editoriale

RIPARTE LA NAVE DELL’AUTONOMIA SICILIANA di Maurizio Ballistreri

RIPARTE LA NAVE DELL’AUTONOMIA SICILIANA di Maurizio Ballistreri

 

Una nuova nave per l’Autonomia siciliana ha preso il largo a Pergusa, come Ulisse che dopo essere tornato ad Itaca, riparte per oltrepassare le Colonne d’Ercole alla ricerca dell’ignoto in acque perigliose, per soddisfare una inestinguibile sete di conoscenza e di sapere.

E per la nave dell’Autonomia i mari pieni di pericolo sono quelli di una società italiana che vive una condizione di profonda diseguaglianza, divisa e impoverita, individualista e atomizzata in un paese in pieno declino economico e sociale, che ha brutalmente archiviato i temi del Mezzogiorno, con una larga sfiducia verso le istituzioni, la classe politica e i cosiddetti “corpi intermedi”, chiusi in una sorta di corporativismo autoreferenziale non giuridificato, mentre finiti i grand commis del nostro capitalismo di stato, spazzato via dalla (pseudo)rivoluzione liberista voluta senza distinzioni dai cosiddetti poli, centrodestra e centrosinistra, della II Repubblica, l’economia italiana è in mano a un’imprenditoria privata di basso profilo, incline a svolgere il ruolo di borghesia compradora per conto della grande finanza e dei monopoli globali, terra di conquista per raiders spregiudicati, soprattutto francesi, espressione di una Nazione che con Macron è oltremodo preda della sindrome della “grandeur”. Un Paese, l’Italia, i cui nuovi leaders politici oscillano tra l’autoritarismo della capocrazia e l’irrilevanza, sino alla comicità, della cretinocrazia.

Un Paese, l’Italia, diviso tra un Nord identitario e autoconservativo e un Sud ribellista ma con perduranti scambi clientelari, con una sinistra (?) che ha tagliato il proprio riferimento sociale, divenendo espressione delle élites e della nomenklatura e una politica in generale che trasversalmente, nella comunicazione e nei linguaggio, assume sempre più il populismo, molto spesso con toni sguaiati e volgari, come riferimento della propria cultura, affidato alla televisione e ai social network, più che alla presenza nei conflitti sociali e del lavoro e, sul territorio, ai comizi in piazza e alle assemblee nei quartieri.

E in questo drammatico scenario un pugno di donne e uomini, alcuni ritornati dalla “riserva”, a Pergusa hanno deciso di riprendere la battaglia per la Sicilia, brandendo lo Statuto speciale come una Excalibur del nostro tempo.

Autonomismo senza il deteriore sicilianismo, quello nel dopoguerra venne aspramente criticato da Leonardo Sciascia, segnato dall’insularità dell’animo dei siciliani, la “sicilitudine” derivante dalle ripetute dominazioni, causa prima di chiusura e diffidenza: “L’insicurezza è la componente primaria della storia siciliana; e condiziona il comportamento, il modo di essere, la visione della vita, paura, apprensione, diffidenza, chiuse passioni, incapacità di stabilire rapporti al di fuori degli affetti, violenza, pessimismo, idealismo, della collettività e dei singoli”.

Sicilianità e non sicilianismo dunque, come ha sottolineato il presidente della Regione siciliana Nello Musumeci, intervenendo alla Costituente e, quindi, rifiuto del rivendicazionismo nazionalista, sul modello di Galles, Scozia e Irlanda verso l’Inghilterra, di Catalogna, Galizia e Paesi Baschi nei confronti della Spagna, della Corsica rispetto alla Francia e delle Fiandre in Belgio, ma, al contrario, l’Autonomia quale possibile modello per un nuovo rapporto tra globale e locale, per unità geopolitiche autocentrate quale risposta al falso conflitto tra globalismo e sovranismo.

Da Pergusa un messaggio chiaro: lo Statuto deve essere reinterpretato non più in chiave riparazionista e risarcitorio ma di integrazione della Sicilia in Italia e in Europa, a partire dalla Macroregione del Mediterraneo, e la sua specialità deve servire a dare risposte ai problemi concreti dei siciliani: acqua pubblica, wi-fi gratuito, alfabetizzazione informatica dei giovani, modernizzazione infrastrutturale, strumenti di saldatura tra formazione, scuola, università e lavoro.

Uno “Statuto delle pari opportunità” in materia di risorse per la Sicilia, i cui poteri derivanti dalla specialità autonomistica devono essere preservati, nei limiti indicati non solo dalla Costituzione repubblicana e dallo Statuto speciale ma anche nel quadro multilevel che i Trattati europei hanno ormai imposto.

E, quindi, lo Statuto, in particolare quegli articoli rimasti inattuati, da interpretare alla luce del mutato quadro istituzionale e normativo sovranazionale discendente dall’Unione europea, per garantire coerenza all’ordinamento regionale ma anche chiare assunzioni di responsabilità politiche, in primo luogo attuando le norme in materia fiscale.

Da Pergusa riprende la battaglia per l’Autonomia non per separare la Sicilia dall’Italia e dall’Europa, ma, al contrario, valorizzando i principi di responsabilità e di autogoverno, per restituire la Sicilia alla propria funzione storica e geopolitica: quella di punto d’incontro tra l’Europa e il Mediterraneo: nel Mare nostrum pacificato, che è prima ancora culturale che fisico, come ci ricorda la straordinaria esperienza storica federiciana, la Sicilia deve avere centralità per storia e collocazione geografica.

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