editoriale

Torniamo a far sentire la nostra voce di Angela Rizzo

DOBBIAMO tornare a far sentire la nostra voce e la nostra capacità di essere protagonisti di Angela Rizzo

Dopo settantaquattro anni, dopo quel 25 Aprile del 1945, cosa e’ rimasto? Tranne le celebrazioni nulla e ancora continuiamo a ricordare e festeggiare il 25 Aprile, ormai ridotto ad una scampagnata per famiglie, ridotto ad un giorno ROSSO di calendario. «Arrendersi o perire!» fu la parola d’ordine intimata dai partigiani quel giorno e in quelli immediatamente successivi. Molti perirono e non si arresero. Ecco, questi sono gli uomini della resistenza, solo coloro che hanno LIBERATO L’ITALIA. Oggi festeggiamo, ma cosa stiamo festeggiando? Noi tutti abbiamo tradito i nostri liberatori. Molto e’ stato fatto per tenere vivo il ricordo delle loro gesta, del loro coraggio, senza pretendere nulla, SOLO LA LIBERTA’, hanno donato con le loro morti: violente, cruente, feroci LA LIBERTA’ a noi. A nulla sono valsi i racconti, le gesta, la solitudine dei partigiani, il loro sacrificio, Abbiamo avuto degli eccellenti maestri, ma noi siamo stati dei pessimi alunni. Pietro Calamandrei esortò gli italiani, con voce spezzata dal dolore: “se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove e’ nata la nostra Costituzione, andare nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque e’ morto un italiano per riscattare la liberta’ e la dignita’, andate li’ o giovani, col pensiero, perche’ li e’ nata la nostra Costituzione”. Pochi hanno colto l’invito di Calamandrei, molti lo hanno e lo stanno utilizzando con altri fini. Violentando la memoria di quei giovani, sistematicamente li ignorano e di tanto in tanto e per l’occasione li tirano fuori. No, non e’ cosi’ che funziona, non dobbiamo permettere a nessuno di utilizzare questi uomini che hanno scelto di stare dalla parte giusta. Oggi dovremmo soltanto commemorare la morte della liberta’ e della dignita’ dell’uomo in silenzio, con mestizia e vergogna. Siamo riusciti a rendere vane le morti e le sofferenze di coloro che credevano nella giustizia, nella liberta’ e nei diritti uguali per tutti. Si, noi abbiamo tradito la Resistenza, abbiamo tradito coloro che hanno lottato per dare a noi la liberta’ e la dignita’. Non siamo riusciti ad imitarli, non siamo riusciti a imprimere nelle nostre menti i loro ideali, i loro principi, il loro coraggio, il loro altruismo. Sono morti per difendere tutti noi, dall’arroganza, dal potere, dalla dittatura, dalla disuguaglianza. Ci hanno lasciato “un testamento” fatto di centomila morti e noi invece continuiamo ad eleggere i nostri aguzzini, i nostri carcerieri, i nostri dittatori.

Voglio ora parlare della MIA MESSINA, la mia citta’ che non e’ mai stata cosi’ umiliata e ferita come oggi. Ho visto guerre tra poveri, il dittatore di turno che gioca con i bisogni della povera gente, li aizza uno contro l’altro, una guerra giornaliera con gli ultimi, umilia i lavoratori pubblicamente con fare arrogante e spregevole, intima, urla e insulta chi non condivide la sua arroganza. La mia citta’ deve essere ricordata per uomini come Francesco Lo Sardo, Umberto Fiore, Giuseppe Cappuccio, Giuseppe Maiorana , Biagio Pellegrino, Giuseppe Lo Vecchio… deve essere ricordata per la protesta del 7 marzo 1947, davanti alla Prefettura di Messina, lavoratori e sindacalisti, si erano radunati per protestare contro l’applicazione delle nuove imposte di consumo a carico dei generi di prima necessità e per la mancata osservanza del contratto nazionale che stabiliva un aumento del 15% ai lavoratori dell’industria. In quegli anni Messina, città martire e medaglia d’oro, si stava lentamente risollevando dalle macerie della guerra. Quella manifestazione vide la partecipazione compatta di tutti i lavoratori e dei sindacati. Hanno aderito tutti, negozi chiusi e poche persone per le strade. Soltanto la Via S.Cecilia brulicava di lavoratori, era li infatti che si erano dati appuntamento alle 8 del mattino. Alle 11.00, i lavoratori avevano invaso con le loro bandiere rosse la Piazza della Prefettura. Nel frattempo una delegazione di sindacalisti, cercava di farsi ricevere dal Prefetto, che si era dichiarato indisponibile a qualsiasi incontro. Quando da uno dei balconi s’affacciò il vice-prefetto, i dimostranti, secondo quanto riferisce la stampa, iniziarono una fitta sassaiola, e da quel momento in poi gli eventi precipitarono drammaticamente, i gruppi di provocatori monarchico-fascisti e alcuni agenti infiltrati fomentavano i disordini. Nessuno riusciva più a riportare la calma. le forze dell’ordine avevano perso completamente il controllo della situazione. Fu a questo punto che un capitano dei carabinieri diede l’ordine di aprire il fuoco sui manifestati al grido di “Avanti Savoia“. In terra rimasero feriti a morte Giuseppe Maiorana di 41 anni, Biagio Pellegrino di 34 anni, padre di 4 figli. Tra i feriti più gravi vi fu anche l’operaio Giuseppe Lo Vecchio di 19 anni, che morirà dopo dieci giorni di agonia. In Piazza Cairoli, cuore della città, 80.000 messinesi aspettarono in silenzio il passaggio dei feretri di Giuseppe Maiorana e Biagio Pellegrino, mentre Giuseppe Lo Vecchio era agonizzante in una corsia dell’ospedale Regina Margherita. Le bare sfilarono avvolte dal tricolore e dalle bandiere rosse. Sulla bara di Biagio Pellegrino qualcuno depose il pezzetto di pane che gli era stato trovato in tasca il giorno dell’eccidio. Il processo venne celebrato nel 1954 e l’avvocato Cappuccio, un grande messinese , assunse la difesa di parte civile delle famiglie dei dimostranti uccisi. Dopo 7 anni di istruttoria, la procura di Messina chiese il rinvio a giudizio dei carabinieri ritenuti responsabili dell’eccidio. ”I giudici – scrive l’avvocato Cappuccio – in quell’occasione dimostrarono tutta la loro incondizionata acquiescenza al potere”. Ci fu addirittura un arresto in aula, ordinato dal presidente della corte, di un operaio accusato di oltraggio ad un commissario, per avergli dato del bugiardo. Il processo andò avanti tra reticenze, cavilli legali e testimoni non creduti. Fu presto chiaro che in quell’aula tutto si sarebbe fatto fuorché stabilire la verità e dare giustizia ai parenti delle vittime. La conclusione fu ovviamente di assoluzione dei carabinieri e dei poliziotti per non aver commesso il fatto. La morte di Giuseppe Maiorana, Biagio Pellegrino e Giuseppe Lo Vecchio restò pertanto un “fatto accidentale”. Questi erano gli uomini a Messina, questi erano i sindacati a Messina, loro dovrebbero essere da esempio a tutti noi, non certamente i bulletti che urlano da un palco, tre metri sopra la testa del popolo e ben protetti, e i sindacati di oggi, che discutono e decidono per loro tornaconto personale. Non sono uomini coloro che hanno brindato per avere ottenuto un lavoro calpestando i diritti di altri uomini, non sono uomini coloro che brindano ben sapendo che ci sono 120 famiglie con figli senza sostentamento, non sono uomini coloro che applaudono un politicante “che umilia i lavoratori”, ma al contempo vive sulle loro spalle. Io ricordero’ e parlero’ oggi della  LIBERAZIONE, ripetendo i nomi di uomini veri e sussurrando musiche e parole della resistenza, piangero’ per quelle morti che noi non stiamo onorando, quegli eroi che hanno sacrificato la loro vita per noi che siamo degli ingrati. Saro’ una partigiana, senza armi belliche, le mie armi saranno la parola e la denuncia. Faro’ la resistenza, ma non solo il 25 Aprile, sempre, ad ogni ingiustizia, ad ogni sopruso, ad ogni prevaricazione e non ci saranno mai al mio fianco gli aguzzini che calpestano la liberta’ e la dignita’.

“Basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima e ci si ritrova dall’altra parte”, la differenza, non irrilevante, è tra chi vuole “risolvere qualcosa” e chi invece vuole perpetuare la propria schiavitù e condannare anche le generazioni future a subirla. “C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto” dice lo studente di medicina, “tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi”. Una lezione fondamentale ancora oggi: eroe è chi decide di stare dalla parte giusta, non da quella che gli conviene.” Italo Calvino da “Il sentiero dei nidi di ragno”

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