Cultura politica primo piano

Giornalismo e libertà di stampa nell’era di Internet di Antonio Baglio

Giornalismo e libertà di stampa nell’era di Internet di Antonio Baglio

(una sintesi della relazione del prof. Antonio Baglio al Convegno per il 25° di mondonuovo)

Consentitemi di aprire questo mio intervento con una citazione del giornalista statunitense Walter Lippman, che si attaglia bene alla natura e contenuto dell’incontro di oggi:

“La qualità dell’informazione in una società moderna è un indice della sua organizzazione sociale. Quanto migliori sono le istituzioni, tanto più facilmente gli interessi relativi sono formalmente rappresentati, tanto più questioni vengono dipanate, tanto più obiettivi sono i criteri adottati, tanto più perfettamente si può presentare come notizia una vicenda. Nella sua espressione migliore la stampa è serva e custode delle istituzioni; nella sua espressione peggiore è un mezzo mediante il quale alcuni sfruttano la disorganizzazione sociale ai propri fini particolari”.

In queste parole sono condensati alcuni degli aspetti fondamentali che attengono alla storia del giornalismo: innanzitutto il forte legame tra la circolazione dell’informazione e l’affermazione di istituzioni e pratiche politiche democratiche; l’ambivalenza del rapporto tra informazione e potere. Un altro aspetto che dobbiamo considerare per dipanare il cammino storico del giornalismo, strettamente intrecciato al percorso lento e contraddittorio della modernità, è l’innovazione tecnologica, cui accenneremo dopo.

Senza i giornali è impossibile immaginare una società aperta. E a proposito del loro rapporto con il potere, è da rilevare come sempre guardando in una prospettiva storica, fin dall’inizio i giornali abbiano rappresentato per le autorità un’arma a doppio taglio. Con la loro capacità di rendere pubblici segreti di Stato, di denunciare abusi ed errori dei regnanti, di diffondere idee ritenute sovversive hanno da sempre rappresentato, per un verso, una minaccia, oltre che una sfida.  Non a caso, il potere ha cercato di sottoporre l’attività giornalistica a rigidi controlli e censure, che però non sono riusciti ad arrestare quel bisogno di informazione e comunicazione pubblica veritiera e libera avvertito in modo particolare dalla borghesia in ascesa.

I giornali sono così diventati strumenti essenziali per la democrazia, a tal punto che per loro si è coniato il termine di quarto potere. La libertà di stampa ha assunto la valenza di una delle libertà civili fondamentali, garantita da tutte le costituzioni liberali; anzi la pietra di paragone più certa per valutare la democraticità di qualsiasi Stato. Infatti non possiamo nemmeno immaginare uno Stato democratico in assenza di libera informazione; perché verrebbero a mancare ai cittadini la possibilità di conoscere dati e fatti essenziali per giudicare l’azione di governo, per conoscere e confrontare programmi alternativi. Di conseguenza, non avrebbe più significato lo stesso esercizio del diritto di voto.  Si può dire che se la storia ha conosciuto molte dittature in cui il diritto di voto continuava formalmente ad essere applicato, non ne ha conosciuto alcuna in cui la stampa fosse libera.

C’è il risvolto della medaglia nel rapporto tra informazione e potere, che riguarda il tema  della strumentalità e della costruzione del consenso. Anche in questo caso ne abbiamo esempi sin dalle origini del giornalismo, se pensiamo alle gazzette seicentesche piegate alle esigenze di propaganda delle case regnanti. Nel corso dei secoli il rapporto tra giornali e autorità si è fatto più complesso e contrastato, articolandosi in un intreccio di leggi, norme, contese giudiziarie, azioni restrittive formali e informali. Ancora oggi gli sforzi del potere di condizionare l’informazione sono continui, estesi e potenti, talvolta in forme apertamente repressive, più spesso attraverso modalità occulte e informali che entrano in sinergia con le trasformazioni del sistema dei media. Ma il giornalismo ha sempre dovuto fare i conti anche con il potere economico, i grandi interessi industriali e finanziari, peraltro, a loro volta, spesso legati alla politica.

Nonostante al mondo giornalistico non siano estranei i concetti di controllo da parte delle autorità, pressioni di ogni genere, condizionamenti, censure ed autocensure, l’influenza esercitata da mercato pubblicitario e dagli inserzionisti, tuttavia tutto questo non equivale ad asserire che la diffusione delle informazioni attraverso i media abbia agito sempre e solo in senso manipolatorio o funzionale al potere. Al contrario, interagendo con vari fatti, essa ha spesso veicolato immagini e stili di vita provenienti da culture e paesi lontani, fornendo a persone socialmente molto diverse un terreno comune sul piano del linguaggio, con il risultato di favorire la diffusione di un più ampio pluralismo culturale e politico. I mezzi di informazione sono del resto anche dei tipici strumenti dalla duplice natura: da un lato influenzano i gusti e le inclinazioni del pubblico, dall’altro ne vengono condizionati e tendono a ritagliarsi attorno ad essi.

Adesso, nella lunga storia del giornalismo, siamo entrati nell’era del multimediale e dei nuovi media. Sappiamo quanto l’innovazione tecnologica abbia influito nel campo dell’informazione giornalistica. Dall’invenzione della stampa a caratteri mobili da parte di Gutemberg, allo sviluppo di nuove macchine tipografiche nella prima metà dell’Ottocento, fino alla rivoluzione digitale che stiamo vivendo, l’innovazione tecnologica ha periodicamente innescato progressivi mutamenti nel modo di produzione dei giornali che a loro volta, intrecciandosi con altre trasformazione dell’epoca, hanno portato a cambiamenti dei contenuti, del linguaggio, del mercato editoriale, delle dimensioni e delle caratteristiche del pubblico, e in ultima analisi della stessa rappresentazione del mondo collettivamente percepita.

Oggi le comunicazioni di mass hanno assunto caratteristiche transnazionali e interattive, grazie al massiccio utilizzo di Internet. Come è sempre accaduto, le nuove tecnologie non hanno fatto altro che esercitare una sostanziale influenza sui modelli di giornalismo e il suo linguaggio. Siamo alla terza rivoluzione con cui il settore della comunicazione si è dovuta confrontare nel corso dei secoli: dalla sfida della radio, all’inizio del XX secolo, fase in cui la stampa perse il primato della tempestività delle notizie, restando come un importante veicolo di informazione e di opinione, sino all’avvento della televisione e in tempi a noi più vicini dei nuovi media che sfruttano il computer, i satelliti e la trasmissione digitale. Se la tv è riuscita nel tempo a “superare” gli altri media, per  penetrazione, popolarità e tempestività, adesso la rete pone una ulteriore sfida alle modalità con cui le informazioni vengono proposte e fruite. A questo punto è lecito chiedersi quale sarà nell’epoca della globalizzazione il futuro del giornalismo d’informazione e di opinione nato con le grandi rivoluzioni liberali dell’Ottocento.

Il web infatti rende possibile l’accesso – in gran parte gratuito – ad un’enorme quantità di informazione e dà la possibilità agli utenti di mettere in circolazione contenuti informativi prodotti autonomamente. Assistiamo alla crisi del classico modello di business dell’informazione, basato su aziende editoriali che immettevano sul mercato prodotti, i quali producevano entrate attraverso le vendite e le inserzioni pubblicitarie; introiti grazie ai quali le aziende potevano pagare i giornalisti.  D’altro canto, l’informazione diffusa via web genera introiti assai modesti rispetto a quella tradizionale; inoltre con la diffusione di smartphone e tablet è aumentata la richiesta di contenuti in tempi reali e fruibili in ogni luogo e momento. Per questo sono nate le edizioni on-line delle testate giornalistiche, senza contare l’informazione social e quella user generated content, che pongono però un problema di verifica delle fonti.

Il rapporto tra la rete e il giornalismo tradizionale si sta sviluppando in modo complesso e a volte contraddittorio. Internet può avere un grande valore nel trasformare i cittadini in protagonisti attivi dell’informazione, nel superare la rete di interessi economici, condizionamenti politici, connivenze, rigidità mentali e culturali che imbriglia il sistema giornalistico tradizionale. Ma presenta anche numerosi rischi, come alimentare un’ulteriore dispersione e commercializzazione dei contenuti oppure il fatto che le notizie sono filtrate e gerarchizzate dai motori di ricerca con criteri discutibili, e spesso non può prescindere da una interazione con i professionisti tradizionali dell’informazione.

La stampa italiana continua, nonostante tutte le difficoltà, con le vendite calate drasticamente e di fronte a un sistema dominato da grandi concentrazioni economiche, dall’assenza di editori puri e di una legislazione in grado di risolvere i conflitti di interesse, a svolgere un fondamentale ruolo civile. Si evidenziano certamente alcune carenze: ad esempio, sotto il profilo dei contenuti e della qualità, possiamo rilevare il fatto che appaiono in linea di massa destinati alla fascia alta della popolazione, in virtù dell’adozione di un linguaggio che presuppone conoscenze superiori alla media; un altro dato è il rilievo destinato alla politica, con l’attenzione puntata all’aspra dialettica dei leader, piuttosto che puntare all’esame ed analisi di leggi e provvedimenti governativi e dei loro effetti concreti. Anche lo spazio dato alla cultura si presenta per certi versi ridimensionato rispetto al passato: la terza pagina è praticamente scomparsa, la cultura appare ormai annacquata in mezzo a spettacoli e tempo libero; domina l’informazione leggera su “casi umani, sentimenti, stili di vita, salute, cibo, viaggi, costumi sessuali”…

Nel complesso, però, i quotidiani italiani rimangono qualitativamente validi, assicurando estese coperture di politica, esteri e cultura. A livello territoriale, poi, la stampa svolge una funzione di straordinaria importanza, in chiave identitaria, presentandosi sia come parte integrante della vita della città, sia assumendo talvolta la veste di strumento di mobilitazione civile.

Certo, mai come oggi siamo di fronte ad una quantità impressionante di informazione disponibile e di fronte a quest’oceano di notizie, immagini, commenti, messaggi in cui viviamo immersi, il punto nodale appare quello di trovare il filo di Arianna che ci consenta di orientarci nel nostro ruolo di cittadini, evitando la confusione e l’offuscamento. Nello scenario in cui siamo proiettati, costellato da consumi mediatici sempre più frammentati e individualizzati, ci si interroga sulla sorte del giornalismo, che presuppone l’esistenza di una collettività civica, di un senso di appartenenza comune, basato sull’idea di una responsabilità e valori condivisi, di un discorso pubblico comune.

Se è vero che il diritto del cittadino a ricevere notizie corrette e imparziali è sottoposto a minacce crescenti (pensate al dilagare delle fake news, alla disinformation, alle post-verità, al peso degli interessi delle grandi concentrazioni economiche e finanziarie), tuttavia, per fortuna, la libertà d’informazione resiste come valore di riferimento, forgiato attraverso secoli di battaglie. E consentitemi di dire, avviandomi alla conclusione, che non si può prescindere dal ruolo dei giornalisti, alcuni dei quali rischiano la propria incolumità nel loro sforzo di trovare e raccontare la verità; e il fatto che i pericoli fisici legati all’esercizio della professione appaiono in aumento è la prova di come essa continui comunque a mantenere un valore civile irrinunciabile. Una professione, che nonostante la forte precarizzazione, continua ad esercitare un fascino particolare, dai forti connotati eroici, per tanti giovani.

E qui il mio pensiero corre alle parole di Mario Borsa, rivolte ai colleghi giornalisti, che voglio condividere con voi:

“Dite sempre quello che è bene anche se non va a genio ai vostri amici, dite sempre quello che è giusto anche se ne va della vostra posizione, della vostra vita. Siate dunque indipendenti e inchinatevi solo davanti alla libertà, ricordandovi che prima di essere un diritto, la libertà è un dovere”.

Chiudo citandovi la testatina di un periodico locale, Quartiere, promosso qui a Messina a partire dagli anni Sessanta, da un prete giornalista, Don Angelo Sterrantino, che credeva fermamente nel ruolo dell’informazione e aveva investito nella creazione di una piccola impresa editoriale. Vi si leggevano queste parole: “Sono diverse le nostre opinioni. E dalle nostre diverse opinioni, nasce, per noi, un dubbio diverso. Che sgorghi al termine di esso, o Signore, la fontana della verità”.  

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