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Liliana Segre nell’Italia degli opinionisti di Patrizia Zangla

Liliana Segre nell’Italia degli opinionisti di Patrizia Zangla

Liliana Segre, la nonnina fomenta l’odio.

Liliana Segre, non vorrei che la nonnina poi si trasformasse nella strega di Biancaneve

Liliana Segre, … è una nonnina, va nelle scuole, dovrebbe parlare contro il pregiudizio… .

Liliana Segre, … ha avuto un dramma umano … .

Queste sono solo alcune asserzioni di Alessandra Mussolini, politica, ex MSI, AN, Alternativa sociale e Forza Italia, dal 2019 a seguito della sconfitta alle Europee non fa parte di alcuna assemblea parlamentare, nipote del duce d’Italia, Benito Mussolini. Il nuovo pretesto le è fornito dalla decisione del consiglio comunale di Verona di conferire la cittadinanza onoraria alla signora Segre e al contempo di intitolare una strada a Giorgio Almirante, segretario del Msi e segretario di redazione del quindicinale fascista La difesa della razza che teorizzava e sosteneva l’antiebraismo (approfondimento in Mondonuovonews Air de temps, Almirante doppiopetto e manganello)

Ci vuole estremo rigore nell’esaminare periodi complessi della Storia, per questo è opportuno che a occuparsene siano studiosi dell’ambito. Ma non accade.

Accade invece che per ogni evento strutturale della Storia moderna e contemporanea,  il revisionismo storiografico -opportuno e naturale riesame critico degli eventi ad uso storico-, sia illegittimamente usato da schiere di opinionisti –politici più o meno noti, professionisti, gente comune- per manipolare i fatti a scopi diversi, politici e ideologici.

È sempre difficile delimitare sul piano semantico le parole, ma diventa necessario e imprescindibile perché la Babele semantica invade campi fino a poco tempo fa rigidamente demarcati e mentre le parole perdono il loro significato univoco, molti si  ergono a storici non essendolo; simultaneamente gli opinionisti sono confusi ed  equiparati a storici, studiosi, ricercatori, come ultimo passaggio del distorto processo, il fatto si annacqua nell’opinione.

Vale la pena soffermarsi sulla differenza che incorre fra fatti e opinioni, anticipando che Liliana Segre è testimone della storia, la Mussolini è opinionista.

Alla Storia affluiscono basilari Fonti documentarie su cui s’innestano Fonti narrative, come le memorie appunto, pertanto la prima ha l’autorevolezza del dire che manca alla seconda, le cui opinioni sono importanti come quelle di chiunque, preso atto che l’opinione, Doxa per i greci antichi, è di suo fallace perché soggettiva, mutevole e imperfetta. Le opinioni, dunque, tutte rispettabili, hanno connotazione personale.

Incorre poi una sostanziale differenza fra giudizio e pre-giudizio, dove il primo assume connotazione universale definitoria, suffragata da dati certi, il secondo, come denota il prefisso “pre”, avverte sia giudizio preliminare, vale a dire anticipato persino avventato.

Esso dunque non può essere riferito al fascismo.

Il fascismo non può e non deve essere inserito nella categoria dell’opinione, tantomeno del pregiudizio perché è fatto, fatto storico.

Al fine chiarificatore si può suggerire l’illuminante pagina della Pars destruens, la parte di decostruzione dell’Organum di Francis Bacon sugli Idòla, classificazione dei pregiudizi ostacolo all’azione libera, con particolare attenzione ai modelli mentali radicati anche inconsapevolmente che possono fungere da guida distorta delle nostre valutazioni.

Alcuni passaggi chiave.

Il primo, l’evento-fascismo: l’Italia si tinge di nero.

Vede un regime imporre la sua ideologia, presentata come ‘un credo’, attuare e radicare un processo di disciplinamento sempre più totalizzante e onnicomprensivo.

L’apparato dello Stato diviene preminente rispetto al partito, il PNF, Partito Nazional Fascista, si dirà, il partito ‘è lui stesso’- il duce stesso-, un partito svuotato della sua possibilità di iniziativa per effetto della costituzionalizzazione del fascismo medesimo, da cui scaturisce la progressiva fascistizzazione della società italiana.

E così il duce appare unico rappresentante della forza etica dello Stato e può fregiarsi di aver compiuto l’agognato proposito di accentramento, esplicitato nella risaputa formula mussoliniana: «Tutto nello Stato, nulla al di fuori dello Stato, niente contro lo Stato», la nuova connotazione indicante non una forma di potere assoluto classicamente intesa, bensì un progetto di identificazione dello Stato con la società civile. Il regime da autoritario diviene totalitario, impone un disciplinamento totale, esteso all’intero corpo sociale del Paese, che, trasformando gli italiani in un popolo ubbidente, concorre a formare l’uomo nuovo, fine primario della Rivoluzione fascista.

L’omologazione, attraverso forme anche occulte e larvate di indottrinamento ideologico – culturale, procede speditamente sempre con la centralità del Dux, che, superando il culto del littorio, via via genera il fenomeno del mussolinismo, da intendersi come culto del capo che ha nel dittatore il simbolo assoluto del potere che estende la sua azione magnificante, come si dice al tempo, «in mare, in cielo, in terra».

Ovunque.

L’Italia si tinge di nero e se ne compiace, agli occhi dell’italiano medio il mussolinismo rappresenta il riscatto,  la rivincita dell’Italietta giolittiana, la rivalsa di un popolo dalle grandi origini, forte e ‘giovane’.

Si sedimenta la nuova identità fra duce e regime che lascia sottintendere: «il fascismo è Mussolini», che può assumere la connotazione di un sillogismo che suona così: «se Mussolini è il fascismo, il fascismo è la patria, Mussolini è la patria». Un ragionamento portato all’estrema conseguenza logica comporta che, se egli è l’italiano per antonomasia, venerando il duce gli italiani amano se stessi.

Il duce diventa Lui, lui dalle molteplici maschere, condottiero-dux, princeps juventutis, trebbiatore, santo, amatore -le relazioni amorose lo magnificano, lo incensano, alimentano la sua maschera cesarea- e per finire combattente e fuggiasco.

Esplicativa la caustica espressione di Ennio Flaiano che lo vuole «superuomo dei poveri, più figlio di Verdi e di Leoncavallo che di Nietzsche e di Hegel: applaudito per oratore, era solo un tenore».

Il secondo, l’evento- Shoah.

Vede il totalitarismo servirsi di un altro dittatore, il piccolo uomo Adolf Hitler, dotato di grande oratoria da birreria paradossalmente riuscito a far breccia nel cuore dei tedeschi (tanti i motivi che qui si sceglie di non indicare) -popolo colto- e a irrompere nella storia in atto di sfida addirittura a Dio, anch’egli mosso dall’intento di trasformare la realtà, di plasmare l’uomo nuovo, prototipo della stirpe ariana, raggiungendo come delineato da Hannah Arendt una forma inedita di ‘male assoluto’, anche interpretabile come attentato ontologico all’umanità intera.

Con lucida furia distruttrice, dichiara le sue intenzione belliche, che avrebbe superato ogni ostacolo, anche i diritti internazionali, perché egli si convince di essere l’incarnazione umana della guerra. Della duplice guerra, una di conquista militare dell’Europa e del mondo, l’altra contro gli ebrei.

L’evento-Shoah che ci ha riguardato non di riamando come impropriamente si pensa, l’Italia non è stata fuori dal cono d’ombra della politica razziale, la legislazione antiebraica non è stata solo importata come piace a molti raccontare, perché sono precise le responsabilità fasciste e ducesche. La lettura al contrario è storicamente errata, è nata allora -e tuttora è viva- per preservare il volto buono della dittatura fascista attribuendole la sola colpa di aver intrapreso una guerra sbagliata.

La politica razziale non è stata fenomeno di importazione o emulativo, ma fenomeno evolutivo come più fatti storici confermano, basta studiarli e posizionare nel medesimo quadro anche il processo di arianizzazione dell’Italia e i casi, per nulla sporadici, di corruzione e collaborazionismo con la Germania hitleriana.

Certo che la Weltaschaaung nazista, in cui porre la radice dell’antiebraismo hitleriano, si diversifica da quella italiana, ma le responsabilità, con gradualità differenti, sono parallelamente italiane.

Per noi ricercatori –Auschwitz-Birkenau- è sì un concetto, una categoria, il nome simbolo dell’universo concentrazionario, ma non sottovalutiamo sia il luogo-non luogo che vede l’uomo diventare merce, pezzo, dentro cui collocare l’incarnazione di idee confuse, camere a gas, assassinii in massa, doppi, tripli recinti di filo spinato, torri di controllo, lunghe colonne di figure umane, vestite da brandelli, grigie del grigiore dell’alba (corsivo di Victor Frankl Uno psicologo nel Lager). 

Per questa ragione, privazioni, sanzioni, obblighi, espulsioni, persecuzioni, annullamento, azzeramento, sterminio pianificato e industrializzato sono altro da un dramma umano, sono il dramma storico, politico e culturale dell’Occidente europeo.

Ad Alessandra Mussolini e ai tanti italici opinionisti bisognerebbe ricordare infine che la nostra Repubblica è strutturalmente antifascista. Comprendiamo bene che la famiglia di appartenenza c’è data con un cognome specifico, e quello –Mussolini- rimanda a una brutta storia nera -senza se e senza ma-, quanto non c’è dato è incamminarsi acriticamente nel solco di quella storia, è scelta personale perseguire in linea di continuità con quel passato, scelta che si pone -senza se e senza ma- in contrasto con i principi fondanti della nostra Costituzione.  

C’è stato un tempo in cui abbiamo pensato- sbagliando- che gli studi di settore, la loro diffusione e la testimonianza dei sopravvissuti potessero bastare a scongiurare altri orrori, non pensavamo certo che i salvati –oggi sempre meno in vita- potessero rischiare di essere percepiti come fastidio e costituire l’intralcio a una rilettura in malafede di quel passato.

Elie Wiesel ha detto: «Sulla Shoah è stato detto tutto e tutto resta da dire».

Liliala Segre continui a dire. Finché può, continui a dirci.

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