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Il Sud deve avere più risorse e più aziende pubbliche


Per il PMLI i licenziamenti vanno bloccati permanentemente non solo fino al 31 dicembre, i contratti a termine vanno aboliti, la cassa integrazione deve essere a salario pieno, il Sud deve avere più risorse e maggiore presenza delle aziende pubbliche, l’Ilva va nazionalizzata

Battersi per la piena occupazione, non per l’assistenzialismo


Il decreto legge da 25 miliardi contenente “misure urgenti per il sostegno e il rilancio dell’economia”, approvato “salvo intese tecniche” dal Consiglio dei ministri del 7 agosto ed entrato in vigore in forma definitiva alla vigilia di Ferragosto, non si discosta dalla logica dei due precedenti decreti per fronteggiare le conseguenze della pandemia, il “Cura Italia” da 25 miliardi e il “Rilancio” da 50 miliardi: il grosso della spesa è destinato a sostenere in maniera diretta e indiretta le imprese, il resto, cioè le briciole, ai disoccupati, alle famiglie rimaste senza reddito da mesi, alla scuola, alla sanità e al Sud. Tutto questo senza ancora uno straccio di piano di investimenti pubblici per uscire dalla logica puramente assistenziale e creare lavoro, la sola via per non continuare a gonfiare il debito pubblico e a scaricare i costi della crisi sulle masse lavoratrici e popolari e sulle generazioni future. E quel che è peggio è che rispetto ai due precedenti provvedimenti, questo Decreto Agosto stabilisce per la prima volta un termine agli interventi emergenziali, come il blocco dei licenziamenti, senza prevedere peraltro nessuna alternativa all’esplosione della disoccupazione che non sia il presunto “rimbalzo” spontaneo dell’economia vagheggiato dal ministro Gualtieri.

Cassa integrazione e sgravi contributivi alle imprese

Dei 25 miliardi complessivi stanziati quasi la metà, cioè 12, vanno infatti a sostenere ancora e solo per qualche mese l’occupazione, di cui 10 miliardi serviranno a finanziare 18 settimane aggiuntive di cassa integrazione, divise in due periodi di 9 settimane da fruire retroattivamente dal 13 luglio al 31 dicembre. Miliardi che solo formalmente sono attribuiti dal governo al “sostegno al lavoro”, mentre in realtà sono a sostegno delle imprese, perché scaricano sulla collettività i costi della crisi del capitalismo. Per attivare le seconde 9 settimane è richiesto alle imprese un contributo aggiuntivo variabile tra il 9 e il 18% a seconda di un calo di fatturato da zero fino al 20%, calcolato nel primo semestre 2020 sul corrispondente periodo del 2019.

Le aziende che hanno già utilizzato periodi di cig a maggio e giugno e che decidono di non utilizzare i 18 mesi aggiuntivi usufruiranno di un esonero contributivo totale per un periodo doppio rispetto alle ore di cig fruite e fino ad un massimo di quattro mesi, quindi fino al 31 dicembre. Un regalo del tutto inaccettabile, visto che verosimilmente queste godono ottima salute e non avrebbero rinnovato comunque la cig. Senza contare le circa 3.000 che secondo l’Inps avevano sfruttato la cig pur non avendone effettivamente bisogno, che così vengono addirittura premiate per aver truffato la collettività.

Uno sgravio contributivo totale di sei mesi, fino ad un importo annuo di 8.060 euro, è riservato anche alle aziende (esclusi i settori agricolo e domestico e i rapporti di apprendistato) che assumono lavoratori a tempo indeterminato o trasformano un rapporto a tempo determinato in indeterminato entro il 31 dicembre. A queste aziende è riservato un altro miliardo. Inoltre un esonero totale di tre mesi è previsto per le aziende che assumono nel settore turistico e termale, per un costo di altri 160 milioni.

Fine imminente del blocco dei licenziamenti

Il blocco dei licenziamenti era stato decretato il 17 marzo e scadeva il 17 agosto. Cgil, Cisl e Uil ne chiedevano la proroga fino al 31 dicembre, minacciando in caso contrario lo sciopero generale, mentre Confindustria e le altre associazioni imprenditoriali chiedevano a gran voce che non venisse rinnovato. Il governo ha scelto un compromesso che con un meccanismo complesso consente di scaglionare i licenziamenti da qui alla fine dell’anno: nominalmente il blocco è prorogato fino al 17 novembre, ma in certi casi può arrivare fino al 31 dicembre, mentre in altri ancora può cessare addirittura da settembre. Intanto restano esclusi dal blocco il personale già impiegato nell’appalto e riassunto a seguito di subentro di nuovo appaltatore, i licenziamenti motivati dalla cessazione definitiva dell’attività dell’impresa (salvo trasferimento d’azienda o di un ramo di essa), in caso di fallimento e quando c’è un accordo collettivo aziendale di incentivo all’esodo, stipulato dai sindacati “più rappresentativi a livello nazionale”.

Chi opta per rinnovare la cig dovrà utilizzare tutti i 18 mesi, quindi non potrà licenziare prima della fine di novembre. Per le aziende che non prenderanno l’esonero contributivo (per mancanza del requisito della fruizione di un ammortizzatore Covid nel bimestre maggio-giugno 2020) ma nemmeno chiederanno di accedere al nuovo periodo di 18 settimane, dovrebbe applicarsi il divieto di licenziamento fino alla fine dell’anno. Quelle aziende che hanno utilizzato poca cig a maggio e giugno e optano per non rinnovarla e prendersi quindi gli sgravi contributivi, potranno invece licenziare già alla scadenza di questi ultimi. Secondo calcoli de Il Sole 24 Ore alcune aziende potrebbero così licenziare già a partire da settembre: al danno dei licenziamenti si aggiunge la beffa dei contributi risparmiati!

E i vertici di Cgil, Cisl e Uil? E la loro minaccia di sciopero? Come al solito fanno orecchie da mercante e incassano senza fiatare, al massimo con qualche borbottìo come quello di Anna Maria Furlan: “Non posso dirmi soddisfatta dello stop ai licenziamenti fino a novembre, ma è un passo avanti”. Per il PMLI i licenziamenti vanno invece bloccati permanentemente, non solo fino a fine anno. E la cassa integrazione va utilizzata fin che serve e deve essere a salario pieno: la pandemia è un frutto avvelenato del marcio capitalismo, la devono pagare i capitalisti, non i lavoratori!

Lavoro, non assistenzialismo

Sempre alla voce “sostegno al lavoro” si iscrivono altre misure come il rinnovo per due mesi dei sussidi di disoccupazione in scadenza, la Naspi per i dipendenti e la Dis-Coll per i collaboratori, con un costo di 1,3 miliardi; l’indennità di 1.000 euro per i lavoratori stagionali del turismo-spettacolo e altre tipologie di stagionali e collaboratori, con uno stanziamento di 680 milioni, e i 600 euro per due mesi che andranno a favore di circa 22 mila marittimi. Per le famiglie in difficoltà c’è la terza tranche del Reddito di emergenza, con un assegno da 400 a 800 euro da richiedere entro il 15 ottobre che riguarderà 310 mila nuclei familiari per un costo di 172,5 milioni. Ma si tratta di piccole boccate di ossigeno, che arrivano sempre in ritardo e lasciano il tempo che trovano, se non si risolve urgentemente il problema del lavoro. Bisogna battersi per il lavoro e la piena occupazione, non per l’assistenzialismo.

Per il governo fa parte del pacchetto “lavoro” anche la proroga per 12 mesi dei contratti a termine in scadenza senza bisogno di dichiarare una causale, in deroga cioè al Decreto Dignità, mentre si tratta palesemente di un provvedimento ad esclusivo vantaggio delle aziende, che con la scusa della pandemia possono continuare a sfruttare lavoro precario invece di mettersi in regola assumendo a tempo indeterminato. Per noi i contratti a termine vanno invece completamente aboliti, il lavoro deve essere sempre a tempo indeterminato, pienamente retribuito e sindacalmente tutelato.

Finanziamenti alle imprese e rinvii fiscali

Per le imprese c’è inoltre una vera pioggia di finanziamenti e di rinvii fiscali.

Solo per citarne alcuni: viene rifinanziato per 7,8 miliardi di euro (per il triennio 2023-2025) il Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese, per favorire l’accesso al credito attraverso la concessione di una garanzia pubblica. Viene estesa di 4 mesi, fino a gennaio, la garanzia statale che scadeva a settembre per coprire la moratoria sui prestiti, mutui, canoni di leasing ecc. alle piccole e medie imprese, con uno stanziamento di circa 1,1 miliardi. Per le imprese del comparto turistico la moratoria si estende fino al 31 marzo 2021. È triplicato da 100 a 300 milioni il fondo presso il ministero dello Sviluppo per intervenire nel capitale delle società in crisi di particolare interesse strategico, anche sotto la soglia dei 250 dipendenti. Misure, viene precisato, “temporanee, di minoranza e di supporto a investitori privati”.

Ci sono poi mezzo miliardo di ecoincentivi per la filiera automotive; il condono al 30% del dovuto per i concessionari di spiagge; il raddoppio della quota esentasse per il cosiddetto welfare aziendale; un fondo da 400 milioni per finanziamenti minimi da 2.500 euro alle aziende della ristorazione per l’acquisto di prodotti di filiera italiana; un contributo a fondo perduto da 400 milioni per i commercianti dei centri storici di 24 città d’arte; l’incremento di 265 milioni del fondo per agenzie di viaggio, tour operator e guide turistiche; l’incremento fino a 231 milioni del fondo emergenze imprese culturali e di 335 milioni del fondo emergenze cinema e spettacolo; 180 milioni per due anni di credito d’imposta per riqualificazioni nel settore turistico, termale, campeggi e agriturismi; 200 milioni a sostegno di attività di trasporto privato e perfino 60 milioni per incentivare investimenti pubblicitari a favore di leghe e società sportive professionistiche e dilettantistiche.

6,5 miliardi sono destinati inoltre a coprire rinvii e proroghe fiscali, tra cui il rinvio al 30 aprile 2021 del versamento dell’acconto di novembre per le partite Iva che nel primo semestre 2020 hanno subito un calo di fatturato di almeno il 33% rispetto allo stesso periodo 2019, per un costo per l’erario di 2,2 miliardi. Per quanto riguarda i versamenti di tasse sospesi durante il lockdown, il 50% si pagherà alla scadenza del 16 settembre, ma anche in 4 rate, mentre l’altra metà sarà suddivisa in 24 rate a partire da gennaio. Confermata anche la proroga al 15 ottobre della ripresa delle riscossione coattiva e dello stop ai pignoramenti su stipendi e ratei di pensione per i morosi del Fisco. Sospesi inoltre per tutto il 2020 i versamenti di Imu, Tosap e Cosap per i proprietari che gestiscono strutture turistiche, alberghiere o dello spettacolo.

Scuola, sanità e Sud agli ultimi posti

Ancora una volta a fare la parte della Cenerentola sono la scuola, la sanità e il Mezzogiorno, che dovrebbero stare invece in cima alla lista delle priorità strategiche per uscire in maniera innovativa e progressista dalla crisi pandemica. Per la scuola sono previsti solo 1,3 miliardi aggiuntivi, di cui 1 miliardo per l’affitto di aule esterne alle scuole e per l’assunzione di altro personale docente e Ata. I restanti 300 milioni saranno a disposizione del commissario Arcuri per reperire dotazioni. Per la sanità ci sono solo 478 milioni in più per smaltire le liste d’attesa accumulate durante il lockdown.

Quanto al Mezzogiorno, alle regioni svantaggiate, caratterizzate da un rapporto sfavorevole tra Pil e disoccupazione (vi rientrano tutte le regioni del Sud, ma anche l’Umbria, per un totale di oltre 3,5 milioni di lavoratori), è concesso un esonero del 30% dei contributi previdenziali e assistenziali, esclusi i premi e contributi Inail, per i datori di lavoro privati (esclusi settori agricolo e domestico) nel periodo dal 1° ottobre al 31 dicembre 2020. L’esonero, che ammonta a 1,2 miliardi (4,8 a regime) e deve passare il vaglio della Ue, dovrebbe valere per 10 anni, anche se in misura progressivamente decrescente nel tempo. Dall’anno prossimo dovrebbe essere finanziato con i soldi del Recovery Fund europeo. Protestano i governatori leghisti del Nord, ma anche il PD Bonaccini, che chiedono analoghi provvedimenti anche per il Nord.

Si tratta della “fiscalità di vantaggio” per il Sud che il ministro Provenzano ha voluto a tutti i costi fosse inserita nel provvedimento, ma che è assolutamente insufficiente a determinare la svolta che serve veramente al Meridione per colmare il divario economico e di sviluppo con il resto d’Italia. Per questo occorrono ben altre risorse, e occorre un grande piano di investimenti pubblici, che porti ad una maggiore presenza di aziende pubbliche al Sud. A cominciare dall’immediata nazionalizzazione dell’ex Ilva di Taranto, che può e deve rinascere come un grande centro siderurgico moderno e all’avanguardia per efficienza, sicurezza e rispetto dell’ambiente.

2 settembre 2020

(Articolo de “Il Bolscevico”, organo del PMLI, n. 28/2020 pubblicato sul sito www.pmli.it)

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