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L’eterogenesi dei fini di Cosimo Recupero

La politica in genere è una materia molto fluida, ma quella italiana lo è in modo particolare.

Vediamo perché. Renzi fu quello che fece abortire i sogni di gloria di Salvini quando questi, alticcio per il Mojito, pensava di avere il mondo ai piedi della consolle del Papeete. E fu un vero blitz politico che, unito alla perdita di visibilità che il Viminale dava al leader della Lega ed al fatto che persino Facebook aveva tagliato i viveri alla macchina della propaganda leghista, ha dato il via alla veloce discesa del Carroccio nei sondaggi, passato dal  quaranta per cento delle europee al venti o poco più di oggi.

Nei giorni scorsi, però, il leader di Italia Viva innesta bruscamente la retromarcia e mette in seria difficoltà quel governo voluto da lui così fortemente.

Conte però non molla e, d’intesa col Quirinale, decide di fare un rapido passaggio alle Camere per verificare la permanenza del rapporto di fiducia fra il parlamento ed il suo esecutivo.

Per il momento sembra fatta. Conte incassa la fiducia, ma è una fiducia tecnica. Risicata alla Camera e sotto la maggioranza assoluta al Senato. Insomma, un vero e proprio campo minato.

Se questa vicenda fosse stata una partita di calcio, non ci sarebbe alcun dubbio che il risultato sarebbe a favore di Conte. Ma una partita non è il campionato.

Diciamo che tecnicamente Conte ha evitato il peggio, per adesso, e Renzi non ha ottenuto quello che voleva, ovvero quel ministero di peso (Esteri o Difesa) che gli avrebbe permesso di tornare protagonista sulla scena internazionale e ritagliarsi un ruolo nuovo, magari fuori dall’Italia.

Tuttavia la politica è piena di colpi di scena che confermano la teoria dell’eterogenesi dei fini, ovvero quell’idea, formulata dal filosofo tedesco Wilhem Wundt, secondo cui spesso ad azioni intenzionali corrispondono conseguenze non intenzionali.

In parole semplici, Renzi non ha ottenuto ciò che voleva, ma altro. E non è affatto detto che ciò che ha ottenuto senza volerlo sia peggio di ciò che avrebbe voluto, ma senza ottenerlo.

Sì, perché adesso Renzi si ritrova fuori dal dualismo proprio della politica ai tempi del maggioritario. Non è più nella maggioranza senza però essere nella minoranza.

Poi non è detto nemmeno che Conte non si veda costretto a richiamare Italia Viva nella compagine di maggioranza, il ché farebbe sembrare il tre per cento dei suoi sondaggi una valanga di voti.

Ma soprattutto, Renzi adesso non ha più le due ministre (Bellanova e Bonetti) e non ha ancora i due ministri che verosimilmente avrebbe voluto (sé stesso e la Boschi) ma ha pur sempre la possibilità di far pesare i propri voti al Senato per l’approvazione dei provvedimenti che il governo presenterà al Parlamento. E potrà farlo con le mani libere, senza per questo doversi confondere con i suoi avversari del centrodestra. Può insomma provare a diventare il pontiere che dovrebbe unire le due anime del centro, divise fra destra e sinistra, e costruire quell’area ex democristiana alla cui leadership ambiscono in tanti. Ma nel farlo deve stare molto attento, perché se pensa di potere agire sempre da solo, per solleticare il suo ego, rischia di andare a sbattere. Perché è troppo rischioso pensare di cavarsela sempre con la solita botta di… eterogenesi dei fini.  

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