primo piano

Oltre la prescrizione, riformare il Codice

OLTRE LA PRESCRIZIONE, RIFORMARE IL CODICE DI PROCEDURA PENALE di Maurizio Ballistreri

Sabino Cassese, raffinato giurista e giudice emerito della Corte costituzionale, ha commentato così la riforma della prescrizione: “Se una persona è giustiziabile senza un termine e se la giustizia arriva sempre tardi, si è nelle mani di un potere arbitrario, giudice dei tempi. I proponenti non sanno quale pessimo servigio stanno facendo alla giustizia italiana, trasformando i giudici in moderni dittatori, unici poteri in grado di tenere sotto scacco persone, senza rimedi efficienti (cioè che giungano in termini ragionevoli)”.

Deve fare riflettere l’affermazione di una persona notoriamente equilibrata in campo giuridico (e politico), per evitare così al Paese e al “Sistema-giustizia”, l’ennesima riforma involutiva, che crea più problemi di quelli che risolve.

La verità che i mali della giustizia in Italia non si risolvono con riforme parziali, frutto di posizioni ideologizzate, come il duello che ha attraversato tutta la cosiddetta “Seconda Repubblica” tra una visione inquisitoria degna di Torquemada, funzionale in campo politico a battere gli avversari attraverso l’uso strumentale dell’azione penale, e garantismo per l’impunità, scudo contro le malefatte di singoli politici sovente con i provvedimenti “ad personam”.

Il problema è che la riforma del codice di procedura penale del 1989, seguita da una generale amnistia nel 1990, includente quindi il reato di illecito finanziamento dei partiti (anche proveniente dall’estero…) nonché quelli contro la pubblica amministrazione come corruzione, concussione e abuso in atti d’ufficio, ha fallito negli obiettivi che il legislatore gli aveva assegnato, come del resto le norme sulla responsabilità dei magistrati scaturite dalla tragica vicenda di Enzo Tortora.

La riforma infatti, doveva archiviare il modello processualpenalistico inquisitorio,  con il pubblico ministero incontrastato “dominus” della indagini preliminari, e il giudice del dibattimento signore assoluto della prova. E, invece, anche attraverso l’applicazione forzata e le stesse gravi violazioni al diritto alla difesa operate in regime di tangentopoli, il codice non ha mai aderito al diverso modello previsto dal legislatore dell’epoca, quello accusatorio, costruito per ridare spazio e robustezza alle garanzie difensive, consentendo all’accusa di mantenere ben saldo il suo predominio nella fase anteriore al dibattimento, nel corso del quale solo marginalmente interviene quell’organo giudiziario che avrebbe dovuto garantire l’equilibrio tra le parti: il Gip.

Insomma, siamo ben lontani dal modello tipico dei sistemi giuridici a “common law” in cui accusa e difesa sono avvocati delle parti in condizioni di parità anche per quanto attiene la ricerca della prova, definiti in via esemplificativa “alla Perry Mason”, mentre i vuoti di organico tra magistrati e personale tecnico-amministrativo, l’inadeguatezza delle strutture dell’edilizia giudiziaria, la mancata introduzione del processo informatico in campo penale (e per i ricorsi in Cassazione!), hanno vieppiù allungato i tempi delle cause.

Ma abolire di fatto l’istituto della prescrizione, in grave e palese violazione della effettività del principio costituzionale di cui all’art. 27 della presunzione di innocenza, a causa della durata “ad libitum” dei processi, senza prevedere una durata massima degli stessi che garantisca la ragionevole durata dei processi di cui all’art. 111 della nostra Carta fondamentale, non risolve i problemi del sistema processuale penale, anzi li aggrava, con il grave scontro tra avvocatura e parte dei pubblici ministeri sostenitori di una sorta di “diritto penale totale”, al di sopra del quale si erge la saggia dichiarazione in occasione dell’inaugurazione dell’Anno giudiziario del Primo presidente della Cassazione Giovanni Mammone sugli effetti della riforma: presso la Suprema Corte, per il venir meno delle prescrizioni che maturano in appello, circa 20-25mila processi l’anno, c’è il rischio di un “significativo incremento del carico penale (vicino al 50%) che difficilmente potrebbe essere trattato”. Risulta pertanto necessario porre allo studio e attuare le più opportune soluzioni normative, strutturali e organizzative tali da scongiurare la prevedibile crisi”.

Parole sagge di un giudice sereno ed equilibrato, poiché c’è bisogno di studiare e non di urlare, come sta avvenendo tra settori della magistratura inquirente e  avvocati penalisti, con la politica divisa e incapace di ragionare oltre posizioni preconcette spesso etero-dirette da media aggressivi quanto digiuni di diritto. Perché il parlamento non istituisce una commissione composta da esponenti del mondo accademico, espressione del pluralismo dottrinale, che elabori una proposta anche con l’occhio rivolto al profilo comparato, di concreta attuazione del modello accusatorio del processo penale, nella quale inserire limiti alla durata dei procedimenti (negli Stati Uniti per il I grado è circa di 18 mesi) e modifiche alla prescrizione?

I punti di partenza, naturalmente, dovrebbero essere equilibrio tra accusa e difesa e velocità processuale, sempre ricordando le parole di un prestigioso padre costituente e grande giurista, Piero Calamandrei: “il codice penale è fatto per i delinquenti, quello di procedura penale è fatto per i galantuomini”.

Share

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *