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I COMUNISTI, È NATO IL PC di Patrizia Zangla

I COMUNISTI, È NATO IL PC (di Patrizia Zangla) CENTENARIO: 21 gennaio 1921 – 21 gennaio 2021

È l’alba del secolo breve, il Novecento. Secolo che correrà veloce: rivoluzioni, guerre mondiali, orrori, dannazioni. Cambiamenti e nuovi equilibri.

A Livorno nel vecchio quartiere della Venezia al Teatro San Marco –i più riferiscono, sbagliando, il Teatro Goldoni- dal 15 al 21 gennaio 1921 si tiene il XVII Congresso del Partito Socialista Italiano. Una lapide sui resti della facciata del San Marco, deposta nel 1949 dai Comunisti livornesi, ricorda che in quei luoghi nasce il Partito Comunista d’Italia, sezione italiana dell’Internazionale comunista, avanguardia della classe operaia. La denominazione è mantenuta fino al giugno 1943, modificata in Partito Comunista Italiano, per tutti il PC. 

Quel gennaio 1921

  Quel 15 gennaio 1921 apre a una settimana intensa che si chiude con la scissione e la nascita del nuovo Partito. Uno strappo, uno iato mai più ricomposto tra rivoluzionari e riformisti.

Un gruppo minoritario socialista -quelli dell’Ordine Nuovo di Torino, settimanale socialista rappresentante delle istanze del movimento dei consigli di fabbrica-, tra cui Armando Bordiga, Antonio Gramsci, Umberto Terracini, Angelo Tasca, Palmiro Togliatti e il livornese Ilio Barontini, discute per giorni e giorni.

Congiuntura vuole che siano trascorsi meno di quattro anni dalla presa del Palazzo d’Inverno che dà inizio alla Rivoluzione Russa e ci sia meno di un anno dalla Marcia su Roma, animata Benito Mussolini di Predappio che, sconfessata la fede socialista, diviene protoduce in quella prova generale che porterà al trionfo del fascismo.

«Non importa essere in molti», aveva dichiarato la mattina del 23 marzo 1919 con tono sprezzante il giovane Benito a un centinaio di persone, fra cui rivoluzionari, futuristi, interventisti, Arditi, ex socialisti, convenuti nella vecchia Milano in Piazza San Sepolcro, a gridare «El El Alalà» (Cfr. 1943-1945: l’Italia in camicia nera, Patrizia Zangla, Ed. Leone 2014).

Lontano l’esito successivo: la clandestinità del Partito comunista, il confino per i sovvertitori. Perché tra breve l’Italia si tingerà di nero.

Lontano, in quel gennaio 1921, il mito ducesco per anni salvifico per lo stesso duce, abilmente nella sua costruzione contraddittoriamente la massa imparerà a separare il suo Dux, uomo della Provvidenza, da cui attendere miracoli e a cui dare devozione assoluta, dal partito fascista, che si macchia di abusi. Mussolini sarà osannato, diviene Lui così descritto da un’estimatrice:

“Più che vivere levita, all’Italia dà tutto, così non mangia, non beve e non dorme”.

 Ma torniamo alla cronaca politica animata dalle voci dei protagonisti di quei giorni del 1921, al gruppo che si stacca e ribadisce la sua volontà di restare legato a Mosca e alle direttive del Comintern.

Tumultuosi quei giorni e i successivi anni.

Vedono la sconfitta del movimento operaio sottoposto alla pressione fascista, il gruppo dirigente di Bordiga spostarsi verso l’ala sinistra dell’Internazionale e l’anno dopo, il 1923, su decisione dell’Internazionale la sua sostituzione con un nuovo esecutivo che include l’ala destra della sinistra. Vedono Gramsci, avviare il nuovo corso di bolscevizzazione al congresso di Lione e fare in tempo a radicare la presenza del Partito nella società italiana prima che, con la promulgazione delle “leggi speciali”, venga arrestato e il PCd’I costretto alla clandestinità.

Anni di esilio, soprattutto in Francia, in cui la direzione è trasferita a Mosca con il nuovo gruppo dirigente attorno a Togliatti. Anni in cui il PCd’I, dal 1934 di concerto con il PSI -patto mantenuto fino al 1956- si attiva nella lotta resistenziale nazifascista.

Dagli anni Cinquanta in seno al PCI cambierà molto, con il PSI era stata la maggiore forza politica di opposizione, ma saranno anche anni di frizioni interne segnate da tappe precise: la denuncia dello stalinismo operata da Chrusčëv nel XX congresso del PCUS, l’invasione sovietica dell’Ungheria che avevano condotto alla riflessione dentro il partito sulla strategia, sul socialismo realizzato e sul proposito della nuova “via italiana al socialismo” togliattiana.

«Compagni, la svolta è una necessità»

Risuona la voce accorata di Achille Occhetto alla guida del partito, qualche giorno dopo la caduta del Muro di Berlino, quando in una fredda domenica novembrina parla alla direzione:

«Compagni, la svolta è una necessità».

Tra incredulità e smarrimento, il PCI sigla la svolta della Bolognina che cambia nome e simbolo al partito. Un punto di non ritorno.

Un punto già segnato dalla morte del segretario Enrico Berlinguer.

 È in atto la trasformazione del mondo e i dati elettorali marcano la fase di grave difficoltà con il calo di consensi.

Sempre più lontani gli anni di consenso di massa, nelle elezioni del 1968 il PCI aveva raggiunto il 26,9%; è lo stesso anno in cui viene criticato l’intervento sovietico in Cecoslovacchia.

 «E’ una rottura – aveva scritto Rossana Rossanda- qui finisce la storia del gruppo dirigente uscito dal PCI nel 1969 e diventato famoso con il nome del Manifesto».

Il «Movimento del Manifesto» è sciolto nel luglio 1974, da allora al 1978 la nuova sinistra mantiene carattere travagliato, cercando sintesi nuove fra marxismo, leninismo, maoismo, fino alla rottura.

Il 1969 era stato un anno cruciale, quello della bomba di Piazza Fontana a Milano in cui si cominciano a tessere i fili neri della stagione stragista messa in atto dalle forze neofasciste con la regia atlantica e in cui non sono estranei Logge deviate e Servizi segreti deviati. Di lì a poco si aprirà la stagione calda delle lotte operaie, il processo di unità sindacale, l’interesse della pubblica opinione marcatamente a sinistra che porteranno nei primi anni Settanta a guardare con alta aspettativa alla politica comunista incarnata da Berlinguer, anni in cui il PCI si farà l’interprete della via pacifica al socialismo, eliminando il movimento rivoluzionario.

La risposta di collaborazione con le forze cattoliche -il ‘Compromesso storico’ del 1973- non è subito stroncata dal popolo della sinistra, così il partito potrà ancora contare su nuove affermazioni elettorali raggiungendo il 34,4% nel 1976, ma l’accordo quello stesso anno sull’astensione al governo presieduto da Giulio Andreotti – il “Talleyrand, l’ambasciatore francese dalle sei teste, cinico, bonario e misterioso”, – e due anni più tardi sul voto al nuovo monocolore Andreotti, tenuto a battesimo il giorno del rapimento del democristiano Aldo Moro, rileverà nuove crepe.

Una linea inaccettabile da quanti credevano in un PCI ortodosso. Analogamente inaccettabile dalle masse popolari la linea militarista della lotta armata che ha nelle BR, le Brigate Rosse, il suo riferimento più noto, non condiviso il loro fine di costruire il Partito Comunista Rivoluzionario attraverso la Guerra Popolare Rivoluzionaria di lunga durata.

Il 1979 segnerà l’inizio della caduta rovinosa evidente sul terreno elettorale, si chiudeva la fase di “solidarietà nazionale” con la decisione comunista di uscire dalla maggioranza governativa, mentre si predisponeva il distanziamento e la differenziazione dalla politica sovietica. (Cfr. Silenzio di piombo, Patrizia Zangla, Ed. Leone Milano, 2020)

E oggi, ci sono ancora i comunisti?

Gli anziani del PCI ci hanno lasciato, da pochi giorni anche Emanuele Macaluso, resta Papa Francesco?

Di fronte alle sfide epocali: in primis tecnologiche, ai cambiamenti climatici, all’aumento delle disuguaglianze e delle povertà, alla mancanza di orizzonti politici, qual è il posto del Comunismo?

Ha ragione Luciano Canfora a dire che: “dalle ceneri del PCI non è nato un serio partito socialdemocratico che al momento della Svolta di Salerno di Togliatti era già in essere?”

Le odierne conoscenze storiografiche sulla realtà stalinista hanno rivelato un volto diverso da quello noto, dovremmo fermarci a questo? O guardare da una prospettiva altra e a una prospettiva altra?

Osservava Giorgio Galli che, nell’affermazione dei regimi totalitari, vi era stata “un’indubbia responsabilità collettiva” che si è preferito mistificare attribuendola unicamente al comunismo, come si evince dall’attuale opera volta alla sua demonizzazione storica.

L’attuale crisi della sinistra, ipotizzava sempre Galli, è dovuta all’abbandono del marxismo: nella sinistra si è innescato un equivoco ormai sedimentato, nato dall’aver identificato la Russia con il marxismo e il socialismo, cosicché, caduta l’Unione Sovietica, ne è caduto il prodotto culturale, il marxismo, appunto.

Condannare tout court il comunismo vorrebbe dire: “condannare l’aspirazione millenaria a una società più libera, più egualitaria, più felice”. Non è affatto poco.

Non è lecito sminuire la carica storica ed etica, intrisa di valori egualitari di quel gruppo minoritario di giovani militanti e soprattutto il ricordo delle lotte per i diritti e i traguardi progressisti raggiunti che senza il PCI non ci sarebbero stati. 

A Livorno, quel lontano 21 gennaio 1921, si era consumata una scissione che sarà la dannazione che perseguiterà per altri cento anni l’anima rossa sempre al suo interno divisa -anche le organizzazioni terroristiche, in primis le Brigate Rosse, vivranno frizioni e divisioni -ma quel giorno si consegnano alla Storia il PCI e il PSI, i due grandi partiti che incideranno come un bisturi gli anni futuri.

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