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Caso Battisti, quando è facile manipolare la Storia di Patrizia Zangla

Cesare Battisti è riconosciuto pluriomicida, la sentenza è confermata dalla Cassazione nel ‘91. Ha goduto di molti appoggi, l’ambiente politico-intellettuale parigino, l’ombrello di Mitterrand.  Oggi ‘la belva’ è braccata, circondata da un dispiegamento di Forze dell’Ordine è tornata in Italia. La sicurezza nel Paese è assicurata, il popolo plaude.

I PAC, Proletari Armati per il Comunismo, sono stati una formazione eversiva rossa attiva dal ’77 al ’79 soprattutto in Lombardia e in Veneto. Un’organizzazione armata marginale, eccentrica nei comportamenti come il suo leader, un ragazzo di Cisterna di Latina noto per gli stivaletti tipo Camperos utili per guadagnare qualche centimetro. Nella fase iniziale il gruppo non ha nome, il catalizzatore è Arrigo Cavallina, docente di Verona, arrestato mentre prepara un attentato alla Sit-Siemens. Uscito dal carcere, irrobustisce il nascente gruppo dei PAC cui si uniscono Luigi Bergamin e il ragazzo di Cisterna, il malavitoso Cesare Battisti, conosciuto in cella, arrestato per la prima volta nel ’72 a Frascati per una rapina. Rispetto alle altre, è una formazione di poco spessore, Battisti da piccolo delinquente comune si radicalizza all’estremismo di sinistra durante la carcerazione.

Il gruppo si caratterizza per una breve stagione di attacchi dissennati –dai ferimenti all’uccisione-, desta scalpore l’omicidio del gioielliere Torregiani e il ferimento del figlio che resta paralizzato- guardati con scetticismo dalle stesse Brigate Rosse. Nella stagione ’78-’79 la formazione andrà a irrobustire l’asse militare di Rosso.

Dobbiamo ritornare alle verità documentali, ai fatti rigorosamente storicizzati. L’episodio non è da leggere come fatto isolato circoscritto alla vicenda personale di Cesare Battisti ma da inserire nella parabola politica della lotta armata che affonda le sue radici nelle dinamiche complesse, fitte di anomalie, vale a dire infiltrazioni e depistaggi, della storia italiana dal ‘68 al ‘88. Misurare unicamente il fatto, come si sta facendo, con l’atto criminoso è un’operazione rischiosa e antistorica che allontana dalla comprensione dell’essenza del fenomeno eversivo che resta celata.

In quegli anni era in atto prima di tutto una lotta interna contro il PCI, ritenuto una struttura di dominio reazionario,  e per questo molti giovani vi si oppongono ed entrano nella lotta armata, sposando il progetto, per usare l’espressione negriana, di «destrutturazione del dominio», declinato in vario modo. Un progetto ampio, dalla varietà di formazioni eversive anche dai livelli occulti, da collocare nel complesso di una storia internazionale in cui è imperante la paura dell’ingresso del PCI nell’area di governo perché avrebbe ridefinito la mappa postbellica, ridiscusso la dottrina di Yalta. Un’Italia dalla fenomenologia sociale sconvolta da un feroce odio ideologico, stretta in una morsa fra gli Stati d’Europa e con funzioni di cerniera tra Mediterraneo e Medio Oriente.

Se si smarrisce quest’importante trama storico-politica internazionale si rischia di far passare l’errato messaggio che in quegli anni ci sia stata una guerriglia di quattro balordi con la pistola, dal cuore rosso -come in questo caso- o dal cuore nero come in altre vicende parallele, farne una storia banale semplificata a uso del Web, una storia banalizzata e incompleta a uso dei tanti politici e falsamente tali, sciatti e incompetenti. Ma non è stato questo.

È stata una storia di costanti operazioni di guerra psicologica. Una guerra civile dalle lunghe derive che ha segnato, e tuttora segna, pesantemente la realtà sociale.

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