioni partigiane slave spontanee, moderne jacquerie, da parte dei ceti contadini. Sin dal settembre ’43 l’efficiente Ozna, la polizia segreta titoista, procede con gli arresti, la deportazione nei campi di concentramento, i processi sommari e in parte con l’infoibamento degli italiani.

“Foibe”, dal latino fovea, (fossa, antro), é una voragine naturale del paesaggio della Venezia Giulia, effetto dell’erosione millenaria delle acque scavata nella roccia carsica, che diviene una “trappola” mortale.

Il metodo è rapido e consente di evitare la sepoltura dei cadaveri: le vittime sono allineate sull’orlo del precipizio e gettate da vive nell’abisso, talvolta si uccide a caso il primo della fila, che, precipitando, si trascina giù gli altri.

Una morte brutale cancellata nell’immediato. Una cancellazione materiale perché queste gole, celate dalla vegetazione sovrastante, inghiottono i corpi, e storica perché per molto tempo l’evento resta marginale, favorendo la tendenza alla distorsione antistorica.

L’Evento-Foibe è stato traumatico, molto traumatico, ma non di genocidio si è trattato, pertanto storicamente inesatta l’equiparazione con la Shoah.

Per troppo tempo relegato nella memoria locale, che oggi senza reticenze stiamo facendo emergere, il cui piano interpretativo presenta nodi che si è cercato di sciogliere proprio per non incorrere più nell’errore di trovarsi nell’impasse, come suggeriva lo storico Furet che, a riguardo della Rivoluzione Francese, scriveva: “Il modo migliore per non capire il passato è esaltarlo o demonizzarlo”, ma l’attuale tendenza politica a valutare unilateralmente l’evento-foibe si rivela altamente deleteria perché strumentalmente vuole negare che causa primaria sia stata la sopraffazione fascista intersecata a processi di snazionalizzazione compiuti nei territori occupati, che ha determinato l’intreccio complesso di elementi che lo hanno caratterizzato.   

In questo quadro rientra l’eccidio di Podhun in località croata il 12 luglio 1942 compiuto per ordine del prefetto della Provincia del Quarnero Temistocle Testa, eseguito sotto il comando del maggiore Armando Giorleo, che stima novantuno vittime, uomini fra i 16 e i 64 anni, il resto della popolazione quasi 900 civili deportati nei capi di internamento italiani e l’intero villaggio incendiato. Ritorsione per vendicare sedici soldati italiani uccisi dai partigiani, dissero. A essere uccisi da ignoti erano stati invece due maestri che punivano i bimbi del paese che non riuscivano a parlare italiano. Come si legge nel volantino a firma -Comandi –Squadristi del PNF di Dignano- si proibisce alla cittadinanza di parlare, cantare in lingua slava, il monito «più assoluto di usare solo LA LINGUA ITALIANA» in strada, nei luoghi pubblici, «Noi Squadristi, con metodi persuasivi, faremo rispettare il presente ordine».

Sterminio rientrante nel progetto di eliminazione della popolazione slava compiuto dalla stirpe italica gloriosa discendente dell’Impero romano per usare la tipica fraseologia ducesca.

La morale auto-assolutoria nazionale ne ha rimosso il ricordo per preservare la mitologia del regime buono con l’unica colpa di essersi alleato con quello cattivo hitleriano. E a fine guerra, quando il Paese doveva essere ricostruito e la giovane democrazia insediarsi, si è ritenuto fosse necessario lasciarsi alle spalle le sporche vicende delle annessioni territoriali forzate –già nel Nord Africa la colonizzazione italica è stata atroce e sanguinaria, parimenti in Jugoslavia e Albania- e con esse lasciar affondare i nomi dei tanti generali non esattamente specchiati, come Pietro Badoglio, che con l’armistizio dell’8 settembre 1943, dimentichi della fedeltà al duce, transitano con gli Alleati, gli stessi che a guerra conclusa in clima di Guerra Fredda intraprendendo la lotta al comunismo del blocco sovietico ritenendo indispensabile cancellare dal ricordo le atrocità compiute per mano fascista.

Allo stato attuale degli studi, come precisa lo storico Gianni Oliva, le stime in possesso non consentono di pervenire scientificamente a conclusioni certe sul numero dei morti infoibati.

Chiaro è invece il prezzo politico della II Guerra Mondiale pagato nel nord–est del Paese, versato direttamente da questa parte di popolazione italiana, uccisa o costretta all’esodo.

Entrambi aspetti per molto tempo rimasti velati. E poi trascurati dalla memoria dell’antifascismo che, nella fase delicata della Liberazione, temeva che essi potessero mitigare la valenza della lotta resistenziale, dagli Alleati in funzione antisovietica dopo la rottura fra Tito e Mosca, dal governo di De Gasperi insoddisfatto delle trattative per la riannessione di Trieste italiana, e di contro, perché strage commessa dai comunisti, l’evento è assurto dalla destra, appena ieri in funzione propagandistica dalla Repubblica Sociale di Salò e ancora oggi in funzione antiresistenziale.

Negli ultimi anni assistiamo all’esorbitante dilagare di nuova propaganda di facile presa popolare che, inneggiante lo slogan Prima gli italiani, strumentalmente diffonde apodittiche sinossi storiche intrise di sfalsamenti temporali, accostamenti e indistinzioni antistoriche, così il neofascismo s’impadronisce degli eventi e procede a deformarli e a sofisticarli abilmente.

Un uso politico della storia utile a rinvigorire l’orgoglio nazionale e favorire la rimozione storica.

     Cripte, buche, nascondigli …., appunto.

  • nella foto Febbraio 1942, annessione di Lubiana
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