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Enzo Basso manda in edicola “Il caso Ciancio”

“Il caso Ciancio” di Enzo Basso, un libro per capire meglio la Sicilia e tante altre cose. Considerato che questo che per certi versi potrebbe essere considerato un manuale che consegna preziose chiavi di lettura di un mondo che è esistito e che tutt’ora esiste e produce effetti in sole 157 pagine, occorre innanzitutto sottolineare la capacità di sintesi dell’autore e l’abilità nel rendere appetibile, senza romanzarla, una materia che, diversamente trattata sarebbe una noiosa sequela di cifre e di sigle. Basso svolazza sulle prodezze di una mafia, che piuttosto che apparire truculenta e assassina, sembra di seconda generazione, imprenditoriale, e che per raggiungere le sue finalità utilizza o si fa utilizzare dal grande personaggio, Mario Ciancio appunto. Profondo conoscitore della realtà siciliana che, quasi a giustificare momenti di apparente ambiguità, ripete: ma io a Catania ci devo vivere. Ma il cavaliere Ciancio Sanfilippo, che esordisce da uomo ricco, per via di una eredità familiare e moltiplica il patrimonio con la sua abilità imprenditoriale, a Catania ci vive benissimo. E l’odio sociale, si sa, non fa sconti a nessuno, men che mai a chi appare ricco, famoso e potente. Per anni Ciancio diventa bersaglio di tanti che, a torto, o forse anche a ragione, si sono sentiti prevaricati dalle sue brillanti iniziative. I segnali ostili sono molteplici. Si va dalle lettere anonime, alla bombetta, dalla testa d’animale mozzata lasciata davanti al portone, al furto di oggetti di grande valore (con richiesta di riscatto) al corposo pamphlet, scritto forse a più mani, da persone colte, informate e interessate a contrastarlo, che colpiscono nel segno in quanto contribuiscono a fare accendere nuovi fari della magistratura catanese sulle sue attività. E la giustizia italiana, come è noto, è lenta ma inesorabile ed alla fine di un percorso istruttorio durato ben 12 anni, partendo forse dalla sua passione per l’arte e le cose antiche, gli toglie i giornali, “la Sicilia” e “la Gazzetta del Mezzogiorno” che però diventano un tema diverso dal semplice caso di un imprenditore sospettato di concorso esterno con l’associazione mafiosa, la natura stessa di alcune delle sue  aziende che attiene infatti alla libertà di stampa. Ed è forse proprio per questo che viene fuori il libro di Enzo Basso, che non intende assolutamente scrivere una biografia compiacente del grande editore, anche perché, leggendo il libro si capisce che Ciancio viene analizzato in alcuni passaggi con lo sguardo inflessibile del giornalista professionista, più severo forse di qualche giudice distratto. Però il lato nobile della questione è un altro: Enzo Basso ha vissuto sulla sua pelle più del dramma della vicenda giudiziaria che si è abbattuta sul settimanale “Centonove”, da lui fondato e diretto, la immensa tragedia della solitudine. Gli è venuta meno quella solidarietà che si aspettava da ambienti cittadini che aveva valorizzato col suo lavoro di 25 anni e dalla stessa categoria dei giornalisti. Quindi, in questo libro su Mario Ciancio, tanto più potente, ma egualmente solo, affiora di tanto in tanto qualche pagina che, se non può far certamente parlare di “vite parallele” per la distanza enorme che c’è tra i due personaggi, fa comunque pensare che una certa analogia nella tecnica che porta al silenziamento delle due testate giornalistiche esiste, tra l’altro il commissario liquidatore nominato per entrambe è lo stesso: il commercialista salernitano Angelo Bonomo. E per concludere con le parole di Basso “un giornale non è come una fabbrica di bulloni”, un giornale ha un’anima, l’anima di una intera comunità sintetizzata dagli operatori della cultura e dell’informazione, c’è un tale rapporto tra libertà di stampa e democrazia che ogni mutamento che avviene in questo delicato settore deve fare scattare un potente segnale di allarme. Giovanni Frazzica

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