editoriale

Pluralismo e stato di diritto, se non vogliamo fallire!  di Enzo Palumbo

Pluralismo e stato di diritto, se non vogliamo fallire!  di Enzo Palumbo

Ho sempre pensato che pluralismo politico, equilibrio istituzionale e stato di diritto siano coessenziali l’uno all’altro, per cui ciascuno di essi è premessa e conseguenza dell’altro, la sparizione dell’uno vanifica anche l’altro, se c’è già, o lo rende impossibile, se non c’è ancora; per contro, quando entrambi coesistono, concorrono in maniera determinante al benessere della società.

Ne ho trovato la conferma in un bel libro di qualche anno fa (Perché le nazioni falliscono, Il Saggiatore, Milano, 2013), che riporta alla memoria il titolo della principale opera di Adam Smith (La Ricchezza delle Nazioni).

Com’è noto, Adam Smith guardava agli innovativi processi produttivi dell’epoca basati sulla divisione del lavoro con un approccio essenzialmente economicista, emblematicamente rappresentato dalla pagina in cui evoca gli innumerevoli “atti di egoismo” compiuti ogni giorno da milioni di individui che, perseguendo il proprio interesse, finiscono per realizzare inconsapevolmente anche l’interesse generale, facendo così crescere la ricchezza complessiva della società in cui operano.

Scritto da due economisti e politologi – il primo (Daron Acemoglu) americano del MIT di Cambridge, e il secondo (James A. Robinson) inglese ma operante nell’Università di Chicago – questo più recente libro ha un approccio ben più ampio, analizza i processi produttivi nelle varie epoche e in diversissimi territori, e ne individua il successo nel fenomeno della c. d. “distruzione creatrice” generata dai livelli d’innovazione ogni volta introdotti, con continua sostituzione di metodi e prodotti nuovi a quelli correnti; ma guarda anche e forse soprattutto al contesto istituzionale e politico in cui questi processi innovativi possono svilupparsi, individuandolo nella presenza di istituzioni che favoriscano il pluralismo politico e la certezza dei diritti, considerate condizioni essenziali per l’autorinnovamento della società, economica e politica insieme.

Di questo libro qualcuno ha detto che dovrebbe essere utilizzato come una “bibbia” da tenere sempre a portata di mano da parte delle classi dirigenti di società che vogliono progredire o almeno evitare di fallire.

Con dovizia di esempi, questo libro dimostra che la prosperità o la povertà di una nazione non dipendono, come molti sono portati a pensare, da ragioni geografiche, storiche, culturali, sociologiche o religiose, ma piuttosto dalle rispettive istituzioni politiche, che sono in grado di stimolare la crescita di una società o di provocarne il collasso, a seconda che si riesca, oppure no, a mantenere un buon livello di pluralismo istituzionale e di certezza dei diritti individuali e dei corpi intermedi, così creando un contesto politico ed economico inclusivo per gli individui e per i gruppi che la compongono, che si realizza quando nessuno viene escluso aprioristicamente dalla possibilità di sviluppare la propria individualità e di accrescere il proprio benessere e, con esso, quello della propria famiglia, del gruppo sociale cui appartiene e, in definitiva, dell’intera società.

Il pluralismo comporta la necessità di un sufficiente livello di equilibrio istituzionale e di limitazione del potere, e quindi anche capacità di graduale e non violento rinnovamento, mentre il consolidato ruolo della legge regolatrice dei rapporti comporta la ragionevole convinzione che i diritti legalmente acquisiti in un certo momento valgono pure per il prevedibile domani.

Cosicché, se una società è “pluralista e inclusiva”, in cui a ciascun individuo è garantito un ruolo e i suoi diritti vengono preservati anche rispetto al mutare delle stagioni politiche, questa società ha in sé stessa la forza per crescere e prosperare; e se invece è “elitaria ed estrattiva”, nel senso che un piccolo gruppo dirigente, in un certo momento storico, è in grado di estrarre dal tessuto economico e sociale tutto ciò di cui può appropriarsi attribuendolo a sé e ai suoi sostenitori, questa società prima o poi s’impoverisce in capacità umane ed economiche fino a  collassare.

L’analisi, che comunque non ha nulla di dogmatico e individua solo una linea di tendenza, attraversa il tempo e lo spazio, prende in esame istituzioni pubbliche e sistemi economici che vanno dall’Impero Romano alla Venezia medievale, dalle civiltà precolombiane alle democrazie americane, dalla Francia prerivoluzionaria alla società postindustriale, dall’impero ottomano e dagli imperi centrali europei alle nuove satrapie mediorientali, dalla Cina dinastica a quella comunista, dall’Africa tribale a quella postcoloniale, dalle democrazie liberali europee a quelle orientali e ancora imperfette succedute all’impero sovietico.

In tutti i casi gli autori riescono a dimostrare che l’affermarsi del pluralismo politico-istituzionale e dello Stato di diritto si accompagna all’estensione del benessere delle popolazioni interessate, mentre la loro attenuazione o addirittura la loro scomparsa provocano caos istituzionale impoverimento economico e malessere sociale e, sfociano spesso in conflitti interni o esterni sino   al collasso delle pubbliche istituzioni e al fallimento degli Stati.

Illuminante in proposito è la constatazione da cui gli autori partono all’inizio del libro, quando esaminano nel dettaglio due specifiche realtà territoriali che, trovandosi dalle due parti dello stesso confine e partendo dalle stesse situazioni sotto il profilo territoriale, umano, economico e sociale, sono poi nel tempo divenute diversissime: l’esempio è quello di una stessa cittadina, Nogales, divisa da un confine che, a partire dalla seconda metà dell’800, ne ha collocato una parte nello Stato nord-americano di Arizona, e un’altra parte nello Stato messicano di Sonora,.

Nella prima, quella che ricade negli Stati Uniti, si registrano processi elettorali democratici, istituzioni imparziali, ordine pubblico e diritti proprietari garantiti, servizi pubblici efficienti, alti salari, welfare, tecnologie d’avanguardia, in definitiva una situazione di certezza dei diritti che genera pace sociale, voglia di intraprendere, prosperità diffusa alla quale tutti possono aspirare; nella seconda, quella che appartiene al Messico, si constata un elevato livello d’incertezza nel rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione, con effetti assolutamente opposti; e tutto ciò, pur condividendo il medesimo ambiente naturale, la stessa storia, identiche caratteristiche etniche e addirittura eguali origini familiari.

La spiegazione di così tanta differenziazione tra quei due tipi di società – che gli autori anticipano, e che poi verificheranno in tantissime altre situazioni storiche e ambientali che vengono indagate e descritte nel corso della loro scrupolosissima analisi – sta nel fatto che nella prima società esiste ciò che non c’è nella seconda, e cioè pluralismo istituzionale e limitazione del potere (il che impedisce al governante di turno di appropriarsi delle risorse a suo uso e consumo), e certezza dei diritti che gli individui abbiano nel tempo legittimamente acquisiti (e che nessun governante del futuro oserà mai mettere in discussione); due caratteristiche, queste ultime, che generano in chi condivide lo stesso territorio ragionevoli  affidamenti e quindi voglia e capacità di investirvi le proprie energie (umane ed economiche), programmando razionalmente il proprio futuro e quello delle generazioni a venire.

In fondo, se guardiamo alla situazione italiana dopo le tragiche vicende della guerra, anche nel passaggio dalla Monarchia alla Repubblica, quando ovviamente era fortissima la tentazione di scardinare tutto il preesistente impianto civile e istituzionale, tra le due tendenze che allora emersero – quella della rottura totale col passato e quella del cambiamento nella continuità dello Stato — fu quest’ultima a prevalere, forse anche propiziata dal risultato del referendum istituzionale del 1946, che, mentre aveva fatto sparire lo stabile ancoraggio della Monarchia, aveva anche prudentemente indotto i Costituenti a non recidere le altre radici che legavano la società alla struttura dello Stato, quale si era venuto formando attraverso il processo risorgimentale dell’unità nazionale, almeno sino alla rottura provocata dal fascismo.

Nacque così il grande compromesso della Costituzione repubblicana, che immise nelle tradizionali strutture statuali le nuove spinte d’ispirazione socialista, le metodologie garantiste tipiche del liberalismo, e la diffusione territoriale delle responsabilità cara al popolarismo cattolico, senza tuttavia toccare, almeno nell’immediato, l’impianto giuridico, civile e penale, che sarebbe stato poi, poco alla volta, ammodernato e reso coerente con la nuova Carta fondamentale, attraverso i prudenti adattamenti via via introdotti dalla Corte e dalla legislazione ordinaria.

E, se ora guardiamo alla nostra Costituzione, possiamo dire che essa è un esempio virtuoso di “società inclusiva”, perché disegna e garantisce equilibrio istituzionale, pluralismo politico, ascensore sociale e certezza dei diritti, esorcizzando il pericolo della dittatura della maggioranza (sempre possibile in democrazia) allorché inizia affermando che la sovranità popolare si può esercitare solo nelle forme e nei limiti costituzionali, quando nei suoi primi articoli garantisce i diritti essenziali degli individui e dei corpi sociali, e quando stabilisce che nessuna prestazione personale e patrimoniale può essere imposta se non per legge e che questa, comunque, non può travalicare i principi e le regole costituzionali, la cui osservanza è affidata a un organo terzo che non promana direttamente dalla sovranità popolare ma da ciascuno dei poteri istituzionali, che a loro volta ne subiscono il controllo..

Nel libro che ho citato all’inizio, pubblicato nel 2013 e scritto alquanto prima, l’Italia dell’attualità non poteva comparire, e quindi non vengono trattate le vicende che hanno interessato il nostro Paese nei cinque anni della scorsa legislatura, e ancor meno quelle che si stanno svolgendo nella Legislatura in corso, apertasi col risultato elettorale del 4 marzo di quest’anno.

E tuttavia, se fosse stato scritto in questi giorni, oso pensare  che non sarebbe mancato un accenno rispetto al tentativo di stravolgere l’impianto costituzionale che si è consumato nella scorsa Legislatura, e forse anche rispetto allo stravolgimento delle regole dello Stato di Diritto che si sta consumando in quella corrente a iniziativa dei nuovi governanti, inopinatamente catapultati al vertice dello Stato con l’unico conclamato obiettivo di rottamare tutto ciò che un passato giudizioso ci ha consegnato, in una sorta di furia iconoclastica che rischia di gettare, insieme all’acqua sporca delle porcherie che non mancano mai, anche la fragile creatura della nostra Democrazia Liberale.

Ciò che sta avvenendo sotto i nostri occhi, col consenso interessato di alcuni e nell’apparente indifferenza di altri, sembra proprio il tentativo di trasformare la nostra tradizionale società da “inclusiva” a “estrattiva”, estraendone risorse (che neppure ci sono) per destinarle al proprio elettorato, e mettendo in discussione diritti legittimamente acquisiti nel passato all’insegna di un lessico demagogico che, per poterli colpire meglio, li ha definiti “privilegi”.

Senza capire che proprio sulla premessa della stabilità dei diritti acquisiti sono state programmate le esistenze di tante persone e delle loro famiglie, e che, obliterando diritti di oggi, si consentirà ai governanti di domani di fare altrettanto..

Cosicché d’ora in poi nessuno sarà più sicuro di nulla, la nostra società continuerà a impoverirsi di preziose risorse umane in cerca di lidi meno precari, come ormai sta accadendo da qualche anno, e ci avvieremo sulla strada che dall’Arizona ci porta a Sonora.

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