Barcellona

La stratigrafia degli attraversamenti culturali in Silvia Ripoll

La stratigrafia degli attraversamenti culturali in Silvia Ripoll

di Rosario Andrea Cristelli

 

Silvia Ripoll  López nasce a Barcellona di Spagna il 22 marzo 1961. Si laurea in storia antica e archeologia presso l’università di Madrid. Studiosa e pubblicista, ha svolto con entusiasmo e dedizione la professione di archeologa in diverse nazioni. Ha vissuto e lavorato nella città di Padova condividendo la sua vita privata con il marito, un medico siciliano che verrà prematuramente a mancare nel 2011. Nel 2013 decide di trasferirsi con le sue due figlie a Capo D’Orlando, alla ricerca di luce, mare ma soprattutto delle radici familiari, scoprendo anche la passione per il territorio dei monti Nebrodi, la catena montuosa della Sicilia settentrionale (provincia di Messina) che, assieme alle Madonie ad ovest e ai Peloritani ad est, costituiscono parte dell’Appennino Siculo.

 

Silvia Ripoll è un artista contemporanea analogica, che usa esclusivamente la camera del suo telefono cellulare, usandolo quindi come medium espressivo e rielaborando le sue fotografie in post-produzione con l’applicazione gratuita Photo Director, sempre attraverso il suo smartphone. La stampa è affidata in esclusiva a Immaginazione FineArt, un centro professionale di stampa e ricerca creativa che ha sede a Barcellona Pozzo di Gotto con il quale l’artista ha instaurato una proficua collaborazione.

 

Silvia Ripoll è un artista dalla formazione classica concretamente multimediale, smart quanto basta, per comporre bellezza. La metamorfosi della materia e la componente temporale, appartengono alla costante ricerca visiva ed etnoantropologica di Silvia Ripoll. Silvia Ripoll vive da artista libera e alimenta la sua costante avventura, tentando di saziare la sua necessità famelica di cultura attraverso la scoperta di nuove geografie, nuovi territori, città, paesi e luoghi con sorprendenti stratificazioni culturali. Sempre alla ricerca di nuovi segni, segnali, simboli, sogni, materia, essenza, odori, usi e costumi, pronti ad essere elaborati e quindi trasformati in un linguaggio nuovo. Dalle sculture dell’età classica fondamentali nella sua formazione da archeologa, alla natura; alle sfumature dei colori, ai segni mistici, ai volti, ai tessuti, ma sempre in costante ricerca di relazioni nuove con la Sicilia contemporanea. Una artista che vive l’attraversamento come strumento di indagine culturale testimoniandolo attraverso lo strumento “camera” del suo telefono, elaborando immagini. È quel telefono stesso, testimone della sua contemporaneità, che la collega dal suo percorso storico e culturale referente di una temporalità lenta e storicizzata, al mondo virtuale attraverso la velocità dei social, eredi di quel tempo rettilineo che con difficoltà tenta di lasciare un segno a lungo termine. Passato e presente, spiritualità e materia culturale si fondono alle sue emozioni componendo espressioni visive eloquenti sintetizzate in immagini pregne.

 

Silvia Ripoll dichiara di vivere l’attraversamento geografico come mezzo espressivo di indagine culturale ed è per questo che si potrebbe definire artista di frontiera;  se il confine è una linea naturale o artificiale che delimita un terriorio, Silvia tenta di superare ogni limite perché non riesce a pensare sbarramenti fisici o mentali. La sua apertura mentale e culturale la induce a vivere sui confini astratti, luoghi di frontiera, spazi aperti, luoghi magici, fisici o mentali in cui opera stratificazioni culturali sotto forma di immagini fotografiche. Attraverso i suoi confini Silvia Ripoll inquadra uno spazio proprio, in cui stabilisce con i suoi strumenti le sue sensazioni, la propria identità e quindi riconoscibilità artistica. La sua stampa finale è la ricevuta fotografica delle sue relazioni estetiche vissute con la geografia, col tempo della storia, con la memoria: con la sua stratificazione culturale.

 

Silvia Ripoll vive i luoghi come fossero libri da leggere, ma soprattutto da illustrare. Scoprire nuovi luoghi come esercizio vitale di conoscenza culturale e stimolo artistico. Immagina sempre nuove composizioni mentali, sperando di poterle raccontare bene, in termini di immagini finite esteticamente convincenti. La sua fotografia è contemporaneamente uno strumento di indagine e mezzo di narrazione artistica.

 

Gabriele Basilico sosteneva che la scrittura in generale, e soprattutto la narrazione, sia in grado di evocare, descrivere e reinventare un luogo meglio di quanto possa fare un’immagine. La fotografia mette in crisi il valore del tempo, che solitamente viene cristallizzato nello scatto che condurrà all’immagine, a quell’immagine. La fotografia di Silvia Ripoll sente la necessità di essere digerita e mentalmente sviluppata e poi decodificata nel tempo, separando simboli, paesaggi, oggetti: messaggi. La componente temporale nella fotografia di Silvia Ripoll riesce a dilatarsi; ne deriva un tempo lento di percezione e nuova immaginazione, cercando arrivare alla sua verità attraverso la scomposizione delle sovrapposizioni. L’artista archeologa fotografa Silvia Ripoll attualizza la storia e storicizza il presente cristallizzato nelle sue immagini dopo aver elaborato i suoi appunti di viaggio multimediali rintracciati tra storia, geografia e città, riproponendo un nuovo volto materico, un nuovo significato, una nuova pagina di vita contemporanea. Luci e ombre, colori, odori, storia e cultura trasudano dalle sue scene montate in un’unica immagine finale; astrazione e realtà si sovrappongono, si alternano e si compongono generando bellezza. “Il realismo della fotografia è in realtà un falso, l’oggetto che rappresenta omette il suo passato, la sua trascendenza, il suo futuro. Pertanto mi posso permettere di tramutarla, stravolgerla, eccederla. Dando così all’immagine, la mia realtà interiore, fatta di passato, genetico e vissuto in continua evoluzione e reinterpretazione.“ Silvia Ripoll ha imparato sagacemente a osare con la fotografia, potente mezzo di comunicazione di massa, consapevole della sua riproducibilità tecnica, ma ha sapientemente elaborato la lezione di Walter Benjamin, donando quindi “aura” alle sue opere, nonostante tutto, rendendole oltre che poetiche, autografe e preziose ma pur sempre democratiche e raggiungibili.

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