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Almirante doppiopetto e manganello di Patrizia Zangla

Air du temps. Parte prima. Giorgio Almirante doppiopetto e manganello di Patrizia Zangla

Air du temps

Tempi di confusione, incoerenze, ossimori ideologici, di discredito della politica divenuta antipolitica, miscelata alla mancanza di modelli politici e culturali.

Da qualche mese sui social appare la doppia immagine di Giorgio Almirante e Enrico Berlinguer che sembra voler incarnare l’air du temps e l’esigenza di ricercare nel passato idoli da proporre in una narrazione postuma edulcorata e magnificata. Una lettura revisionista apparentemente nuova, ma sostanzialmente vecchia da condividere, favorita dalla scarsa conoscenza della storia politica delle giovani generazioni e dalla memoria labile o talvolta complice delle più anziane.

Due politici appartenenti a una comune scena temporale ma asimmetrici per il resto.

Sullo sfondo la sinuosa rilettura del fascismo unitamente a un neo rovescismo che tenta di decantarne gli elementi positivi e trasversalmente apprezzati, la sicurezza e l’ordine, d’altronde quale Paese non vorrebbe garantire ordine e sicurezza? Che tenta di disconoscere verità fino a ieri unanimemente riconosciute come incontrovertibili che ora sono strumentalmente riconsiderate, tanto che in un’afosa giornata d’agosto ‘qualche politico’ forse per un mojito di troppo o per l’esagerata calura estiva ha incautamente reclamato pieni poteri. Pieni poteri come Lui, quel Lui osannato come una divinità, la cui stanza da lavoro restava illuminata fino a tarda ora per rischiarare le notti degli italiani, quel Lui persino descritto nelle biografie ufficiali come il fraticello d’Assisi, contraddicendo i suoi costumi licenziosi, quel Lui, Benito Mussolini. Lo ‘stesso politico’ che ha commentato -come usa fare con un video- la recente fase di gestazione del Governo Conte bis come attentato alla democrazia. In questi anni la Lega ci ha abituati a una politica subdolamente fascista.

Giorgio Almirante, doppiopetto e manganello

Ma torniamo all’immagine accostata di Almirante e Berlinguer, politici dall’aspetto severo, divenuti icone, un filo meno ingessati di Aldo Moro, immortalato vestito in spiaggia e sempre col paltò scuro e il volto mesto.

Il disegno di ricostituzione del fascismo risale alla fine degli anni ’50,  il battesimo è tenuto il 26 dicembre del ‘46 a casa del ragioniere Michelini dove si sono riuniti alcuni reduci di Salò per fondare il Movimento Sociale Italiano che vedrà centrale Giorgio Almirante. Fascista, fanatico sostenitore della purezza e difesa della razza ariana, firmatario del Manifesto della razza nel ’38, caporedattore de La difesa della razza, capo Gabinetto del Ministero di Mezzasoma della Cultura popolare della Repubblica di Salò, dove veste l’habitus del fucilatore, reo di aver sottoscritto l’atto di passare alle armi i giovani che si rifugiavano in montagna sfuggendo all’esercito dell’ultimo Mussolini. Era il maggio  ’44. Proverà a difendersi con l’impeto e la dialettica che lo contraddistinguono ma senza esito.  Scripta manent.

Nel ’47 è tra i valorosi a ricostituire il Partito fascista confluito nel MSI, che si pone come legittimo erede dei valori fascisti e repubblichini, in quell’anno più volte deferito alla Commissione Provinciale della Questura di Roma per il confino quale elemento pericoloso all’esercizio delle libertà democratiche, anche condannato, condanna per apologia di fascismo sospesa. Segue altra denuncia dopo un acceso comizio a Trieste, intanto diviene protagonista del progetto che vede la destra estrema transitare verso la nuova epoca democratica. Lo ritroviamo col Fuan romano a Valle Giulia a Roma nel ’68, la contestazione che sigla la fine della pax fra fascisti e compagni e vede le squadre di picchiatori missini entrare in azione, poi a fare da stampella alla DC del governo di Tambroni, costretto alle dimissioni dalle proteste di piazza. Ma il vero successo politico lo raggiunge nel ‘71 in Sicilia, il suo feudo, dove il MSI diventa il secondo partito dell’isola, fortissimo a Catania, grazie anche alla piazza di Reggio Calabria, laboratorio di strategia della tensione dove da oltre un anno è forte il partito e il suo sindacato, la Cisnal con Ciccio Franco. Come da slogan missino: Aquila, Reggio, a Roma sarà peggio!

Non estraneo alle trame della strategia della tensione che portano in quegli anni di bombe e di attentati destabilizzanti a chiedere a gran voce di espellere il MSIdal parlamento -a lui diretta l’accusa di ricostituzione del Partito fascista- tuonerà: –Noi abbiamo le mani pulite– contro chi lo accusa di favorire l’estremismo nero. L’autorizzazione a procedere per i reati di «Pubblica Istigazione, Attentato contro la Costituzione»e «Insurrezione Armata contro i Poteri dello Stato» è concessa il 3 luglio ‘74 dalla Camera dei deputati, con la sola contrarietà del MSI.

Dopo i fatti di Peteano -dove esplode un’auto dei carabinieri- si chiede lo scioglimento di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale, crolla il castello del MSI, da subito il partito ha una linea duplice, occupa le piazze ma si presenta all’opinione pubblica col volto rassicurante del partito dell’ordine. Doppiopetto e manganello si dice al tempo. Doppiezza di molti personaggi da sponda vicini a Almirante, ossia tesserati al MSIma con incarichi politici ordinovisti. Ordinovisti e avanguardisti non pochi nel libro paga dei Servizi segreti.  Con le bombe successive, tutte di paternità nera -Questura di Milano, treno Italicus, Piazza della Loggia- anche il Paese comprende che non è più accreditabile la matrice rossa, tesi sostenuta qualche anno prima per la bomba di Piazza Fontana.

Ampiamente documentato –chi volesse approfondire, fra l’altro, può leggere il saggio I Neri e i Rossi, le trame segrete– lo star sospeso tra il tentativo di inserimento –al tempo si diceva forza alternativa al sistema– nella compagine democratica e la sovversione che lo porta a caldeggiare gruppi paramilitari e progetti golpisti che in quegli anni s’insinuano fra le Forze armateper scardinare le istituzioni repubblicane. Propositi golpisti come già il Piano Solo e il convegno all’Hotel Parco dei Principi di Roma organizzato dall’Istituto di Studi Militari Pollioche vede l’Arma, settori dell’Esercito, alte cariche dello Stato, giornalisti di destra e imprenditori mossi da un fine: individuare il pericolo comunista e progettare la «guerra rivoluzionaria».

Nel biennio ‘78-’79 di venerdì pomeriggio –racconta Padellaro- i due segretari s’intrattenevano per un confronto, erano i gesti di quel modo antico di intendere la politica.

E scivoliamo verso gli anni Ottanta, come da galateo istituzionale, il camerata Almirante porge l’estremo saluto al compagno Berlinguer, si reca a Botteghe Oscure da solo privo di scorta, le cronache riferiscono sia Pajetta, il più anziano, a riceverlo, mentre all’interno del palazzo ci sono i dirigenti del PCI, Napolitano, Natta, Macaluso, Bufalini, ma anche i giovani Occhetto e D’Alema.

Morirà quattro anni più tardi, proprio Pajetta e Nilde Iotti rendono omaggio alla salma del segretario del MSI che resta una fiamma accesa nei cuori neri.

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