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Ballistreri: Qualunquismo out, si a Politica delle Cose

2020: SCONFIGGERE RABBIA E QUALUNQUISMO CON LA “POLITICA DELLE COSE” di Maurizio Ballistreri

Secondo l’ultimo Rapporto del Censis l’insicurezza appare come una sorta di chiave di volta per comprendere la società italiana, dove l’assistenza viene scaricata sulle famiglie e sul volontariato, vero e proprio welfare society di fatto, dove si accentua “il cedimento rovinoso della macchina burocratica pubblica e della digitalizzazione dell’azione amministrativa”. Secondo il Centro studi di Giuseppe De Rita, gli italiani si troverebbero “incapsulati in un Paese pieno di rancore e incerto nel programmare il futuro”. 

E nella diffusione del sentimento del rancore si confrontano, specularmente, la decadenza della borghesia e la frustrazione dei ceti popolari italiani. A fotografare questo confronto è utile sono la nuova edizione di un libro di Raffaele Alberto Ventura, “Teoria della classe disagiata”, che in un percorso che va da Goldoni a Marx e da Keynes a Kafka, leggendo l’economia come fosse letteratura e la letteratura come fosse economia, è rappresentata un’intera generazione, nata borghese e cresciuta con la pervicace convinzione di poter migliorare, o almeno mantenere, la propria posizione nella struttura sociale, che realizza invece il possibile declassamento. Così come, un contributo, sul versante dell’analisi della condizione dei ceti popolari, viene da un reportage, strumento dell’eccellenza giornalistica sempre più raro, di Leonardo Bianchi “La gente. Viaggio nell’Italia del risentimento”, che descrive milioni di persone in grave stato di disagio sociale, che la crisi nata nel 2008 e l’austerity europea hanno incattivito, trasformandoli nella base elettorale di movimenti politici vecchi e nuovi che contestano la “casta”, un mix in cui vengono ricompresi i partiti tradizionali, le istituzioni internazionali ed europee e le élites economiche, finanziarie e sindacali e che, mutatis mutandis, richiamano alla memoria l’esperienza politica del dopoguerra dell’Uomo Qualunque, con il suo slogan “abbasso tutti”, ma anche le giravolte politiche del suo fondatore e leader, Guglielmo Giannini, uomo liberal-conservatore, poi con simpatie monarchiche, che cercò, alla fine, l’alleanza con Togliatti e il Partito comunista.

E così, i figli decaduti della borghesia e la “gente”, si fondono in un’unica contestazione al sistema, trasformandosi in folla, un insieme indistinto già apparso nell’immaginario collettivo verso la metà dell’Ottocento, descritta nel celebre racconto di Edgar Poe, l’”Uomo della folla”, presaga metafora di quel senso di disorientamento e di desolazione di cui è spesso preda chiunque viva nella nostra società: una massa che saltando a piè pari la dialettica tra le classi del ‘900 e la loro rappresentanza politica, ha generato l’atomizzazione sociale del nostro tempo che si coagula nella rabbia contro la “casta”.

Un’eccezione significativa è costituita dal movimento delle sardine, in verità allo stato di tipo pre-politico, che invoca rispetto, tolleranza e dialogo nella politica e nella società.

Ma per il 2020 servirebbe un ritorno in campo delle culture politiche tradizionali, il riformismo socialista, la liberal-democrazia, il popolarismo cristiano e una sana dialettica tra interessi sociali, un sindacalismo che non si limiti a “suggerire”  ai governi ma, se necessario, ad entrare in conflitto, con classi dirigenti più attrezzate culturalmente e meno legate ai social, per sconfiggere malcontento, rabbia e qualunquismo e riaprire una prospettiva di speranza senza slogan roboanti ma con quella che uno dei padri costituenti, Pietro Nenni, definiva, “la politica delle cose”, necessaria per ricostituire uno spirito comunitario e di solidarietà tra gli italiani, come ha ricordato nel messaggio di fine anno il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Già, servirebbe un recupero della coesione nazionale e, per quanto riguarda il territorio messinese, di quella a livello locale, eliminando bizzarie comportamentali, stravaganze ed estemporaneità di alcuni esponenti politici e, soprattutto, l’aggressione sistematica nei confronti del dissenso che è, nelle democrazie, una componente fondamentale. Per questo, a Messina, serve un grande patto democratico tra chi vuole rilanciare un territorio sempre più mortificato dalla crisi della rappresentanza politica e sociale.

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