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NO nel referendum, grande battaglia democratica

IL NO NEL REFERENDUM, UNA GRANDE BATTAGLIA DEMOCRATICA di Maurizio Ballistreri

Il sì al referendum del 20 e 21 settembre che taglia il numero dei parlamentari, viene presentato come uno strumento contro la “casta” politica e per il taglio dei costi della politica.

Affermazione pedestre e risibile, poiché per tagliare seriamente i costi della politica si dovrebbe cominciare a dimezzare le indennità dei parlamentari e dei consiglieri regionali, quelle dei membri degli organi costituzionali con i loro vitalizi, Consulta e CSM, dei componenti dei consigli di amministrazione delle società a partecipazione di capitale pubblico, porre un tetto agli stipendi dei dirigenti pubblici e dei dipendenti delle Camere, impedire il cumulo pensioni con vitalizi, quest’ultimi comunque nella misura di uno, vietare incarichi esterni negli staff ministeriali, come quello del ministro degli Esteri Di Maio che costa ai cittadini italiani 700 mila euro.

Così come pedestre è l’affermazione secondo cui i nostri parlamentari sono troppi in un quadro comparato con gli altri paesi ad assetto liberaldemocratico, poiché in confronto con Stati Uniti e Germania non regge essendo questi Stati federali, con diversi parlamenti oltre a quello centrale (50 per gli Usa e 16 per la Germani) con un numero, quindi, di molto superiore al nostro; mentre Francia e Gran Bretagna sono in linea con l’Italia, il cui numero di deputati e senatori, peraltro, fu deciso in un periodo storico nel quale in numero della popolazione era inferiore a quello odierno. Da questa duplice prospettiva comparata, internazionale e interna, è di agevole comprensione che il nostro numero di parlamentari, paradossalmente dovrebbe aumentare!

Siamo in presenza, in realtà, ad un’iniziativa che si deve inquadrare nell’ambito delle tendenze alla riduzione degli spazi di democrazia e di partecipazione. A fronte di un irrisorio risparmio sui costi dei parlamentari (che potrebbe essere realizzato più concretamente tagliando le indennità di deputati, senatori e magari dei consiglieri regionali), se dovesse prevalere il sì nella consultazione referendaria si ridurrebbe drasticamente la rappresentanza dei cittadini, specie per il Mezzogiorno, e con essa l’idea stessa di sovranità popolare, a beneficio di un ristretto numero di esponenti politici (in alcuni casi assai scadenti sul piano culturale) nelle istituzioni parlamentari dipendenti dal “capo politico” o dal leader-proprietario del partito di turno.

Nel suo ultimo libro dal titolo Identità perdute. Globalizzazione e Nazionalismo, Colin Crouch  affronta tutti i temi che riguardano la prospettiva politica, economica e sociale del nostro tempo: “la disuguaglianza socio-economica, le trasformazioni del welfare, l’ascesa delle nuove forze ‘populiste’, i mutamenti del lavoro e la sfida fiscale, il ruolo dell’informazione nella società postdemocratica”.

Nel volume Crouch riprende e sviluppa l’analisi politologica già elaborata in “Postdemocrazia” del 2003, in cui l’autorevole sociologo e politologo, già docente alla London School of Economics, ha prospettato una severa analisi circa il tramonto della democrazia nei paesi occidentali, con l’instaurazione di una forma moderna di oligarchia. In essa le forme sono salve perché la democrazia non è eliminata ma viene svuotata di contenuti, passando dal government alla governance: “Mentre le forme della democrazia rimangono pienamente in vigore e oggi in qualche misura sono anche rafforzate, la politica e i governi cedono progressivamente terreno cadendo in mano alle élite privilegiate, come accadeva tipicamente prima dell’avvento della fase democratica”.

Sembra avverarsi quanto sostenuto nel Rapporto della Trilateral Commission su “La crisi della democrazia” del 1975, in cui si sosteneva l’esigenza di verticalizzare il processo decisionale, semplificandolo, ripreso dalla banca d’affari statunitense JP Morgan con un documento nel maggio 2013, secondo cui: “I sistemi politici dei paesi europei del Sud e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano caratteristiche inadatte a favorire l’integrazione. C’è forte influenza delle idee socialiste”. E, tra gli aspetti problematici citati dalla banca (considerata responsabile della crisi dei mutui subprime), la tutela garantita ai diritti dei lavoratori.

Siamo in presenza della teorizzazione della fine degli strumenti di controllo e garanzia emersi nel corso del laboratorio politico del “Secolo breve”, tra la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 e il crollo del Muro di Berlino del 1989. E, infatti, ai nostri giorni i poteri decisionali si sono spostati verso i governi, caratterizzati da forti elementi leaderistici, sganciati dal rapporto con le assemblee parlamentari; e gli stessi esecutivi nazionali, d’altronde, sono diventati subalterni ad organismi sovranazionali e tecnocratici che non hanno alcuna legittimazione popolare. Inoltre, la comunità politica è divenuta autoreferenziale, preclusa all’accesso dei cittadini se non per cooptazione: il partito azienda, quello di plastica, quello a “vocazione maggioritaria” e quello del click, con il leaderismo e il populismo quali elementi costitutivi di un regime postdemocratico, che, se malauguratamente dovesse vincere il sì nel referendum, si instaurerà inevitabilmente in Italia.

Ecco perché, serve un grande impegno per il NO in una questa battaglia democratica, per impedire che alla riduzione dei parlamentari segua una legge elettorale con cui le segreterie dei simulacri di forze politiche del nostro Paese, decidano gli eletti senza alcun rapporto con il consenso sul territorio, magari generalizzando la “politica del click”, che ci ha già regalato comici, ignoranti, nullafacenti e oscuri funzionari di partito al proscenio della vita pubblica.

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