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UN PAESE DILANIATO. UNA SINISTRA CHE NON C’E’

UN PAESE DILANIATO. UNA SINISTRA CHE NON C’E’ di
Maurizio Ballistreri

Un Paese dilaniato e diviso su tutto, ma anche paralizzato e impotente, così si presenta l’Italia nella cosiddetta Terza Repubblica.
Una delle cause, sicuramente quella più grave, è rappresentata dal perdurante malfunzionamento del sistema politico e dalla inadeguatezza dei suoi attori e, in particolare, si deve registrare come la sinistra italiana continui a rappresentare un’anomalia nel panorama dei Paesi fondati, sia pure con modalità diverse, sul sistema liberaldemocratico.
Nella Prima Repubblica la presenza del più grande partito comunista dell’Occidente impedì ogni fisiologica alternanza tra schieramenti, il “Fattore K” descritto dal giornalista e politologo Alberto Ronchey, a cui tentò una parte della DC con Aldo Moro di sopperire attraverso il “compromesso storico” con il Pci di Berlinguer, naufragato sugli scogli dei 55 giorni del rapimento dell’uomo politico democristiano da parte delle Brigate rosse e di mai chiarite interferenze internazionali.
Il crollo del Muro di Berlino del 1989 originò, attraverso il combinato disposto dell’incombente globalizzazione, del cambio di paradigma geopolitico conseguente alla dissoluzione dell’Unione sovietica e dei regimi dell’Europa comunista e dell’azione mediatico-giudiziaria interna, la cosiddetta Seconda Repubblica, in cui i post-comunisti, dopo la distruzione del Psi di Bettino Craxi che aveva tentato di costruire una grande forza socialista e riformista anche in Italia, ne presero il ruolo a livello internazionale senza perseguire una politica socialista, ma sostenendo un bieco giustizialismo degno del “terrore” di Robespierre e un programma economico fondato su liberalizzazioni e riduzioni dei diritti sociali, attraverso lo schermo dei tecnici impegnati in politica come Prodi, Ciampi, Amato, Dini, Monti, riecheggiando malamente le vecchie tesi sull’austerità operaia di Giorgio Amendola ma nei fatti legato ad una visione di deflazione e stabilizzazione economica einaudiane, dettate da Eugenio Scalfari e da “La Repubblica” sulla base dell’azionismo non socialista di Ugo La Malfa.
Scelte che consentirono l’ingresso dell’Italia nella moneta unica con un ruolo subalterno e fortemente negativo per le classi popolari e per lo stesso ceto medio. Il Pds-Ds insomma, cancellando la tradizione comunista non sposava la socialdemocrazia europea ma una mistura tossica di giacobinismo e liberismo, che ha generato l’anomalia politica di Berlusconi e le sue affermazioni elettorali con il suo colossale conflitto di interessi incompatibile rispetto ad ogni principio liberale e mentre uno dei leader storici del comunismo italiano, Giorgio Napolitano, scriveva la propria autobiografia politica dal titolo “Dal Pci alla socialdemocrazia europea”, gli ex-Pci guardavano a tutt’altra prospettiva.
E il Pd, nella Terza Repubblica, dopo la sospensione della nostra sovranità imposta dalla Troika e dall’ordoliberalismo tedesco di Frau Merkel con Mario Monti al governo nominato dallo stesso Napolitano assurto al Quirinale, con la vulgata “liberals” di Veltroni prima e Renzi dopo ha continuato ad essere alieno da ogni prospettiva socialdemocratica, sulla base di una visione leaderistica della politica e di politiche economiche di riduzione del Welfare state e di redistribuzione verso il basso del reddito, abbandonando ogni riferimento al keynesismo.
Ai giorni nostro i democrats sembrano voler recidere ogni legame con le radici popolari, in primo luogo con il mondo del lavoro, della sinistra in ogni parte del mondo, esemplificata da un’affermazione del deputato del Pd Cesare Damiano, già sindacalista della Fiom-Cgil, sul salario minimo legale, secondo cui i 9 euro all’ora del disegno di legge sarebbero troppi, perché un operaio metalmeccanico guadagnerebbe così 1500 euro lordi, circa 1100 netti! Con queste svolte politiche da veri e propri apprendisti stregoni, il Pds ha prodotto il Cavaliere di Arcore al governo, il Pd ha generato il grillismo e i 5 Stelle!
Così si perpetua l’estraneità della sinistra italiana rispetto alla tradizione socialista, rafforzata dalla scelta per il cosiddetto “politicamente corretto”, che nella battaglia, confusa e senza proposte serie per governare il problema, sull’immigrazione, trova una sorta di manifesto sostenuto, sovente, da azioni che sembrano riecheggiare l’estetismo dannunziano.
Il filone Pci-Pds-Ds-Pd così, è passato dalla tradizione della lotta di classe, nello schema italiano della “via italiana al comunismo” sulla base dell’egemonia gramsciana, ad un nebuloso sostegno ad un confuso cosmopolitismo, che dietro la facciata della giusta e sacrosanta difesa dei diritti umani, nasconde l’accettazione del capitalismo globale e a proposito del quale il leader comunista Palmiro Togliatti ebbe ad affermare: “Il cosmopolitismo è una ideologia del tutto estranea alla classe operaia. Esso è invece l’ideologia caratteristica degli uomini della banca internazionale, dei cartelli e dei trusts internazionali, dei grandi speculatori di borsa e dei fabbricanti di armi. Costoro sono i patrioti del loro portafoglio. Essi non soltanto vendono, ma si vendono volentieri al migliore offerente tra gli imperialisti stranieri”. Parole attuali per descrivere la triste parabola degli ex-comunisti.
La sinistra italiana, purtroppo, dopo avere archiviato ideologie e storie, sia pure interpretate in modo diverso e spesso conflittuale dalle sue varie correnti di pensiero, si è ridotta ad essere come “Il cavaliere inesistente” di Italo Calvino.

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