editoriale

Il Pd di Renzi? Una Ferrari che va a Carbone di Cosimo Recupero

Il Pd di Renzi? Una Ferrari che va a Carbone di Cosimo Recupero

Sarà l’estate, sarà il ridimensionamento che Renzi ha subito con la pesante sconfitta alle amministrative, saranno i sondaggi sul referendum costituzionale che non sembrano certo dalla parte del premier, ma una cosa è sicura: dal PD non sembrano arrivare segnali di vita.
In questo silenzio assordante e nel disinteresse generale il PD muore lentamente. Renzi, nonostante i sondaggi, pensa ancora di potersi giocare la partita del referendum, tentando di spostare avanti e indietro la data per la celebrazione, in una visione ottusa e inconcludente della politica che non farà altro che logorare lui e tutti quelli che nel ruolo centrale del PD sulla scena della politica italiana credono ancora.
Intanto che fare? Credo che una risposta la potrebbero dare proprio i territori. Come ho scritto in un post di qualche settimana fa,  Renzi ha sbagliato tutto tentando di sfidare Grillo sul terreno della comunicazione di massa, lasciandosi dietro un deserto nel quale nessuno fa più la campagna elettorale tradizionale.
Potremmo dire, con un gioco di parole, che alla campagna elettorale porta a porta, ha preferito quella “Porta a Porta”, pensando che i talk show potessero essere un valido surrogato al contatto umano.
E’ stato un errore madornale, proprio per le ragioni che abbiamo detto nel post che ho citato. Il PD ha un elettorato profondamente diverso rispetto al M5S che punta per la maggior parte agli arrabbiati, a quanti hanno perso il lavoro o le sicurezze che uno Stato dovrebbe garantire.
E quindi, se la disfatta del PD è da ascrivere al prosciugamento sul territorio di sezioni e militanti, è proprio da questo che bisogna ripartire. Bisognerebbe fare come la sinistra faceva una volta: far sentire le proprie ragioni con azioni eclatanti, come le occupazioni, ma invece di occupare le fabbriche, oggi bisognerebbe occupare, almeno politicamente, il Partito, riunendo tutte le anime intorno ad uno stesso tavolo e celebrando anche dei congressi paralleli, in attesa di quelli ufficiali.
Un aspirante segretario nazionale che solleticasse questa cosa, che aizzasse le masse del partito su un progetto così, probabilmente si garantirebbe una sicura elezione alle prossime primarie nazionali per la scelta del successore di Renzi.

E invece si cerca di seguire sempre le solite strade del legalismo statutario che, almeno finché durerà questo stato di cose, non condurranno da nessuna parte.
Il giorno dopo la conferma del disastroso risultato del partito alle amministrative, Renzi ha detto che sarebbe andato nelle segreterie locali, regionali e provinciali, con il lanciafiamme. Ma subito dopo deve aver riflettuto un attimo (se riflettesse prima di parlare, eviterebbe tanti guai a tutti) e si è reso conto che quelli ai quali vorrebbe attribuire la colpa di tutto altro non sono che una pletora di uomini suoi, che probabilmente non hanno un solo voto sul territorio e che hanno inteso il ruolo di segretario o, peggio, di commissario, come un pennacchio da mettersi in testa senza capire quanto fosse importante invece lavorare alla rivitalizzazione del partito.
Fra questi c’è anche quell’Ernesto Carbone, quello del “#ciaone” per intenderci,  che avrebbe la responsabilità da commissario del partito in provincia di Messina e su altri territori ma che, per quanto mi consta, non ha fino ad adesso mosso un dito per far sì che si celebrassero i congressi locali e si rimettesse in moto una macchina che deve andare forte per recuperare la fiducia del suo elettorato.
Ma Renzi evidentemente non ci sente. Forse sognava un partito forte, una sorta di “gioiosa macchina da guerra” da alimentare con la più potente benzina del mondo, ovvero il consenso. Ma si è ridotto ad avere per le mani un catorcio tutto “sgarrupato” che va soltanto a Carbone.

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