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Ho scritto t’amo sulla rabbia di Cosimo Recupero

La fiducia al governo Conte-bis è passata con largo margine, sia alla Camera che al Senato.

I numeri mettono al riparo il nuovo esecutivo da eventuali imboscate, da franchi tiratori o altre rischi, anche perché le defezioni sono già risaltate nel voto di oggi, al Senato, dove Richetti (PD) e Paragone (M5S) hanno votato in dissenso con i propri gruppi di appartenenza.

E se i numeri in parlamento sembrano non essere un problema, almeno per il momento, ancora meno paura fanno i numeri della piazza di ieri che, urlando frasi più o meno di senso compiuto, ha pensato che qualche slogan e qualche saluto romano, bastassero a rivendicare non meglio precisati diritti costituzionali.

La verità è una sola. Salvini ha combinato un disastro assoluto. Non credo che si fosse mai vista, nella storia repubblicana, una crisi politica più maldestra, sgangherata e persino grottesca come quella del passato agosto.

Adesso per lui sarà difficilissimo recuperare: gli mancano intanto il potere e la visibilità sui media nazionali, RAI e Mediaset.

Gli manca anche la granitica compattezza della Lega. Non passerà molto perché arrivi, nella Lega, la resa dei conti con i vari colonnelli o i grandi esclusi dal salvinismo, a cominciare da quel Maroni, che messo fuori gioco col pretesto di una vicenda giudiziaria nemmeno troppo rilevante (l’assunzione in Regione Lombardia di una segretaria) non perderà tempo a far valere questioni come i 49 milioni o la vicenda russa.

Gli mancherà anche un pezzo del centrodestra perché è ovvio che, a caldo Berlusconi faccia la parte di chi vuole riunire il centrodestra ma che, in realtà, vuole smarcarsi dalla ingombrante presenza di un manipolo di neofascisti per continuare a giocare il ruolo di conservatore moderato.

E probabilmente gli mancherà presto anche l’appoggio dell’eterna seconda Giorgia Meloni che, è ovvio, non ha nessuna voglia di giocare sempre di sponda con Salvini, sperando di guadagnarci qualcosa.

Fino ad oggi, i due sono stati uniti solo da uno stile ed un armamentario culturale (“culturale” per modo di dire) che altro non è che il richiamo ad un non meglio precisato spirito nazionalista, ribattezzato sovranismo. In poche parole, un fascismo che, del regime, ha tutt’al più simboli, parole d’ordine e arroganza, ma senza la benché minima idea di Paese.

Salvini e Meloni erano uniti solo su questo e il loro amore politico era labile, inconsistente. Un matrimonio d’interesse, basato sull’odio per gli altri, stranieri o avversari politici e che, se fosse stato una canzone, avrebbe potuto avere come titolo “Ho scritto t’amo sulla rabbia”, e non sulla sabbia, come la famosa canzone del 1968. Ma anche con un titolo differente, il ritornello suonerebbe come nel famoso brano: “e poi il vento ci ha portato via”.

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