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A babbo morto di Cosimo Recupero

La finanziaria è ormai in dirittura d’arrivo. Dopo che Conte è andato a farsi prescrivere la cura dai burocrati europei, ai due azionisti della maggioranza, Salvini e Di Maio, è rimasta solo la parte buona per la propaganda e niente di più.

Nel migliore stile da Istituto Luce del ventennio, la macchina del consenso ha propagandato gli effetti miracolistici di una finanziaria che altro non è se non il simulacro di sé stessa.

Ad uscirne male, malissimo, sono le due, anzi tre misure bandiera di Lega e cinquestelle. Vediamo un po’.

Quota 100. Doveva essere una misura strutturale che avrebbe permesso, una volta entrata in vigore, a tutti quelli in possesso dei requisiti anagrafici e contributivi, di andare in pensione a 62 anni, senza scadenze e con la pensione piena. In realtà si è ridotta ad una misura una tantum, da sfruttare con una finestra temporale che durerà al massimo fino a tutto il 2019 e che, per essere goduta, richiederà ai lavoratori di rinunciare ad una grossa fetta di pensione (si parla del 25 per cento dell’assegno pensionistico). Probabilmente questo renderà innocua per i conti pubblici questa misura, perché ad usufruirne saranno poche migliaia di lavoratori.

In più, questa rivoluzione in materia previdenziale doveva aprire le porte a nuove assunzioni nella pubblica amministrazione. Peccato che la stessa legge finanziaria preveda il blocco delle assunzioni proprio per tutta la durata della finestra temporale per l’uscita dal lavoro.

Reddito di cittadinanza. Basta dare una breve lettura al teso depositato dai grillini nella scorsa legislatura per scoprire che le somme che loro prevedevano di impiegare ammontavano a poco meno di diciassette miliardi di euro, tutti da recuperare con tagli agli sprechi. Una volta entrati nella stanza dei bottoni, i nostri eroi si sono accorti che tutti questi tagli non si potevano fare e che per questa miracolistica misura che, parola di Di Maio, avrebbe abolito la povertà, ci sono appena quattro miliardi scarsi, poco più del reddito di inclusione voluto dal governo Renzi. E non bisogna essere dei premi Nobel per capire che questi soldi, divisi per i sei milioni di persone che dovrebbero accedere al beneficio, fa 60 euro scarsi al mese ciascuno. Altro che i 780 promessi da anni.

Per non parlare poi della flat tax, di cui nemmeno Salvini parla più, forse per pudore, essendosi questa misura ridotta alla semplice estensione ai redditi lordi fino a 65.000 euro del regime forfettario già in vigore per i redditi più bassi.

In sostanza, a Di Maio e Salvini non è rimasto altro che qualche stupido argomento da spacciare a quanti ancora credono che finalmente i poteri forti sono stati battuti.

In realtà, la finanziaria è solo un coacervo di misure spot, senza una precisa idea di paese e di sviluppo. Dall’aumento dei limiti per lo sversamento di sostanze inquinanti nei terreni, al condono (si chiama proprio così, condono) delle tasse arretrate a chi si è considerato più furbo di altri e forse lo è stato davvero.

Dal condono per Ischia a quello per chi esercita abusivamente professioni sanitarie, come massoterapisti o infermieri.

Insomma, la definitiva consacrazione dei valori di una Italietta mediocre e rancorosa, incapace di sognare un futuro diverso, migliore, e, tantomeno, di provare a costruirlo. Il tutto pagato a babbo morto, con gli aumenti spropositati dell’IVA fino al 26,5% che faranno sprofondare il paese in una crisi nera per uscire dalla quale serviranno lacrime e sangue. E chi quelle lacrime e sangue ce li farà versare, poi sarà il bersaglio preferito dei populisti che diranno che ci avranno affamato. E la storia si ripeterà all’infinito.

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