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Enrico Berlinguer, un comunista garantito senza eredi

Air du temps, parte seconda. Enrico Berlinguer, un comunista garantito senza eredi di Patrizia Zangla

Il compagno Berlinguer, politico per missione, esempio di vita activa avrebbe detto la Arendt da intendere come il vivere dell’uomo libero fondato su praxis e lexis che ne caratterizza la cifra politica fino alla fine, giunta come un guerriero greco in battaglia mentre è sul palco durante un comizio appassionato a Padova, magnificandone i tratti. E con lui muore il PCI, il partito comunista più forte dell’Europa occidentale. Ma sviste ed errori gli devono essere addebitati.

Unpassoindietro.

In medio stat virtus, era il ’72, Berlinguer si apre un guado fra le due colonne del partito, Amendola e Ingrao, meditando il modo per realizzare un ponte fra elettorato comunista e cattolico, porre argine alle tentazioni autoritarie in Italia dove sinuosamente opera la strategia della tensione di stampo fascista, intanto con un golpe in Cile l’11 settembre ’73 è ucciso il presidente legittimo Allende e s’instaura la dittatura del generale Pinochet, in forma embrionale nasce un patto a tre  PCI, DC, PSI come spiega ai suoi militanti su Rinascita. Sta prendendo forma il Compromesso storico, che vagamente ricorda quello siglato da Togliatti tra le forze antifasciste. Questo è un patto di buona intenzione che cela debolezze, i contraenti del patto a due -DC e PCI- sono diversi tra loro malgrado entrambi intolleranti -soprattutto la sinistra- nei confronti dei propri eretici, e che non tiene conto dei rischio di incagliarsi in una democrazia bloccata come verrà chiamata, una democrazia senza alternative, per altri anche un bipartitismo imperfetto.

Nel ’75 le elezioni amministrative segnano la forte avanzata comunista con l’affermazione delle giunte rosse nelle principali città. L’anno dopo alle politiche si raggiunge il 34.4. È notte fonda quando il segretario dichiara composto alla folla convenuta sotto Botteghe Oscure: «Compagni,  compagne, un italiano su tre vota comunista» -il PCI si era allungato sulla riserva elettorale di centro della DC dilaniata dalle correnti e travolta dagli scandali-, dall’esterno è una avanzata da arrestare, all’interno del partito persegue la difficoltà di accettare la sinistra eretica che tollera la violenza come acceleratore sociale e strumento politico. Incomprensioni che portano a considerare la sinistra extraparlamentare come la parte malata di una pianta sana da estirpare. Questo spiega in parte la ragione per cui si sottovaluti l’incalzante fenomeno della lotta armata o lo s’intenda come un fenomeno di ultrasinistra impazzito da definire con gli aggettivi sedicente, folle impedendone corretta valutazione e adeguato contenimento. Alla stregua della stampa che è divisa fra il riconoscere le Brigate Rosse, gruppo estremista più rilevante, come autentica organizzazione di estrema sinistra o come mascheramento di estrema destra. La lotta armata intanto prende la sua corsa e gli eretici finiranno col decidere di rompere, non senza travaglio, lo fa il Movimento del Manifesto, rottura che chiude la stagione politica che aveva rappresentato il tentativo di costituire un comunismo altro nell’area parlamentare.   

Inizia il progressivo allontanamento ideologico del partito comunista italiano, da quello di Mosca e decrescono i finanziamenti, il legame era rimasto solido fino al ’73, molto stretto in coincidenza del golpe dei colonnelli in Grecia. Dopo il viaggio a Sofia per l’incontro con Todor Zhivkov il rapporto si smaglia, l’ostilità sovietica potrebbe essere una vera minaccia, il segretario ha uno strano incidente automobilistico la cui dinamica non sarà mai chiarita. Graduale è invece l’avvicinamento all’Alleanza Atlantica che rende esplicito in un’intervista a Pansa sul Corriere della Sera, in cui dichiara di accettare l’ombrello Nato, è la genesi dell’eurocomunismo che gli crea frizioni interne col gruppo della vecchia guardia. Proseguono le incomprensioni in seno alla sinistra come evidenzia l’inesatta visione interpretativa del terrorismo rosso e quell’essere poco incline ad accettare di sfogliare l’album di famiglia su suggerimento di Rossanda.

E scivoliamo agli anni Ottanta, il nuovismo di Craxi e il carrierismo inondano la politica, la sua reazione è proporre come via maestra la questione morale, che fatica a decollare. Preceduta dai

Discorsi sull’austerità. Il primo invito è diretto agli intellettuali per superare «il decadimento la mortificazione in cui sono precipitate le istituzioni culturali dopo trent’anni di potere democratico-cristiano e di sviluppo sociale distorto e squilibrato», il discorso è un riconoscimento agli intellettuali come motore del sistema. Pochi altri politici saranno altrettanto illuminati da cogliere l’importanza socio-politica dell’intellighenzia.

Su Repubblica, nell’intervista a Scalfari del 28 aprile ‘81, a chiare lettere denuncerà «l’occupazione dello Stato da parte di ladri, corrotti e concussi». Aveva acutamente individuato nella questione morale la centralità della crisi italiana, ma non era stato adeguatamente ascoltato dai suoi, anzi.

Non sempre ascoltato e compreso, ma senza dubbio amato. Era il maggio ‘72 L’Espresso interrogava i suoi lettori sul neo eletto segretario del PCI con un quiz: Quanto conosci Enrico Berlinguer, un corredo di domande come quelle di odierno uso scolastico cui apporre la crocetta, sulle sue abitudini -cosa  fuma-, sulle sue  preferenze -quale musica ascolta-, sulle sue qualità personali –cosa lo infastidisce-, sulla sua biografia: a che ora si sveglia al mattino, chi era il padre, dove va in vacanza, il peso corporeo, quale auto possiede; altre in cui indicare le affermazioni vere o false: se parla correttamente il russo, se è giusta la frase attribuita a Pajetta  «è un compagno ma non un compagnone».

Amato. È al Pincio nel giugno ’83 per una manifestazione del PCI, fra le acclamazioni e gli applausi dei militanti, Roberto Benigni – che lo presenta come una  persona perbene, un comunista garantito – lo prende in collo. Amato. Molto di più oggi che si avverte il vuoto del vero leader, nessuno potrà dirsi veramente erede, né dei compagni di partito -Natta, Zangheri etc- né dei suoi giovani, Cuperlo, D’Alema che lo aveva accompagnato mesi prima a Mosca al funerale di Andropov, Veltroni o Fassino. Berlinguer … un comunista garantito senza eredi.   

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