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40° Mattarella, un delitto politico di Patrizia Zangla

L’UCCISIONE DI MATTARELLA A PALERMO

Eversione nera, Mafia, Poteri occulti. Un delitto politico  di Patrizia Zangla

Cade di domenica quell’anno la festività dell’Epifania, è da poco passato mezzogiorno il 6 gennaio 1980, Palermo è semideserta e dormiente come accade nelle tarde mattinate di Natale, il presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella, ha da poco lasciato la sua abitazione al numero 135 di via della Libertà e si dirige qualche metro più in là verso il garage, col proposito di recarsi a messa con la famiglia.

È appena salito in auto, un uomo col volto scoperto si avvicina. Spara.

Il sicario indossa un K-way azzurro- un giubbotto antipioggia tipico di quegli anni, ma la pistola s’inceppa. Con freddezza e velocità si dirige verso un’auto parcheggiata poco distante, qui, qualcuno gli porge un’altra pistola. Rapido va a concludere quanto per qualche secondo lasciato incompiuto.

Attimi di terrore, sgomento. Impotenza.

L’auto scura- la FIAT 132 del presidente- è di fronte al numero civico 147 di via della Libertà, i vetri infranti, all’interno un uomo disteso ansimante, -Piersanti, presidente della Regione Sicilia- un altro uomo che cerca di soccorrerlo – Sergio, attuale presidente della Repubblica- e due donne, la moglie – Irma Chiazzese – intenta a tenergli sollevate le gambe, e la figlia, seduta sul sedile posteriore.  Il figlio é paralizzato vicino al cancello. 

È la foto in bianco e nero di Letizia Battaglia. Uno scatto sull’esecuzione.

Si dice sia un omicidio di mafia, ma nell’immediato è rivendicato dai NAR, Nuclei Armati Rivoluzionari, gruppo terroristico neofascista.

Si discute, se ne scrive, s’indaga.

Non ha tipici tratti distintivi dell’agguato mafioso e poi la mafia non fa delitti preventivi, semmai dimostrativi ma con precise avvisaglie. Il presidente stava avviando un’opera di moralizzazione dentro la DC, il partito dalle molteplici correnti interne risucchiato dagli scandali. Ma è un moroteo Piersanti, questa la cifra del suo delitto?

L’eversione nera nell’isola è radicata, tuttavia, sembra inspiegabile possa aver commesso o commissionato un omicidio eccellente.

La pista nera non decolla. Secondo la magistratura siciliana non ci sono elementi sufficienti per condannare presunti esecutori e mandanti.

Come in moltissime storie di mafia, quello che appare non è come sembra, è un delitto complesso. Intersecato.

Anche Leonardo Sciascia ne è spiazzato. Nell’immediato considera la pista mafiosa una «confortevole ipotesi», ciononostante non comprende la compenetrazione del terrorismo e Cosa nostra, perché convinto che l’uno escluda l’altro. Non poteva comprendere. Gli mancavano pezzi strutturali di ricerca storica di cui oggi siamo a conoscenza. Gli mancavano passaggi chiave della strategia della tensione, che non ha il suo incipit a Milano con la bomba alla Banca dell’Agricoltura a Piazza Fontana il 12 dicembre 1969 –intenzionalmente con opportune azioni depistanti fatta intendere come cinese-anarchica – ma anni prima. Nel 1964. Quando nel maggio 1965 l’Istituto di Studi Militari Alberto Pollio organizza il convegno all’Hotel Parco dei Principi di Roma che vede l’Arma dei Carabinieri, settori dell’Esercito, alte cariche dello Stato, giornalisti di destra e imprenditori mossi dal preciso fine di individuare il pericolo comunista, discuterne e progettare la «guerra rivoluzionaria». Al convegno c’è Stefano Delle Chiaie anche se lo smentirà, legato all’Aginter Press di Guèrin Sèrac e uscito indenne da ogni processo a suo carico. C’è Pino Rauti che relaziona, e ancora Dall’Ongano, De Risio, Ragno, Torchia, Gianfranceschi. 

Le dichiarazioni di Gaspare Mutolo e Tommaso Buscetta intanto sembrano trovare corrispondenza e con la morte di Giovanni Falcone, la pista nera è abbandonata. 

Nel ‘91 Giovanni Falcone conclude la sua indagine e indica esecutori materiali Giuseppe Valerio detto Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini, che avrebbero agito su ordine di Cosa nostra. Anche Cristiano, fra confessioni e ritrattazioni, anch’egli nei NAR, a due anni dal delitto dice che a sparare al presidente è il fratello, fa anche il nome di Gilberto Cavallini, e che nei paraggi dell’agguato c’era Massimo Carminati, la mente dell’agguato, il malavitoso nero legato alla Banda della Magliana divenuto  capo di «Mafia Capitale».

Lo stesso la signora Mattarella, testimone oculare, riconosce in Giusva Fioravanti il killer del marito (è ritenuta inattendibile), lo stesso la signora delle pulizie, affacciata al balcone del palazzo quella mattina di festa. 

Anche Loris D’Ambrosio, alto commissario alla lotta alla mafia nella sua relazione –Relazione sull’omicidio di Piersanti Mattarella 8 settembre 1989- al tempo ovviamente sconosciuta, indica come molto possibile l’esecuzione nera. Confermata dal pentito nero Angelo Izzo.

È accertata la presenza di Giusva a Palermo nei giorni del gennaio ’80, con lui la fidanzata Francesca Mambro, è accertato l’appoggio di cui gode il giovane neofascista dall’estrema destra palermitana, il sostegno di Francesco, detto Ciccio,Mangiameli, un insegnante leader di Terza Posizione (ucciso otto mesi dopo dallo stesso Giusva con l’aiuto del fratello e della fidanzata) del militante del FUAN Gabriele De Francisci.    

Nel 1995 la svolta, sono condannati all’ergastolo quali mandanti dell’omicidio del presidente Michele Greco, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Nenè Geraci, Francesco Madonia: lo Stato maggiore di Cosa nostra. D’altronde siamo in Sicilia. Ma perché in terra sicula non dobbiamo dimenticare che le cose non sono mai come appaiono.

All’inizio del 2018 torna ad agitarsi lo spettro della pista nera.

Di nuovo ritorna la compenetrazione fra Cosa nostra e eversione nera. E torna Palermo degli anni Ottanta, la Palermo della DC di Salvo Lima e di Vito Ciancimino della corrente di Giulio Andreotti, legato ai cugini Salvo, i noti esattori. Quel Ciancimino che aveva cercato di confondere le acque facendo sapere in via riservata al questore di Palermo Giuseppe Nicolicchia, iscritto alla Loggia Ompam di Licio Gelli, che Santi Mattarella era stato raggiunto dal fuoco delle Brigate Rosse.

Dal 2004, l’assassinio del Presidente dc è una pietra d’inciampo nei processi a carico di Andreotti e non è la sola, lo è anche l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Sono accertati i contatti del divin Giulio e gli uomini di Cosa nostra, in due incontri avvenuti nel capoluogo siculo in cui il tema è il comportamento del nuovo presidente della Regione Sicilia che certo sembrerebbe porsi da ostacolo alla nuova  mafia affaristica.  

Nel 2019 la Procura di Palermo torna a indagare sull’iniziale legame NAR e Cosa nostra.

Nell’odierna ricostruzione non tutti i segmenti sono luminosi, ma mettendo in sequenza fatti e pezzi di verità giunti disordinatamente a noi, prende consistenza la centralità di Mattarella cuore pulsante di un ingranaggio complesso che tiene unite ragioni sicule e ragioni nazionali, chiarendo come possa essere avvenuto il legame fra l’organizzazione neofascista, braccio armato della strategia della tensione e Cosa nostra alla ricerca di un nuovo equilibrio interno in Italia. La recente desecretazione della Relazione D’Ambrosio svela un punto nodale per anni in sospeso, il legame dei gruppi neofascisti e Cosa nostra nell’esecuzione del governatore siciliano.

Con alta probabilità, la stessa arma – Colt calibro 38 special – è usata in due esecuzioni, per freddare Santi Mattarella e Mario Amato, il magistrato impegnato nel Lazio nella lotta all’eversione nera (conclusione cui giunge la nuova indagine sull’omicidio Mattarella del procuratore di Palermo Francesco Lo Voi chiusa negli ultimi  giorni del dicembre 2019).

Fra i due delitti un breve lasso temporale, Amato è raggiunto da un unico colpo alla nuca da Gilberto Cavallini il 23 giugno 1980, con lui Luigi Ciavardini, ancora minorenne, Mattarella è freddato da otto pallottole di due armi diverse.

Come un replay, torniamo all’esecuzione del presidente la mattina dell’Epifania alla pistola che s’inceppa. Alla frazione di secondo in cui il delitto resta come sospeso.

È avvenuto un reciproco scambio, cosa hanno promesso ai picciotti Fioravanti e Cavallini dei NAR?

Cosa Nostra avrebbe aiutato la fuga di Pierluigi Concutelli, il comandante, mente di Ordine Nuovo, sicario del giudice Vittorio Occorsio, detenuto all’Ucciardone di Palermo.

Alla DC palermitana il cambio di passo di Mattarella non piace -Piersanti è autonomo rispetto a Mattarella senior, Bernardo era stato il capostipite della DC sicula – ma non piace neanche alla DC nazionale, Mattarella sarebbe stato il futuro vice segretario nazionale, inoltre è un moroteo, dunque aperto al rinnovamento dentro il suo partito, aperto alla svolta di Enrico Berlinguer, vale a dire al dialogo DC–PCI.

«La guerra rivoluzionaria» ha superato la fase destabilizzante finalizzata alla stabilizzazione: non è più tempo di condurre lo Stato a una reazione di stampo autoritario ma è quello di fermare il processo disvolta a sinistra del Paese.

Questo il progetto voluto dal potere occulto che ha mosso e muove la strategia della tensione e la mano che fredda il presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella.  

  • foto di Letizia Battaglia, scattata pochi istanti dopo il tragico evento

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