primo piano

Dialogo Immaginario: Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti

Dialogo Immaginario Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti
di Arianna Caruso

Mezzanotte del 23 agosto 1927. I due si ritrovano in cella appena prima dell’esecuzione. Nicola Sacco piange.
Vanzetti: Nick, perché piangi?
Sacco: Come perché? Mancano meno di dieci minuti alla mia morte e penso di aver sbagliato tutto nella mia vita.
Vanzetti: Tirarti indietro adesso non ti farà sentire meno scosse una volta sulla sedia elettrica. Quindi di cosa ti preoccupi?
Sacco: Della mia vita, Bartolomeo. Di mia moglie, dei miei figli. Che senso ha un mondo migliore se poi io finisco morto in sette minuti.
Vanzetti: Sacco, questo non è mai stato un mondo migliore. Sbarcati a Staten Island come animali, smistati in baracche, additati e per ultimo incriminati. Il partito non era che un espediente per migliorare le cose, per avere speranza. Ma la speranza, fratello, non esiste quando sei in 8 piedi di cella.
Sacco: Io ci credevo e adesso mi è rimasto poco o niente, solo altri nove minuti di vita.
Vanzetti: A me invece sono rimaste le idee. Capisci che l’unica nostra colpa è quella di essere anarchici e italiani? Fintanto che sarà così, con processi ed esecuzioni io non credo che ci sarà spazio per la libertà.
Sacco: Smettila di idealizzare, la libertà esiste solo se sei uno jankee. Noi siamo dei greaseball, degli emarginati.
Vanzetti: Ma ora ti chiedo, Nicola, perché hai fatto tutto questo, perché sei scappato da Torremaggiore, hai cercato un lavoro qui, hai messo su famiglia e ti sei iscritto al partito?
Sacco: Perché credevo di essere libero, di costruire con Rosa, Dante e Ines una perfetta famiglia moderna, istruita, addirittura libera, tutto ciò che non avevo in Italia.
Vanzetti: E perché non sei scappato quando hai sentito l’ostilità degli jankees nei nostri confronti?
Sacco: Perché pensavo fosse un paese giusto.
Vanzetti: La giustizia, Nick, è un artificio degli uomini. E noi, per quanto giusti, siamo colpevoli di questa massificazione, di questi pregiudizi. E se la giustizia è un magistrato che in udienza afferma che la nostra opinione e quella del nostro avvocato non è valida, che la difesa non sussiste perché siamo delinquenti di indole, non ci resta che morire con la sicurezza della nostra coerenza, al stessa che ci ha accompagnato tutti i giorni al partito, stanchi, con dodici ore di lavoro sulle spalle. 
Sacco: Cosa dirà Rosa ai miei figli, Vanzetti? Non ci pensi? Papà è morto come un criminale. A Torremaggiore diranno a mio padre che ero un povero disperato idealista. E in tutto ciò ci restano solo cinque minuti di vita.
Vanzetti: Dai un senso a questo tempo, allora. Come l’hai dato a questa terra promessa che fatto sì che tu arrivassi più o meno integro ad oggi. La malattia dei pregiudizi sarà radicata fino a che i perseguitati saremo noi, i diversi.
Sacco: L’unica cosa di cui vado fiero è la costante presenza dei manifestanti qui, appena fuori da questa prigione, scesi in piazza per manifestare il loro appoggio, nonostante il governatore abbia già deliberato: la condanna è giusta, la sedia elettrica ci aspetta.
Vanzetti: Che ci importa dei poteri forti, siamo anarchici. E anche stesso la risposta alle manifestazioni è stata minima. A niente sono serviti gli avvocati, le spese, il processo e persino la confessione di quello sconosciuto definitosi complici dei mafiosi che hanno fatto la rapina. La verità è che eravamo condannati già appena sbarcati.
Sacco: A me, Bartolomeo, sembra una prospettiva avvilente e basta. Sono così deluso e la delusione mi rende disumano, non mi fa nemmeno respirare.
Vanzetti: Noi invece siamo dei vincitori. Un capro espiatorio vincente che sarà l’inizio di un’emancipazione da parte del popolo italiano e l’ennesima bruttura burocratica di un paese perbenista e sordo. Gioisci, amico e fratello, Sacco e Vanzetti non moriranno tra due minuti e quella sedia non sarà una condanna.
Sacco: Ah, no? E allora cosa, un trono?
Vanzetti: Solo se tu credi ancora in quello che hai passato. Ci credi?
Sacco: Sì, ci credo.
Vanzetti: Mezzanotte e dieci, andiamo a scrivere la storia. 
Prima tocca a Nicola Sacco, si siede e dice “addio, moglie mia, figli miei, compagni miei. E a voi, signori, buonasera.” Si tiene ritto con la schiena e pronuncia ad alta voce “viva l’anarchia”. Sette minuti dopo Bartolomeo Vanzetti indossa il casco che darà la scarica e le cinghie: “Ribadisco che sono innocente. Ho commesso i miei peccati, ma mai un delitto. Ringrazio quelli che si sono battuti per la mia innocenza e perdono le persone che mi stanno facendo questo”. Arianna Caruso 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *