Cultura

Ho bisogno di un tuo regalo

E’ finito il tempo spensierato di giochi e nottate e alla fine dormivamo tutti con la testa appoggiata sul tavolo della cucina (i piccoli venivano relegati in cucina). L’albero di nonna Peppa veniva puntualmente saccheggiato con astuzia e precisione, dobloni, babbi natale e pupi di neve disossati, da manine esperte. Le mani odoravano di mandaranci e con le bucce iniziavano battaglie di spruzzi negli occhi e puntualmente la guerra finiva fra pianti e promesse: “saro’ buona e ubbidiente”. Passa il tempo e siamo diventati grandi, altre famiglie si sono unite alla nostra, altri bambini e a poco a poco, scompare la “cona” la famosa “cona”. Quella che mi ricordo io era posizionata su un tavolino basso, al primo piano c’erano arance, mandarance e mandarini, poi noci, nocciole, castagne e infine nel posto piu’ inaccessibile i dolciumi, saccheggiati puntualmente per primi e la nonna urlava “Bbi manciastu ‘na cona!” Poi venne l’albero di Natale, la magia era rimasta immutata, l’otto dicembre tutti insieme Nonni, mamme, papa, zii e zie, acquisite e non, zie di primo grado e di secondo, la sorella di nonno, la sorella di papa’ e tanti cugini. Noi piccoli e nonna Peppa, tutti presenti pa’ cunzata d’a Cona e come sottofondo “U quattru Babbara, u sei Nicola, all’ottu Maria, o tridici Lucia e o vinticincu lu veru Missia.” Alle 16 arrivava Turiddu per noi piccoli suonava ‘a ciarameddha e si cominciava con le feste. ERA NATALE. Siamo cresciuti, ho potuto vivere la magia del natale a New York, Parigi e Vienna, ma il mio cuore resta sempre in quella grande sala da pranzo, con quel grandissimo tavolo, la sacra famiglia addobbata e le tue mani, mamma che mi porgevano il regalo di Natale. Passano gli anni e l’ultimo natale l’abbiamo trascorso insieme io e tu nella stessa casa, nello stesso letto. Abbiamo addobbato la casa, fatto l’albero, facevamo finta di niente, ma entrambe sapevamo che era l’ultimo Natale insieme. Tu mi hai fatto il tuo ultimo regalo e io il mio ultimo regalo. Tutto come da copione, una bella commedia brillante con un finale crudele. Non hai smesso mai di regalarmi le tue carezze, prima rassicuranti e forti con le tue bellissime mani lunghe, affusolate, sentivo il tuo tocco sui miei capelli mentre tu credevi che stessi dormendo, (ma come potevo dormire sapendo cosa, di lì a poco, sarebbe successo) man mano che le notti passavano le tue carezze diventavano sempre piu’ deboli, sempre piu’ lente, sempre piu’ sofferenti, le tue mani bellissime sempre piu’ ossute. Ma le carezze erano confortevoli piene d’amore per me e di dolore allo stesso tempo perche’ sapevi che erano le ultime e poi non avremmo avuto piu’ il tuo conforto. Quanti regali materiali ci siamo scambiati: “prendo questa sciarpa per mia mamma”, “a mia mamma quest’anno regalero’ una borsa”, “mia mamma ha finito il suo profumo, so cosa regalare”. Il 23 dicembre era ormai un appuntamento fisso, ci ritagliavamo un pomeriggio insieme per passeggiare spensierate tra luci colorare, coccarde e pacchi regalo, concludevamo il pomeriggio in libreria con una tazza di cioccolata calda e 4 biscotti al burro. Da qualche anno non sono piu’ figlia e non ho piu’ chiamato “mamma” tranne che nella mia mente nei momenti di sconforto, non ti comprero’ nulla, ma voglio un tuo regalo: voglio una carezza, un abbraccio, voglio sentire e vedere le tue mani belle, bianche affusolate e rassicuranti: voglio solo una tua calda carezza fra i capelli. Sai mamma, ne ho bisogno. Buon Natale. Tua figlia

  Angela Rizzo

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