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In shorts e ciabatte di Cosimo Recupero

In shorts e ciabatte

di Cosimo Recupero

 

Pochi giorni di clamore e poi, sulla questione, è calato il silenzio più totale. Mi riferisco alla proposta di Di Maio di imporre la chiusura domenicale ai negozi, per favorire, diceva lui, una più alta qualità di vita ai dipendenti di questi negozi, permettendo loro di dedicare più tempo alle proprie famiglie.

A mio modesto avviso, la questione nemmeno si pone. Anzi. Ho il fondato timore che le previsioni di migliaia di licenziamenti siano fondate, purtroppo. Il ragionamento è semplice. I grandi centri commerciali spesso si rivolgono ad un pubblico di massa. La loro strategia commerciale è il prezzo. Gli operatori all’interno dei punti vendita non hanno una vera e propria funzione commerciale. Non sono venditori. Spesso devono solo mettere la merce negli scaffali, dare qualche sommaria indicazione ai clienti (presso alcuni marchi, nemmeno questo) e presidiare i locali, in funzione antitaccheggio. Basta. Perciò, se questi negozi saranno obbligati a chiudere la domenica, avranno bisogno di meno ore/uomo per svolgere queste scarne mansioni e quindi scatteranno i licenziamenti. Le grandi catene non vanno troppo per il sottile. Siccome i licenziamenti comportano una riduzione dei costi per il personale è giocoforza che una riduzione dei costi si riverberi immediatamente sui prezzi dei prodotti. Meno dipendenti significa  meno costi, quindi prezzi più bassi e, di conseguenza, più clienti cosiddetti mass market. Un vero regalo a queste catene, spesso straniere, che drenano risorse senza dare valore aggiunto al territorio.

La concorrenza dei centri commerciali è allora destinata a schiacciare i piccoli negozi di prossimità? Io direi di no. Negli Stati Uniti, le grandi superfici sono in difficoltà profonda, per colpa anche delle vendite on line. Questo sta creando difficoltà a quanti lavoravano in queste grandi centri, che gli americani chiamano mall, ma anche agli investitori privati o bancari che avevano impiegato ingenti somme per la realizzazioni di queste faraoniche strutture. Ma se l’Italia ha seguito gli Stati Uniti nella creazione dei centri commerciali artificiali, non è detto che il commercio debba avere la stessa sorte. Negli Stati Uniti il mass market rappresenta quasi la totalità dei consumi, sia per l’abbigliamento che per tutto il resto. In Italia no. In Italia ancora resiste il gusto del bello. I centri urbani delle grandi città conservano ancora un fascino antico che le città americane, invece, non hanno perso perché non l’hanno mai avuto. Ed è su questo che bisogna puntare. La politica dovrebbe aiutare i negozi di prossimità, quelli che hanno resistito alle sirene della grande distribuzione e dei franchising, a cambiare target. I centri commerciali devono poter continuare a vendere la robaccia fatta chissà dove, per pochi euro, mentre i centri storici dovrebbero puntare ad una clientela più selezionata, quella che non guarda al prezzo ma alla qualità ed al servizio.

La crisi economica ha spazzato via la classe media, polarizzando la società in due grandi classi: la classe meno abbiente, quella che può continuare ad andare nei centri commerciali a comprare la roba a tre euro e novantanove, e i ricchi, quelli che vanno al negozio con la Maserati nuova fiammante. I centri storici devono quindi puntare su questo tipo di clientela, quella che non bada al prezzo ma che chiede i servizi alla vendita, la qualità del prodotto ed un contesto adeguato dove sentirsi a proprio agio.

Per far questo è necessario un lavoro di concerto fra politica (a tutti i livelli) e piccole imprese, tramite le loro associazioni di categoria.

Bisogna investire sui centri storici per renderli accoglienti, di classe, discreti, accessibili. Bisogna aiutare, anche con incentivi fiscali, i commercianti a migliorare i propri spazi espositivi, rendendoli adeguati ad un certo tipo di clientela. E bisogna anche diffondere una cultura fra gli stessi commercianti, che devono capire che, se vogliono vendere prodotti ad alto valore aggiunto, e non robaccia prodotta in Oriente da chissà quali schiavi, devono cambiare approccio con la clientela.

In parole semplici: se vuoi vendere un abito di Dolce & Gabbana che costa 3.000 € al distinto signore che arriva in Maserati, non puoi pensare di riceverlo in un negozio che non vede una riverniciata da trent’anni, presentandosi in shorts e ciabatte.

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